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La scomparsa dei fatti

Sfogliando pagine, locali e del mondo, è nata una nuova rubrica: appuntamento ogni ultimo giorno del mese

Parole, soltanto parole
(Depositphotos)
30 novembre 2023
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Un mese di lettura di riviste e quotidiani stranieri. I temi del momento o dell’epoca come sono visti in Europa e nel mondo; storie di persone, animali, robot; resoconti di viaggi (compresi gli spaziali), di esposizioni e di libri; commenti di commenti e racconti di racconti; le lettere dei lettori; il giornalismo che riflette su di sé, tra minacce esterne o interne e l’impegno a rafforzarsi e rinnovarsi.

La scomparsa dei fatti

Complessità. È apparsa da qualche anno la sostituzione di “versione dei fatti” con il termine “racconto”, già quasi sparito in beneficio di “narrazione”. La quale è minacciata dal finto sinonimo “narrativa”, oltre che sviante come gli altri sostituti, improprio e ridicolo. Non è solo un vezzo diffuso. Rispecchia la nostra posizione davanti ai fatti, giudicati prima di essere compresi. Thomas Legrand commenta su Libération il saggio di Géraldine Muhlmann Pour les faits, in cui si constata, tra l’altro, il rovesciamento tra discorso pubblico e racconto giornalistico. Prima che il reporter constati, verifichi e componga in un insieme gli eventi, l’opinione già sa cosa dire, cos’ha visto e cosa sia successo. L’accelerazione dei tempi dell’informazione (e il dominio delle immagini) innesca il processo.

Ma il giornalista è tra i pochi in condizione di poter scorgere lo spessore umano e la complessità di quei fatti. Tra i pochi o tra i primi. Subito dopo di lui e grazie a lui, potrà scorgerli il lettore.

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Miura 1. “Stavolta offro io”. Silenzio. Un poco di ironia negli occhi di chi offre. Dell’altro signore non vedo gli occhi perché mi dà le spalle. Una trentina d’anni più del primo. Senza dire nulla sfila 5 euro e li addentra il più che può sul bancone. È sicuro di aver vinto perché l’offerente non si è mosso. Ma ecco che rovescia il polso sul pos, dicendo “Guarda come si fa”. Si sente il bip del pagamento avvenuto. L’altro reinfila i 5 euro nel portafogli, disinteressato all’enigma.

Poter scrivere così di tecnologia, senza allarmi né entusiasmi. E sulla corsa allo spazio già ce n’è una buona. Il razzo spagnolo Miura 1 raggiunge brillantemente il suo obiettivo fallendone tre o quattro nell’impresa. Ne scrivono con più dettagli i giornali spagnoli. È il prototipo di un razzo commerciale, lanciato per raccogliere dati che serviranno per il Miura 5. Doveva tornare toccati gli 80 chilometri ma è rientrato appena arrivato ai 46. Programmato per essere recuperato, si è perso nell’oceano frantumandosi nell’impatto. Ma anche questo era mezzo programmato. Pure non arrivare agli 80 km era mezzo programmato. Comunque un grande successo. 65 milioni di euro, 30% dei quali pubblici. Per il Miura 5 si conta che di milioni ne basteranno 160. Porterà in orbita satelliti.

Interrogandomi sul destino del Miura 2, 3 e 4, mi alzo e pago la spremuta, con 5 euro. Sentendo – quasi un’illuminazione – il valore anacronistico del gesto. La chiara sostanza di pezzo di carta di quel che tengo tra le dita.

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Nera. “Ho convissuto con animali da quando ho uso di ragione e non concepisco un’esistenza senza poter godere della loro compagnia. L’inesorabile passare del tempo mi ha costretta a seppellire cani e gatti molto amati, ma questo non allevia il dolore delle perdite seguenti. Ieri è toccato alla mia gatta Nera (...) Una pantera in miniatura, tutta nera, socievole e sfacciata. Ha vissuto come una monaca, senza angosce. Se n’è andata anziana, sdentata, mangiando con fame vera fino al penultimo giorno. Desidero una vecchiaia come la sua. A presto, sheriff. Oggi il mondo si è svegliato più brutto” (Arantxa Ferrández Vidal, Benidorm, El País - “Cartas a la directora”).

Passa un’ora dalla lettura di queste parole e uscendo vedo Jack, come sempre. Jack è un po‘ triste. Cerca un sollievo fisico – il sole – alla solitudine. Il cortile non è né grande né piccolo ma lui è forte e non gli basta. Anche lui è nerissimo, con una macchia bianca sul petto. Le rare volte che esce trascina su per la salita, a forza di spalle, la padrona, proprietaria, amica o come si chiami. E lei deve quasi correre. Stamattina trascina il suo telo verde nell’unico triangolo di sole, da cui non sfora solo se sta seduto.

Ormai siamo tutt’uno, l’abbiamo capito da qualche anno: esseri umani, animali, piante. La sofferenza dell’uno sdrucciola sull’altro. La vita è una ovunque. Il male è uno, il bene è uno solo per tutti.

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Slealtà. Nella rubrica delle lettere il quotidiano mostra come vede sé stesso e come vuol esser visto. Alcuni ne pubblicano tre, altri sette. Altri una o nessuna. C’è chi dedica alle lettere una pagina intera. Ma il punto più delicato sono i contenuti.

L’australiano Saturday Paper è tra quelli che tramite i lettori si auto-denigrano con perfetta scioltezza, dando voce ai commenti più aspri. “Si può sostenere perfettamente il proprio punto di vista senza ricorrere all’offesa personale”, scrive Rosemary Embery. Ha letto un articolo in cui Mike Seccombe polemizza con le idee del conservatore Matthew Sheahan, giudicandolo “sovrappeso” e “sciatto”. E questo è “irrispettoso e francamente sciatto giornalismo”. Un’attitudine non solo arrogante e sleale, scrive la lettrice, ma inutile: “Non siamo stupidi e non abbiamo bisogno di questo genere di tattiche per comprendere cosa intenda dire l’autore”.

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Spigliatezza. L’aspetto della ex Ministra degli Interni inglese Braverman non si può criticare nemmeno volendo. Dà il suo meglio in piedi e camminando. Solo allora si vedono spiegate la sicurezza, l’eleganza, la spigliatezza perfetta. La foto che la ritrae in un bel completo blu (pantaloni) e salmone (giacca), cartella nella mano e sorridendo all’obiettivo, è ripresa un po‘ ovunque. In meno di una settimana ne ha dette due troppo grosse. E chi sa che non sia stato voluto: vedendo pericolare il governo di Sunak, scende per risalire a uno dei prossimi, da sola. C’è un talento nel dirle grosse: se lo sono poco, non se ne accorge nessuno; se lo sono mediamente, reazioni in tutto il mondo ma alla sesta pagina. Dire bestialità può avere conseguenze opposte: è la maniera migliore per auto-eliminarsi; la migliore per proporsi alle prossime elezioni, lo insegnano i più talentuosi del genere: Trump, Milei. Intanto adesso la conosciamo tutti.

Ragione della caduta è l’articolo sul Times in cui scrive che la polizia è troppo buona con i manifestanti di sinistra, ma la crepa era già aperta con le opinioni sui senzatetto che invece che dormire su uno strato di cartoni all’aria aperta, dormono su uno strato di cartoni sotto una tenda. Il cambiamento la confonde – tenda = campeggio, campeggio = vacanze, vacanze = albergo di lusso in luogo confacente a una Ministra degli Interni – e le fa dire che tali "stili di vita" vanno scoraggiati. Le associazioni smettano di fornire tende. Le reazioni allo sproposito scavano la fossa, l’articolo sul Times le dà la spinta per caderci. Ma è giovane, sicura ed elegante. E non sa quel che dice. Il futuro e suo.

Se le crisi sono momenti di passaggio, in tutta Europa ora il passaggio è verso la povertà o miseria per gli uni, la ricchezza sempre maggiore per altri. Si restringe la fascia di mezzo che era la più larga, si ingrossano le due estreme: della povertà fino alla miseria, della ricchezza fino alla straricchezza. Una delle due parti non può più comprare carne, frutta, vestiti. Non può curarsi. All’altra precipitano addosso orologi, gioielli, abiti (ospedali, medici), con altri beni di cui non sospettiamo l’esistenza.


Keystone
Suella Braverman, ex Ministra degli Interni inglese

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Il secondo boom. Il primo boom latinoamericano “è entrato nella fase definitiva: quella del museo”, dice Jorge Carrión sulla Vanguardia. Donoso non è più che un importante premio letterario. Cento anni di solitudine sarà, per i più giovani, una serie di Netflix. Vargas Llosa (che firma per Milei) dice che lascia la narrativa con il romanzo appena uscito, Le dedico mi silencio. Ma è pronto, sessant’anni dopo, il secondo boom latinoamericano. Solo che è in inglese.

Scrittori fortunatamente bilingui, stimolati da una borsa di studio negli Stati Uniti o no, appena pubblicati sono pronti per il mercato statunitense. Ottima partenza per tutti gli altri. La globalizzazione ha stravolto il mondo dei libri, da come si stampano a come si scrivono. Artefici del nuovo boom insieme alla Luiselli messicana, sono l’argentino Hernan Diaz (con Fortuna) e il cileno Labatut, con Maniac. Labatut sul merito della questione scomoda Borges e le sue lodi alle virtù dell’inglese, innegabili. Lodi enunciate restando però ispano-scrivente. Tra i meriti del primo boom, scrive Carrión, c’era l’aver additato i propri maestri: Borges, Rulfo, Onetti. E aver propiziato il terreno per la migliore letteratura latinoamericana a venire, non esclusa quella del secondo boom che scrive, “meravigliosamente bene, nella lingua dell’impero”.

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L’ultima. Le facce dei quotidiani si somigliano più delle schiene? Anche nella prima pagina, in realtà, c’è più varietà di quanto ci si aspetti: Il Guardian la divide tra una fotografia che la occupa per un terzo e l’avvio di due articoli che continuano all’interno; il ginevrino Les Temps in modo simile: grande foto (a volte vignetta) e l’editoriale al suo luogo storico o in orizzontale, in fondo alla pagina.

Ma all’ultima pagina alcuni decidono di rinunciare a beneficio della pubblicità. Quasi una mutilazione. Altri le affidano un’intervista. Tra questi Les Temps. La Vanguardia la assegna a tre giornalisti che si danno il cambio e che ricorrono allo stesso stile agile e rapido, tendente al leggero. L’inconveniente è che le risposte assumono lo stesso tono e gli intervistati finiscono per assomigliarsi tra loro.

El País affianca all’intervista la colonna più breve e pesante dell’intero giornale, viste le firme: Aramburu e Savater, Guerriero, Millás, Vicent. Una colonna narrativa, filosofica o lirica, al momento di uscire dal giornale. O di entrarvi, se cominci dalla fine.

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Divisione dei ruoli. El roto (El País) ha uno stile rotto e impreciso, il lettering traballante com’è ormai consueto, ma ciò che lo rende riconoscibile è il segno largo: un neretto molto neretto. E l’ironia che non teme il tragico. Nella vignetta del 2 nov. appare una morte in veste classica, zimarra e falce, che puntualizza sul suo ruolo: “Il mio lavoro è personalizzato. Delle guerre e dei massacri si occupano gli esseri umani”.

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