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16.10.2022 - 20:44
Aggiornamento: 21:30

Il ‘colonialismo’ svizzero nel cuore d’Africa

Uno studio recente rivela il coinvolgimento elvetico nella conquista del Congo da parte del re belga Leopoldo II. Intervista allo storico Rossinelli

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(Biblioteca nazionale)
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Parlare di colonialismo svizzero sembrerà paradossale: dopotutto, la Confederazione non ha mai avuto possedimenti oltremare. Alcuni studi storici più o meno recenti, però, ci fanno vedere come il Paese sia stato complice di feroci progetti imperiali. Un caso da manuale è quello del Congo, che il re del Belgio Leopoldo II esplorò e occupò nell’ultimo quarto del diciannovesimo secolo, conquistandosi di fatto una sorta di colonia privata. Cosa c’entri la Svizzera ce lo spiega Fabio Rossinelli, dottore in Storia contemporanea presso l’Università della Svizzera italiana e quella di Losanna, che sul tema ha da poco pubblicato per le edizioni Alphil di Neuchâtel ‘Géographie et impérialisme’, disponibile anche in e-book gratuito sul sito alphil.com.

Nel 1876, Leopoldo II lancia un’impresa unica del suo genere: esplorare l’Africa centrale attraversata in buona parte dal fiume Congo, l’ultimo grande ‘cuore di tenebra’ ignoto agli europei. Lo scopo, sulla carta, è nobile: conoscenza e soccorso agli indigeni, ritenuti arretrati e vittime di brutali commerci di schiavi. Il risultato lo sarà un po’ meno: la nascita di una colonia privata del re – denominata paradossalmente ‘Stato libero del Congo’ – asservita a un avido sfruttamento e teatro di immani violenze. Ma cosa c’entra la Svizzera?

Come in altri Stati, all’epoca anche in Svizzera andavano sorgendo le società di geografia, una disciplina che all’epoca non era ancora chiaramente definita e disciplinata. Queste società non erano semplici circoli di geografi esperti o dilettanti, ma veri e propri club della classe dirigente dell’epoca: vi si trovavano industriali, avvocati, banchieri, consiglieri federali, ma anche militari e missionari. Alla curiosità scientifica e agli ideali di ‘civilizzazione dei barbari’ si mescolava insomma ogni sorta di interesse. Leopoldo si rivolse a queste società per coadiuvare il suo progetto. Quella di Ginevra – cui seguiranno Berna, San Gallo e altre – finì per ricoprire immediatamente un ruolo cruciale, fornendo supporto al re in diversi modi.

Quali?

C’era l’attività pubblicistica, intesa a mobilitare la classe dirigente e culminata nella rivista ‘L’Afrique explorée et civilisée’, il cui nome è già tutto un programma. C’era anche la raccolta di ingenti fondi che furono poi donati a Leopoldo, spesso come obolo per partecipare al futuro sfruttamento commerciale dell’Africa centrale. Vi fu anche una mobilitazione di competenze personali, come quelle dei cartografi e dei giuristi. Si trattò insomma di un aiuto fondamentale per consentire la riuscita dell’operazione. In questo processo la Svizzera si rivelò un alleato fidato e privilegiato, essendo l’unico che non fosse in competizione con Bruxelles per le conquiste territoriali. Sarà anzitutto grazie alla rete e alle singole personalità mobilitate dalle società svizzere, coinvolte negli arbitrati internazionali, che Leopoldo potrà ottenere il riconoscimento del Congo e risolvere le controversie territoriali con altre potenze coloniali quali Francia e Portogallo.

Oltre ai fondi donati a Leopoldo II, la Svizzera consentì anche al re di emettere obbligazioni per 150 milioni di franchi allo scopo di finanziare l’impresa.

In effetti, fu grazie alla disponibilità della piazza finanziaria svizzera che Leopoldo poté trovare fondi per la prima fase del suo impegno, prima cioè che fosse la scoperta in loco di materie prime quali il caucciù e l’avorio a permettere rendite enormi. Paesi come l’Inghilterra e la Francia, rivali del Belgio in Africa, non avevano infatti intenzione di aprirgli i loro mercati del credito. Fu la Svizzera a farlo, quanto meno inizialmente: si può dunque dire che ‘salvò’ lo sforzo imperialista del re del Belgio, che aveva scelto l’opzione dell’impresa privata in quanto gli permetteva di bypassare gli ostacoli politici interni.

Dalla sua ricerca spicca la figura di Gustave Moynier, cofondatore della Croce rossa insieme a Henry Dunant. Cosa c’entrava?

Moynier era un ricco giurista molto impegnato in cause filantropiche. Almeno all’inizio, a muoverlo furono probabilmente proprio le sue idee umanitarie, inclusa la diffusa convinzione che i popoli africani fossero inferiori e andassero civilizzati, ribadita peraltro dalle pubblicazioni della società di geografia ginevrina di cui era membro. Si impegnò subito febbrilmente per la ‘causa’, e il suo patrocinio si rivelò decisivo per il riconoscimento internazionale dello Stato libero del Congo, ottenuto alla conferenza di Berlino del 1884-5.

Sempre a proposito di Croce Rossa, possiamo ricordare che Berna e Ginevra riconobbero immediatamente l’istituzione di una sua branca congolese da parte del re belga. La Svizzera offrì anche suoi cittadini come ‘coloni’?

All’epoca il Belgio – un Paese avanzato e ricco che aveva vissuto un notevole sviluppo industriale – cercava solo profili selezionati, capaci di mettere a disposizione competenze tecniche o scientifiche: dalla Svizzera si ‘arruolarono’ dunque professionisti, quali medici e ingegneri, ma soprattutto gente atta a occupare un posto funzionariale (che spesso partiva dai piani bassi potendo poi salire lungo la gerarchia), oltre a un piccolo manipolo di mercenari. Non servivano invece ‘braccia’: per quelle, presto destinate a diventare carne da macello, bastavano gli indigeni.

Qui l’espressione ‘carne da macello’, purtroppo, appare piuttosto letterale. All’inizio del Novecento – poco prima della morte di Leopoldo II e della vendita del Congo allo Stato belga da parte della corona – scoppiò il cosiddetto scandalo delle mani mozzate: il riferimento è alle mutilazioni cui erano sottoposti gli indigeni che si ribellavano ai lavori forzati o che non erano ritenuti abbastanza produttivi. L’indignazione globale che ne seguì fu tale che lo scrittore americano Mark Twain, oltre a pubblicare il satirico ‘Soliloquio di re Leopoldo’, dirà di lui: "In 14 anni ha distrutto più vite di quante ne siano morte al mondo sui campi di battaglia negli ultimi mille. È un mostro sanguinoso che non ha pari nella storia umana, la cui personalità farà senz’altro vergognare l’inferno non appena ci arriverà, speriamo assai presto". Cosa si disse in Svizzera?

La classe dirigente svizzera preferì tacere, proprio come sarebbe accaduto, in altra epoca e contesto, con l’apartheid in Sudafrica. Berna fu una delle poche capitali europee a non prendere posizione, per non compromettere quelli che sarebbero stati gli sviluppi commerciali futuri. Le proteste isolate di alcuni attivisti non trovarono praticamente spazio sulla stampa e le società di geografia continuarono a difendere Leopoldo II. Tanto che nel 1909, alla sua morte, quella di Ginevra lo descrisse come "un re che ha dato al suo Paese uno splendido impero coloniale".

Anche al netto degli ulteriori sviluppi di alcuni commerci elvetici in Congo – successivi al periodo preso in esame nel suo studio – si può quindi dire che anche in quel caso la neutralità svizzera somigliava a tutto fuorché a un virginale isolamento?

Episodi come questo ci mostrano proprio come la neutralità non sia mai stata a ‘tenuta stagna’, e neppure passiva e scevra dal perseguimento di interessi politici ed economici sulla scena internazionale, spesso sulla scia di quanto scaturiva dagli altri Paesi europei. La neutralità elvetica emerge anche come un’arma – accanto ad altre, come i buoni uffici e la diplomazia umanitaria, senza dimenticare il protezionismo selettivo – in mano alla Confederazione post-1848 per sopperire alla mancanza di un peso politico-militare di rilievo sulla scena internazionale. In questo senso giova ricordare la definizione di "neutralità a geometria variabile", adoperata da storici come Hans Ulrich Jost e Mauro Cerutti.

Possiamo dunque individuare una ‘complicità’ svizzera verso l’imperialismo altrui?

Assolutamente sì. Certe epoche ed episodi smentiscono l’opinione diffusa per cui la Svizzera non avrebbe mai partecipato alle politiche espansioniste degli imperi coloniali. Al contrario, occorre ammettere che il nostro Paese – o meglio: la sua classe dirigente, naturalmente anche secondo la cornice e i vincoli del quadro politico internazionale – in passato ha partecipato alla spartizione del mondo.

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