Achille Lauro (Keystone)
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22.10.2019 - 06:200
Aggiornamento : 09:17

Tenco, il tallone di Achille

Dopo la discutibile (è un eufemismo) versione di ‘Lontano lontano’, sul rapper s’è alzato un polverone che pare l’Apocalisse. Ne parliamo con Ferdinando Molteni

Mettiamola così. Per eseguire una canzone di Luigi Tenco non bisogna chiedere il permesso come alla moglie di Lucio Battisti. Però, se proprio si vuole far propria ‘Lontano lontano’, ammesso che non si è Luigi Tenco e questo non è possibile sin dal gennaio del 1967, data della sua morte, può essere buona cosa informarsi su tutto quello che non è il ritornello e, meglio ancora, prendere la tonalità giusta, esercizio per il quale da tempo sono disponibili (anche gratis) tecniche di ear training assai efficaci.

È successo che la scorsa settimana al Teatro Ariston, per il Premio Tenco, il fratello ‘intelligente’ del Festival di Sanremo (per altro intelligentissimo), Achille Lauro accompagnato al pianoforte da Morgan abbia fatto a pezzi un gioiello di Luigi Tenco. Fare a pezzi un gioiello di Luigi Tenco al Premio Tenco equivale ad alzare il dito medio a un gruppo di bikers ubriachi al concerto degli Slipknot; o meglio, trattandosi, nel caso del rapper romano, dell’intellighenzia della canzone seduta nella stessa sala della manifestazione più canzonettara d’Italia, steccare il ‘Nessun dorma’ alla Scala (ma anche rifiutarsi di ritirare il Nobel non chiamandosi Robert Allen Zimmerman).

‘A farfalle’ (perché ci vanno tutti)

È vero, c’è sempre di peggio, come dice Ferdinando Molteni qui sotto, profondo conoscitore di Luigi Tenco che ricorda altri tributi al cantautore genovese, anche illustri, riusciti così così. L’Achille che si perde in ‘Lontano lontano’ arriva come una doccia gelata (ma vale anche il bagno caldo, da assenza di stupore) per chi ancora non si è ripreso da Giusy Ferreri che a Riccione, nell’agosto del 2018, commemorava Aretha Franklin in svizzerdütsch (ma era inglese) o Emma Marrone che a Lucca, nel 2014, cantando ‘Across the universe’ dei Beatles, mandava fuori tempo Rufus Wainwright, la band e i relativi orchestrali, cosa di cui in rete ora non v’è più traccia. Vi è traccia, invece e purtroppo, di Patty Pravo ‘a farfalle’ alla Fenice di Venezia su ‘Un senso’ di Vasco Rossi, molto più che fuori tonalità (praticamente in un altro teatro).

La guerra di Adriano

L’indignazione popolare per Achille Lauro ricorda i fischi del pubblico di Fabrizio De André, che nell’anno Duemila non le mandò a dire ad Adriano Celentano, ‘a rane’ (come le farfalle) su ‘La Guerra di Piero’, che per struttura non è esattamente ‘Turn it on again’ dei Genesis. “Capita a tutti di sbagliare. Il guaio è che lui ha problemi alla vista, cosicché neppure il testo sul leggio lo ha salvato”, scrisse Repubblica riportando parole di Dori Ghezzi.

Preso atto della tendenza del Molleggiato a ‘prendere le svizzere’ (termine musicale con il quale s’intende l’errore pacchiano) anche su giri di rock & roll (chiedere alla band del tour 1997), e preso atto che l’Achille ha molto più da dire di alcune figurine del pop, il suo Tenco catturato dagli smartphone in sala è degno delle migliori performance di Yoko Ono, perché è vero che non si può imprigionare l’arte, ma cantare così è da galera.

“La performance è andata male. Potrebbe servirgli da lezione”, commenta Morgan dal (condivisibile) atteggiamento costruttivo; “non guardate le catene e i tatuaggi di Lauro, ma i testi che scrive. Le canzoni sono di tutti”, dice Fiorello. E infatti, pur con tutta la stima per l’Achille, ce la restituisca subito quella canzone.

 ‘Non è l’unico ad aver toppato’
(intervista a Ferdinando Molteni)

“Risolto il mistero Tenco: è stato Achille Lauro”, scrivono su Facebook. Si potrebbe chiedere a Ferdinando Molteni, che in ‘L’ultima notte’ ha ricostruito l’ultima settimana di vita del cantautore genovese. Il suo libro-inchiesta del 2013 smonta tutto di quella notte del 1967, riportando il suicidio a quel che oggi sarebbe realmente, non fosse stato archiviato come tale: un cold-case.

Partiamo da domenica scorsa?
Va bene. Ti dico che in passato al Tenco ci sono stati alcuni che lo hanno cantato molto male. Mi ricordo versioni modeste di Arbore o dello stesso Guccini. Però trattarono con rispetto l’artista, perché avevano studiato. Premetto che Achille Lauro mi piace molto, però a mio parere è arrivato lì senza sapere cosa fare. L’ho trovato disarmato di fronte a una canzone che non è facilissima, ma che un cantante può pure studiarsi. Lui l’ha buttata lì, davanti a un pubblico difficile che ne ha stigmatizzato l’esibizione.

Pesa ancor di più, ora, il dissociarsi della famiglia dalla scelta del cast...
Sì, un gesto abbastanza forte anche se, credo, dettato da una serie di problemi che affondano le radici nel passato. Quest’anno, fare l’AperiTenco non è stata una finezza, tenuto conto che Tenco a Sanremo, oltre ad averci cantato, ci è morto. Di certo non mi aspettavo una tale presa di posizione contro le scelte artistiche, che a parer mio sono per altro rispettabilissime, perché avessi avuto a disposizione Achille Lauro l’avrei scelto anche io.

Due anni fa, durante il Festival, il Tenco pubblicò un libro su Sanremo che a me parve un ‘riconoscimento’...
Sì, però la domanda è, allora, che senso ha? Perché se il Tenco diventa un evento collaterale in cui alcuni artisti pop vanno a rifarsi la verginità davanti a un pubblico di intellettuali, allora credo che la manifestazione venga meno. Il Tenco ha fatto già in passato esperienze particolari invitando Ligabue, per esempio, oppure artisti usciti dal Tenco e finiti a Sanremo, come Vecchioni che si era fatto tutte le prime edizioni. Io credo che il Club Tenco debba recuperare la sua funzione di promozione della canzone d’autore, che oggi non è soltanto fatta con la chitarra, il pianoforte e la voce. Ci sono artisti appartenenti al mondo rap, per esempio, che fanno cose straordinarie. Io ripartirei da lì.

Passando al tuo libro. Malgrado, come tu scrivi, Tenco avesse con sé due pistole, non voleva uccidersi...
È la mia ipotesi, credo sufficientemente documentata. Il che non significa che non abbia fatto una sciocchezza. Significa che non si è tolto volontariamente la vita e che intorno a lui si muoveva un ambiente già allora poco sano, dal quale avrà sicuramente ricevuto pressioni. Lavoro da tanti anni per riportare Tenco al rango di grande artista e per fare questo bisogna anche sgomberare il campo da una conclusione che non sta in piedi, convinzione che non è soltanto mia.

Parlando per assurdo, la sua morte non è stata, per lui, l’unico dei mali...
Sì, l’idea è che Tenco si è immolato sull’altare della canzone e invece questo è il più grande dei fraintendimenti. Tenco avrebbe voluto vivere, continuare a fare musica, magari rinunciando al palcoscenico per essere autore, ma questo è del tutto relativo. Certamente il mito è quello che qualcuno ha chiamato ‘L’effetto Tenco’, che ha trasformato un uomo in un martire. Un uomo che era sì nel posto sbagliato al momento sbagliato, ma che comunque non è stato un martire.

Non fosse morto quella notte: oggi, a 81 anni, cosa canterebbe Luigi Tenco?
Quello che sto per dire farà inorridire, ma probabilmente canterebbe come Achille Lauro, farebbe quelle cose lì. Lauro è uno che ha numeri esagerati, anche se questa volta non ha capito dov’è finito. Domenica sera ero con Claudia Riva, la sorella di Massimo, che fu il chitarrista di Vasco Rossi. Lei sosteneva che la trappola gliel’avesse tesa Morgan, suonando il piano in quel modo, aiutandolo poco. Io credo invece che sia salito abbastanza sprovveduto. Ma, ripeto, non è il solo. Ho ascoltato tutte le ‘Lontano lontano’ eseguite nel passato, e ce ne sono di pessime.

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