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Orietta Berti (Keystone)
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05.03.2021 - 06:000

A lezione di musica dalla signora Berti

L'anno scorso fu Rita Pavone, quest'anno l'Orietta: ‘E senza i microfoni che t’intonano, perché io sono all’antica’

“Ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda ‘Io tu e le rose’ in finale e a una commissione che seleziona ‘La rivoluzione’. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”. Dalla mattina dopo il (presunto) suicidio di Luigi Tenco, ‘Io tu e le rose’ diventava il capro espiatorio della morte del cantautore per eccellenza. E con la canzone, l’interprete. Sul fatto che non fosse colpa di Orietta Berti se ‘Ciao amore ciao’ venne esclusa dal Sanremo 1967 ci ha messo una pietra sopra il giornalista e scrittore Ferdinando Molteni, che nel libro ‘L’ultimo giorno di Luigi Tenco’ (Giunti) ricostruisce il finto suicidio, nel senso di omicidio. “Il biglietto di Tenco ha segnato la mia carriera”, ha sempre dichiarato, a intervalli regolari di tempo, la signora Berti, nella quale certa canzone d’autore ci ha visto la più pericolosa delle minacce. “Nell’ambiente – che nemmeno si presentò ai funerali di Tenco, ndr – mi evitavano. Mi misero in un angolo, i giornali scrissero di tutto, pensando di cancellarmi. Ma io vendevo tanti dischi comunque”.

Chiedendoci in quale albergo sarebbe stato bello farsi invitare (virtualmente), da quale giovane promessa dagli streaming milionari, da quale nuova scoperta dei discografici – alla fine abbiamo bussato alla stanza (virtuale) di Orietta Berti, presi in scacco, proprio come un anno fa con Rita Pavone, da quanto abbia da insegnare chi ha fatto la storia di questa professione, che l’Italia, lentamente, ha cominciato a rispettare, carte alla mano, esibizioni alla mano. Perché ‘Quando ti sei innamorato’, brano in concorso, è stata forse la migliore delle interpretazioni, guardando a chi canta, come canta e cosa canta. Anche se non è materia da Premi Tenco. «Mi hanno scritto dall’Australia, dal Canada, da New York, da Barcellona, dal Belgio, dalla Francia. Davvero non credevo di avere tanti amici. E tantissimi sono giovani». La signora Berti cita «una savonese di vent’anni che mi ha scritto: “Ti apprezzo perché hai cantato senza aiuti microfonici!”. Perché – dice ancora la signora Berti – ci sono microfoni che t’intonano, e io che sono all’antica, non ho nemmeno voluto gli auricolari».

Radici

Nella Sanremo gelida «senza fiori, con le vetrine spente, i negozi chiusi, senza il calore dell’intervista, tutto telefonico, tutto freddo», lei che Sanremo l’ha vissuto negli anni del boom, la signora Berti festeggia 55 anni di carriera, ha scelto questo palcoscenico perché è stata invitata ed è felice di esserci: «Ero emozionata, poi ho visto la grande orchestra, mi sono detta che ero fortunata di poter cantare dal vivo; ho guardato la lucina della telecamera ho pensato che c’erano persone che mi stavano guardando. Ho il cuore giovane, non importa l’età. A cantare ci sono ragazzini che potrebbero essere i miei nipoti. Il cuore ha le ali, e va».

Il ritornello di ‘Quando ti sei innamorato’ mette alla prova l’estensione, è uno sventaglio che da un mi basso se ne sale su, mettendo in mostra uno strumento, la sua voce, che ancora regge ‘Il nostro concerto’ di Umberto Bindi, una specie di certificato di cittadinanza del saper cantare, Quindi, signora Berti, essere intonati è ancora una prerogativa di questo mestiere? «Sì, il bel canto lo prevede, di essere intonati, e di esserlo al massimo. La tradizione italiana, d’altra parte, è basata sulla melodia. Anche quella frase legata, cui lei si riferisce, è una soluzione che non sento più nei giovani. C’è un’abitudine a cantare in modo saltellato, spezzettato. Ma così è facile cantare, è facile tenere l’intonazione. Anche chi balbetta, anche chi non sa cantare riesce a farlo». È una mission, quella della signora Berti: «Voglio portare avanti un discorso molto preciso, quello di non dimenticarci, noi italiani, di essere stati grandi musicisti in passato e anche di recente, e di non vergognarci di cantare le nostre radici. Dobbiamo essere italiani in tutto, nell’onestà, nella sincerità, nella melodia. È quello che chiedo anche ai miei colleghi più giovani».

‘Tarantelle’

A Sanremo, anche se sei un cantante, anzi, proprio perché lo sei, possono chiederti davvero di tutto. Anche di Patrick Zacki, il giovane dietro le sbarre in Egitto. E la signora Berti risponde: «Siamo fortunati a vivere in una nazione libera. Quello – l’Egitto, ndr – è uno stato che non darà retta a nessun appello, perché è un regime». E rivendica, in quanto cantante, l’aver portato avanti la sua linea di canzoni ironiche: «‘Tarantelle’, per esempio, che parlava di corruzione prima ancora di Tangentopoli, e ogni qualvolta volevo presentarla in televisione qualche produttore mi diceva: “Ma no Orietta, tu devi cantare la canzone dolce, devi portare serenità alla gente, non puoi cantare la contestazione, poi contro il governo non è il caso. Perché l’inciso diceva “Tarantelle a palazzo non cantatene più, la gente è stanca di perdere, fate qualcosa in più”». Perché «anche io, nel mio piccolo, ho sempre fatto sia il genere melodico d’amore che le canzoni di contestazione. Solo che a me non davano retta. Perché guardate che anche ‘Finché la barca va’ è una canzone di contestazione, anche a se qualche intellettuale pare una cosa qualunquista…».

Tempo

Chi sui social la invita a guardare il Festival di Sanremo dal divano di casa, sappia che la signora Berti la prende con ironia: «Il tempo, in questo lavoro, non è mai giunto alla fine. Chi dice così, forse, non ha mai cantato davanti a un pubblico, non ha mai provato a costruirsi una carriera di cantante e di musicista. In questo mestiere non ci si arrende mai, e io penso che la mia performance di ieri sera non era quella di chi era giunto al termine. Ma la cosa bella è che tanti complimenti mi sono arrivati dai musicisti, dai direttori d’orchestra, da gente che fa e sa cos’è questo lavoro». E lo fa, malgrado la musica sollevi, e il palcoscenico porti il sorriso, in condizioni estreme: «Noi dello spettacolo siamo i più penalizzati, e saremo gli ultimi a ricominciare. Io l’ho già avuto il Covid e so cos’è, e mi adatto a questo Festival anomalo in cui non c’è nessuno, dove ti portano le cose in camera, dove devi andare a teatro da sola. Ma si fa e si deve fare: anche tre, quattro ore di relax dai discorsi sul Covid, ci vogliono per tutti».

Italiano

Chiude, la signora Berti, ricordando una discografia che non c’è più, storia che sta dentro l’autobiografia ‘Tra bandiere rosse e acquasantiere’: «Ho sempre mantenuto la mia personalità, l’educazione insegnatami dai miei genitori, il rispetto per le persone, per quelle buone e per quelle cattive. In questo mestiere è importante dare retta a chi sa fare questo lavoro. Io ho sempre lavorato con persone straniere. Ero in una multinazionale, e in questo settore in cui se vendi, bene, altrimenti ti mettono in un cassetto, io sono sempre stata apprezzata perché cantavo in italiano, e cantare in italiano era quello che volevano da noi cantanti. Fare la brutta imitazione di un genere che non ci appartiene, credo sia produrre un valore dato a metà». La signora Berti si congeda, ha le prove per cantare Endrigo. La lezione di musica è finita. Alla faccia del melodico italiano.

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