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Più fatti e meno parole? ‘No, siamo tuttƏ ciò che diciamo’

Conta più come ci si comporta o il modo di esprimersi? Le voci di alcuni liceali sulle questioni di genere e l’intervista alla sociolinguista Vera Gheno

Vera Gheno, sociolinguista

Conta più come ci si comporta o il modo di esprimersi? Le voci di alcuni liceali sulle questioni di genere e l’intervista alla sociolinguista Vera Gheno

2 marzo 2024
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Ad Alessia (2a liceo), «non sembra un tema che tra di noi salta fuori spesso». Per Alessandro (4a) «forse, come altre situazioni, ne discute soprattutto chi si sente maggiormente coinvolto». Noè (4a) è del parere che la scuola non sia il luogo adatto per un’esposizione di questo tipo perché «sfocia pure nella politica, dato che è una di quelle questioni care a certi partiti». Le voci, raccolte durante una pausa del mattino, sono di alcuni studenti del Liceo di Bellinzona. Il tema è quello dell’identità di genere, oggetto della mostra ‘Noi Gender’ che ha fatto tappa all’istituto scolastico bellinzonese. Facendo riferimento ai testi sui cartelloni posti nel cortile scritti usando lo schwa (ə), Giacomo (4a) si dice dell’opinione che «più di asterischi o altre forme, conta come ognuno si comporta» nei confronti delle questioni legate al genere e, in un’ottica più ampia, con le persone.

Del ruolo, dell’uso consapevole e dell’importanza (anche) della lingua abbiamo parlato con Vera Gheno, sociolinguista.

Vera Gheno, cosa direbbe al giovane che ritiene (più) importante ciò che si fa rispetto a come lo si dice?

Gli chiederei come pensa quando pensa cose complesse. Ovviamente la risposta è che si pensa tramite le parole. Le parole sono talmente centrali per il pensiero e la memoria umana, che della fase preverbale non abbiamo neanche ricordi. Diversi neurolinguisti presuppongono che ciò dipenda proprio dalla mancanza di parole, la cui rilevanza consiste nel rendere ricordabile, comprensibile e pure visibile il pensiero. Nessuna delle persone attente al linguaggio che usa, se ha un minimo di sale in zucca, pensa che la parola abbia un valore magico: se dietro non c’è un pensiero che va in una certa direzione, non è con un’imbiancatura di superficie linguistica che si risolvono problemi come razzismo o transfobia. Però, in quanto veicolo dei nostri pensieri e della nostra persona, la parola fa da supporto al pensiero che può rafforzare o indebolire.

Sentire propria o vicina una causa è condizione anche per usare con più attenzione la lingua?

A chi è cisgender, cioè si riconosce nel sesso biologico assegnato alla nascita, il tema può sembrare collaterale perché non ne è toccato direttamente. Quando una persona non si pone questioni di genere, può ritenere che esse siano quisquilie o cose da intellettuali, anche quando le questioni sono veicolate attraverso le parole che ne danno forma. Auguro a queste persone di incontrare giovani soggetti non binari, gender fluid o altro per rendersi conto di una cosa: ciò che magari loro non vedevano o non consideravano un problema, per altri può essere causa di disagio poiché non trovano un’autorappresentazione all’interno della propria lingua. Per spiegarmi di solito faccio questo paragone: se non si è una persona a ridotta mobilità o con disabilità, la percezione dello spazio è completamente diversa. Chi cammina su due gambe, quando incontra un gradino alto dieci centimetri non ci fa caso e quando nell’angolo di un marciapiede non c’è la rampa non ne ha contezza, perché sul marciapiede sale ugualmente. Viceversa per le persone con disabilità quel gradino di dieci centimetri può rappresentare un ostacolo insormontabile.

Tornando a chi la pensa come Giacomo: l’invito è a non indulgere nel benaltrismo e cercare invece di relativizzare il proprio punto di vista. Poi è anche una questione di atteggiamento: a me non l’ha insegnato nessuno, forse ho avuto la fortuna di vivere in tanti posti diversi e dovermi così riconfigurare ogni volta. Ciò mi ha aiutato a capire che le persone che vivono su questo pianeta sono ‘diverse’ (lo pronuncia in inglese, ndr), varie, assai differenti e quindi il mio metro non era né è sufficiente per riassumere tutti gli esseri umani. Occorrono esercizio mentale e curiosità e parecchio dipende dal milieu in cui si cresce: se si è sin da subito esposti alla varietà, la si assume come cosa normale.

Dunque parole e azioni non sono in contrapposizione ma complementari?

Sono due livelli intrecciati: la parola è ciò che rende visibile l’istanza. Come si farebbe a lottare, chessò, per un salario più giusto o contro il razzismo senza le parole? Quando si crea la contrapposizione tra il livello della lingua e quello della realtà, si guarda solo uno dei due piani e non si coglierà mai la completezza del quadro nella sua complessità. Ciò non toglie che a volte ci siano casi di ‘qualcosa-washing’: situazioni in cui ci si concentra unicamente sulle parole dando loro un valore quasi magico, che è una questione di superficialità e stupidità di chi non ha grande interesse a cambiare davvero le cose. Ma siccome c’è chi abusa delle istanze, non è che si debba buttare via tutta l’istanza.

Le parole veicolano le azioni e le azioni veicolano le parole: come lo si spiega al giovane che ritiene più utile badare ai fatti, forse sinonimi di concretezza?

Che senza le parole non si potrebbe far sapere agli altri cosa si pensa, né portare avanti le proprie lotte. Se si fosse tolta la parola a Greta Thunberg, come avrebbe potuto far sapere perché stava seduta davanti al parlamento svedese? Abbiamo bisogno delle parole! Chi lo nega, è perché si fa imbambolare da una narrazione polarizzata. Polarizzazione che è uno dei mali del nostro presente (o stai così o stai cosà); ma grazie al cielo noi esseri umani siamo in grado di portare avanti anche più istanze in contemporanea.

Perché dal punto di vista dell’uso della lingua rimangono delle resistenze ad averne maggiore cura, perfino da parte di chi non ha alcun problema ad esempio con l’omosessualità?

Il confine della cosiddetta normalità si è spostato in avanti negli ultimi decenni e oggi una coppia omoaffettiva alla maggior parte delle persone non fa né caldo né freddo. L’identità è invece a mio parere la nuova frontiera della comprensione da parte della società. Anzitutto c’è ancora confusione e tanti faticano a capire di cosa si stia parlando. Poi, una volta messi fuori uso i termini apertamente offensivi, gli epiteti spregiativi (come frocio), le persone omosessuali non hanno problemi di piazzamento linguistico, di sentirsi cioè a casa nella loro lingua, perché di solito si riconoscono nel maschile o nel femminile. Il punto è che la questione linguistica non tocca le persone omosessuali. Io stessa non considero schwa o asterisco come soluzioni, ma il pregio di questi escamotage linguistici è avere iniziato a far parlare la comunità delle persone gender non conforming; invisibili fino a pochi anni fa. Inoltre molte persone che hanno scoperto di essere ad esempio non binarie, per molto tempo non hanno avuto un modo per definirsi e rientravano nella categoria strani o stravaganti.

L’invito o la richiesta all’uso di parole più precise (vale per la questione di genere così come per l’impiego del femminile ad esempio) suscitano non di rado un certo fastidio. Perché?

C’è l’onda lunga della contrapposizione tra fatti e parole di cui parlavamo sopra (“l’importante è che ci sia un presidente del Consiglio donna, poi come lo si chiami è indifferente”), che però come detto non esiste. E poi c’è l’abitudine, che in lingua conta moltissimo: il “si è sempre fatto così” è una motivazione centrale nella resistenza alle novità linguistiche. Noi esseri umani ci sediamo un po’ su quello che sappiamo, sui nostri allori personali e fatichiamo a cambiare rispetto a quello cui siamo stati avvezzi. C’è poi una terza questione, che ha in ‘patriarcato’ la parola chiave. Non è un caso che Giorgia Meloni, politicamente di destra, abbia deciso di farsi chiamare al maschile. Fatta da altre donne di destra prima di lei, la scelta dimostra che il maschile è ancora visto come il genere di prestigio: essere chiamata IL presidente del Consiglio è ritenuto più prestigioso di LA presidente. Una donna in una carica apicale è davvero importante se può assumere su di sé anche il titolo maschile.

Le parole che usiamo fanno di noi ciò che siamo? E viceversa? Siamo cioè le parole che scegliamo?

Ancor prima di servire per la comunicazione fra persone, la lingua serve per capire chi siamo noi. Quello di cercare di rispondere alla domanda “chi sono io?, come sono fatta?, quali sono le mie caratteristiche?” è un processo che iniziamo presto nella vita. Quando ci si riconosce immediatamente in una serie di ‘cartellini’ è più semplice; quando invece non corrispondiamo ai cartellini standard o a quelli attesi, si può avere qualche difficoltà in più. La lingua è un fortissimo atto identitario: io sono il mio nome e il mio cognome e poi una serie di descrittori, che se ho fortuna ho potuto scegliere io, e non altri, per me. L’atto identitario implica poi avere le parole per parlare di ciò che si prova, delle proprie sensazioni. In questo le donne sono più scafate e nella visione un po’ rigida dei sessi tramandata ancora oggi, che una donna parli di sé e dei suoi sentimenti non è disdicevole, che lo faccia un uomo è visto come poco virile. In realtà ciò crea maschi fragili, perché non possono parlare dei propri sentimenti e ritengono di non poter piangere o star male. In generale, non avere le parole per definire ciò che si prova crea un grande senso di frustrazione, mentre riuscire a dare nome alle proprie sensazioni è qualcosa che cementa anche la propria identità. Io, ad esempio, spesso ho parlato dei miei fallimenti o situazioni che mi hanno fatto star male. Quando riesco a dare forma alle cose che mi causano sofferenza è come se potessi tirarle fuori da me, metterle di fronte e, una volta guardate meglio, riporle su un ipotetico ripiano.

A Giorgia (2a classe) l’uso del maschile per rivolgersi a un gruppo (una classe, un pubblico) che comprende anche donne “non dà fastidio: è così l’italiano – dice – e non ritengo sia un problema”. Il maschile sovraesteso è un falso problema?

Ma ci si chiede mai: “Perché è così”? Quegli studiosi che minimizzano la questione di genere si appellano al fatto che il maschile sia la forma standard. Però “come mai il maschile è la forma standard?” è la domanda che ci si dovrebbe porre. La risposta è che è la riproduzione di uno squilibrio di potere. Non è un caso che il maschile sia sempre stato e rimanga la base anche da un punto di vista sociale, politico, economico, culturale di potere. Non per nulla la donna è arrivata tardi a poter studiare o ad avere il diritto di votare. Non è scritto sulle tavole delle leggi, che il maschile debba essere la forma base. Il motivo perché è ancora così c’è e va ricostruito sulla base della conoscenza della storia.

E come si può superare l’uso del maschile sovraesteso?

Eh... Al momento ciò che si può fare è riconoscerne i limiti. Sul “buongiorno a tutti” non ci sono problemi, ma se una donna legge “cercasi ingegnere” in molte persone scatta l’idea che non si stia cercando una donna. Lo psicolinguista svizzero Pascal Gygax dimostra che, per quanto a livello consapevole sappiamo che il maschile abbia talvolta la funzione di sovraesteso, in prima battuta il nostro cervello lo decodifica come maschile e solo dopo come anche femminile. Riconoscendo dunque questo limite cognitivo del maschile, si può cercare di usarlo un po’ meno; non per forza superandolo con schwa, u, asterisco o altri esperimenti linguistici. È chiaro che quando si parla è difficile avere un tale controllo da ricordarsi di non usare il maschile, ma a volte ci si può concentrare sui punti topici di cui ci si ricorda maggiormente. Questi punti in un discorso sono l’inizio e la fine e, pur senza usare lo schwa, con un semplice “buongiorno” o “ringrazio le persone presenti”, si è già fatto uno statement.

I neologismi trovano spesso resistenze da parte di chi ci vede una sorta di attacco alla tradizione. È così? Per una parola che nasce, ce n’è una che deve morire?

No, la lingua si amplia. La conoscenza linguistica si costruisce per aggiunta e non per sostituzione. Lo schwa, nel suo piccolo (ha comunque varcato i confini d’Italia), rappresenta una risorsa in più.

E se lo schwa non piace?

Basta non usarlo.

‘Conta il messaggio’

Poster visti di sfuggita, testi non letti. È la rete la via migliore per raggiungere i giovani? No, dice Katharina Lobinger, perché loro non si limitano a un unico canale

«Dopo il caso di Giulia Cecchettin», ventiduenne uccisa l’11 novembre 2023 dal suo ex ragazzo, Emily ha iniziato a interessarsi «alle questioni legate al genere molto più di quanto facessi prima». Un femminicidio, quello della studentessa universitaria veneta, che in Italia – dove in media ogni due-tre giorni una donna viene ammazzata da un uomo, proprio in quanto donna – ha suscitato parecchio clamore, indignazione e rabbia e scatenato un vasto dibattito. «Se n’è parlato tanto. Ma di queste cose – afferma l’allieva di una seconda classe al Liceo di Bellinzona – a mio parere qui si discute davvero poco. Invece ritengo che si dovrebbe farlo parecchio di più: sono argomenti sui quali penso occorra sensibilizzare i giovani, ma la scuola non lo fa per nulla o raramente».

Quella di Emily, che ci dice di avere letto tutti i testi dei poster della mostra ‘Noi Gender’ è una voce fuori dal coro. La manciata di studenti intercettati tra una lezione e un’altra ammette, chi con un sorriso chi con un velo di simpatico imbarazzo, di «non averci fatto granché caso» (come Camilla, 2a) o, tutt’al più, al pari di Alessia (2a), di averci «dato un’occhiata di sfuggita». Forse – riflette Alejandro (3a) – se «la scuola accompagnasse queste iniziative con qualche spiegazione, ci sarebbe più interesse da parte di noi studenti». Marta (2a) ha sentito di una classe che è stata accompagnata da una professoressa, «ma dei nostri insegnanti – ci dice – nessuno ne ha fatto cenno». Nora (2a) di solito va «di fretta» e ha visto i pannelli senza soffermarcisi troppo e comunque «di questo tipo di argomenti parlo piuttosto in famiglia»; Aurora (2a) «onestamente no», non ha guardato i cartelloni; Larissa (2a) neanche «e poi – sorride – abbiamo tante cose di scuola alle quali pensare e di cui preoccuparci».

Per quanto composto da un campione che, anche solo per numeri, non può né ha la pretesa di essere rappresentativo di una fascia di età, il quadro uscito in base al rapido sondaggio porterebbe perlomeno a supporre, se non proprio a dedurre, che dal punto di vista della comunicazione i cartelloni – ancorché grandi, perciò difficili da non vedere – non siano un canale capace di avvicinare e raggiungere i giovani. È così? Ne abbiamo parlato con Katharina Lobinger, professoressa straordinaria alla Facoltà di comunicazione, cultura e società dell’Università della Svizzera italiana; le cui riflessioni – precisa e precisiamo – sono di carattere generale e non si riferiscono in modo specifico all’esposizione ‘Noi Gender’.

Farci caso senza farci caso

Nel mondo della comunicazione oggi non mancano gli stimoli, specialmente visivi, veicolati (talvolta ‘bombardati’) tramite innumerevoli canali più o meno innovativi. Su quale sia l’efficacia della più tradizionale cartellonistica per un pubblico giovane, secondo Lobinger «una risposta netta e univoca è difficile da dare». Nel merito sono tre i punti che la professoressa dell’Usi evidenzia come spunti di riflessione. Il primo è che «in generale direi sì, anche i pannelli possono funzionare; ma molto dipende dalle modalità e da ciò che si vuole raggiungere». E fa un esempio: in un lavoro condotto qualche anno fa all’Università di Vienna, a trecento studenti sottopose tre versioni di un articolo: medesimo testo, immagini diverse. Solo dopo che gli alunni completarono un questionario, venne spiegato loro che ciò che l’esperimento mirava a verificare era il ruolo dell’immagine. «Molti si scusarono perché, così dissero, non ci avevano fatto caso. Però, esaminando le risposte, ciò che emerse fu che era stata fatta una diversa analisi delle tre versioni proprio perché le immagini erano diverse». Ciò si spiega con il fatto che «quando si tratta di comunicazione visiva (e i cartelloni sono un modo molto visivo), spesso la risposta è “non ho visto” o “non ho guardato con attenzione”. Un’immagine è qualcosa che invece si guarda, per quanto magari senza badarci troppo». Le risposte dei liceali, dunque, non stupiscono «e però non significano che non abbiano ‘reagito’. Mi spiego. Prendiamo i cartelloni lungo le strade: se chiediamo “li hai notati?” a chi si sposta nel tragitto casa-lavoro, parecchi diranno e penseranno di no. E allora come mai tante aziende investono parecchio in quella forma di comunicazione? Perché in realtà i manifesti hanno un impatto. Ci sono analisi che evidenziano come le persone sappiano dire con esattezza se hanno già visto una data immagine. È dunque assai probabile che se si andasse dagli studenti sentiti e si chiedesse loro se hanno già osservato determinati manifesti, saprebbero dire quali hanno scorto e quali no». Uno degli impatti (di cui sovente non ci rendiamo conto) è che con l’argomento o l’oggetto del cartellone si crea una certa familiarità. «In campo pubblicitario ciò è definito ‘mere exposure’: è l’effetto che si produce per il semplice fatto di essere stati esposti a un messaggio e che ad esempio, in caso di scelta di una tipologia di prodotto mai acquistata, porta a scegliere un articolo che ci è in qualche modo familiare. E familiare può essere qualcosa visto anche solo di sfuggita in una pubblicità e che torna alla mente nel momento in cui si deve comperare quella cosa. Il medesimo meccanismo può scattare nell’ambito di una campagna sociale». Che i giovani abbiano letto o meno i testi della mostra, dunque, non vuol dire che non ne abbiano comunque immagazzinato l’argomento, che potranno avvertire in qualche modo noto nel caso in cui se lo trovino riproposto.

Il secondo punto è che nel quotidiano spesso intendiamo la comunicazione come una forma di trasmissione (è il ‘transmission model of communication’). Gran parte della divulgazione non vuole però essere trasmissiva, bensì creare comunità, attenzione, connessione. Altri modelli (come il ‘ritual model’) ritengono il contatto più rilevante dell’informazione stessa. È il caso quando qualcuno ci manda un’immagine: non per forza è il contenuto dell’immagine in sé che quel qualcuno vuole trasmettere, magari il suo messaggio è farci sapere che ci sta pensando. Ciò che conta in molti ambiti della comunicazione è creare una consapevolezza: non si mira a far passare ogni dettaglio, ma piuttosto a mettere sul tavolo un soggetto che potrebbe essere importante».

La mostra è tutt’altro che fuori moda

C’è poi il caso di quando si valuta il pubblico «come un pacchetto unico – ed è il terzo punto –, mentre ci sono sia persone che si interessano molto a un determinato argomento, sul quale si informano in modo approfondito (e già fornire qualcosa a questa fetta di mercato è essenziale), sia persone che non si raggiungono con nessun mezzo». E per tornare ai giovani, «non si limitano a un solo canale. Spesso si pensa che stiano solo sui social, ma non è assolutamente scontato che una campagna condotta esclusivamente su queste reti sia più efficace: potrebbero vederla comparire nel loro ‘scrollare’ (scorrere più o meno compulsivamente le pagine), darle un’occhiata rapida e passare ad altro. Puntare solo sui social può valere, ma solo in parte; e comunque determinante è il contenuto che ognuno si crea. Instagram, TikTok e via dicendo sono mondi assai personalizzati e se nel feed compare un messaggio che esula dai propri interessi, non è detto che catturi l’attenzione. Più che altro a essere importanti sono due fattori. Uno è, come detto, quello che s’intende comunicare. Prendiamo il cambiamento climatico: è una questione attorno alla quale c’è tanta attenzione; perciò divulgare qualcosa relativo a questo ambito richiede uno sforzo minore, perché la comunicazione si va a inserire in un dibattito che non solo c’è già, ma è anche molto avanzato. Se invece si parla di temi nuovi o percepiti come tali, l’interesse ancora basso richiede che prima debba essere creata l’attenzione e solo dopo, passo dopo passo, venga sviluppato un discorso. Va aggiunto che i percorsi non sono uguali per ogni argomento: ciò che funziona per un contenuto, infatti, non è automatico che funzioni per tutti. Si parla in questo senso di ‘waves of attention’; vale a dire onde di attenzione per una certa questione, che rilevano in modo deciso dove si trova la società relativamente a una tematica».

Il secondo fattore determinante affinché un messaggio faccia presa, è il modo in cui un elemento si inserisce in un dibattito più ampio (se se ne parla con insegnanti o colleghi di lavoro, se si crea un dibattito con amici o conoscenti). «Vale anche per la cartellonistica: vedere che un soggetto è ripreso in altre conversazioni o su canali diversi, fa assumere a quel soggetto tutt’altro valore. Perciò se si vuole ‘spingere’ un argomento, che può essere anche di carattere sociale, l’ideale è creare un discorso ampio dentro il quale una mostra può essere un tassello essenziale». L’esposizione, forma che può venire ritenuta arcaica o fuori moda, «invece è attuale ed è parte di un tutto».

L’esposizione

Il genere è ovunque

Otto postazioni per approfondire la tematica del genere. Con la possibilità di organizzare incontri per il corpo docente e le/gli allieve/i con i rappresentanti di Zona Protetta e altri partner esperti del tema. L’esposizione ‘Noi Gender’, promossa dal Percento culturale Migros, unitamente al servizio per le pari opportunità del Canton Ticino, alla Fondazione diritti umani e ad altri partner e organizzazioni, è – si legge sul sito internet dedicato all’iniziativa – un invito al dialogo e alla riflessione. A ragionare, cioè, “sui pregiudizi e a conoscere meglio noi stessƏ e altrƏ. Dai peli ai baci, dai cliché alla moda, dagli organi sessuali alla giustizia: senza giri di parole l’esposizione” ha l’intento di “mettere a confronto con i grandi interrogativi della vita. Fatti storici, statistiche e testimonianze dirette forniscono materiale utile per una discussione aperta ed esperimenti mentali”.

Il genere (gender in inglese) “è ovunque: nel nostro corpo e nella nostra mente, al parco giochi e allo stadio, al tavolo con la famiglia e in giro con ə amicə. Ma perché poi? Cosa fa di noi una donna o un uomo? Non c’è forse altro?”. Dall’identità di g., ai ruoli di g., all’espressione di g.; al sesso biologico, all’orientamento sessuale. “Quando si parla di genere, il discorso è estremamente complesso”.

‘Noi Gender’ è stata esposta all’Università della Svizzera italiana a Lugano (marzo-giugno 2022), a Villa Argentina a Mendrisio (giugno-agosto 2022), al Liceo cantonale di Mendrisio (settembre-dicembre 2022), al Liceo cantonale di Lugano (settembre-ottobre 2023) e al Liceo cantonale di Bellinzona (ottobre 2023-gennaio 2024).