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La sostenibile leggerezza dell'essere secondo Gianni Vattimo

Sapeva spiegare, ordinare, esemplificare, attualizzare. E intervenire. Un ritratto del filosofo e politico italiano, morto lo scorso 19 settembre

Nel 2011 a Buenos Aires
(Wikipedia)
25 settembre 2023
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Per un lettore di lingua italiana interessato, a vario titolo, allo studio della filosofia, il primo pensiero associato alla figura del filosofo Gianni Vattimo riguarda la sua capacità di spiegare, offrendo chiavi interpretative chiarificatrici, due autori di grande rilievo nella filosofia contemporanea e punti di riferimento del suo pensiero: Friedrich Nietzsche e Martin Heidegger. Due filosofi importanti ma molto difficili: l’uno per la sua asistematicità, l’altro per la sua oscurità. Vattimo sapeva spiegare, ordinare, esemplificare, attualizzare. Anche la sua propensione a intervenire, qualche volta in modo parecchio spregiudicato, nel dibattito pubblico (fu anche deputato al Parlamento europeo) era favorita da questa dote. Diceva che la chiarezza espositiva gli veniva dall’esperienza giovanile nell’Azione cattolica, dove aveva imparato a parlare in pubblico, e non tanto da quella alla Rai, con gli amici Umberto Eco e Furio Colombo.

Per Vattimo, nato nel 1936, figlio di un immigrato calabrese a Torino e di una torinese, fondamentale fu la formazione cattolica, oltre che quella classica e filosofica. All’università della capitale piemontese si laureò nel 1959 con Luigi Pareyson, pensatore cattolico vicino all’esistenzialismo e alla filosofia dell’interpretazione dell’esperienza religiosa. La convivenza fra la formazione cattolica e la sua omosessualità fu per lui un costante motivo di sofferenza, a causa dei suoi sensi di colpa e per le pressioni esterne (raccontò che da ragazzo il suo padre spirituale, visto che le preghiere non bastavano a ‘guarirlo’, lo mandò dallo psichiatra).

Tradurre e tradire

Spiegare significa avere il coraggio di illustrare il pensiero di un autore non usando solo le sue stesse parole: dunque di interpretare, tradurre e quindi anche tradire. In un’intervista di qualche anno fa sulla ‘Stampa’ (ripubblicata il 20 settembre scorso e reperibile all’indirizzo www.lastampa.it/cultura/2023/09/20/news/gianni_vattimo_spiegato_da_se_medesimo_medesimo_pensando_che_quelluomo_anziano_in_poltrona_col_gatto_sulle_ginocchia_era_-13374393/) così il filosofo sintetizzava l’interpretazione di Heidegger da lui offerta nel volume Essere storia e linguaggio in Heidegger (Marietti, Genova 1989): “Quando cerco di spiegare Heidegger semplicemente dico che è un Kant senza i trascendentali e con la storia, perché tutto sommato l’esperienza della verità che lui fa è condizionata da una cornice storica che è la storia dell’essere. Ripete spesso i versi di Hölderlin ‘Solo a momenti sopporta l'uomo pienezza divina, sogno di essi è dopo la vita’: cioè ci sono dei momenti di illuminazione della storia dentro i quali si articola un’epoca, ci sono dei grandi momenti che sono le opere d’arte, ecco perché Essere storia e linguaggio in Heidegger è soprattutto la storia che accade nel linguaggio per opera dell’arte, che vuol dire che la storia non sono i fatti ma le aperture temporali destinali dentro cui uno si trova gettato”. Ecco una spiegazione, o un tentativo di spiegazione, che certo presuppone ancora conoscenze filosofiche, ma che, per chi sa qualcosa di filosofia, facilita il cammino. Ci dice Vattimo, e qui semplifico la semplificazione (magari sarebbe troppo anche per il tollerante Vattimo): anche Heidegger, come Kant, si pone il problema di quali siano gli occhiali con cui guardiamo il mondo; anche per lui questi occhiali non sono parte del mondo (per questo non li vediamo), non sono fatti (naturali o storici), bensì presupposti, “aperture” sui fatti; ma per Heidegger, a differenza di Kant, questi occhiali non sono “trascendentali”: ovvero, non sono né un prodotto del soggetto (di un Cogito, una coscienza, un Io), né eterni, immutabili, ma sono l’essere stesso e sono storici, mutevoli (l’essere non è una cosa, ma consiste nelle “aperture temporali” sugli enti, sulle cose). Ogni tanto vi sono momenti in cui non solo succedono cose nuove, ma cambia per noi il modo in cui le cose possono succedere e poi essere conosciute: cambia il mondo.

Il pensiero debole

Eccolo qui un presupposto del famoso o famigerato “pensiero debole” (Il pensiero debole, a cura di G. Vattimo e P. A. Rovatti, Feltrinelli, Milano 1983): un pensiero che coglie la radicale storicità dell’essere e del pensiero. A Vattimo la debolezza piaceva, nel senso della rinuncia alla pretesa di presentare principi, valori, norme, dottrine come validi in assoluto, evidenti, definitivi. Egli si sentiva vicino al cristianesimo perché lo considerava una religione “debole” – anche se si è tante volte tentato di imporla con la forza – in cui il Dio-Cristo rinuncia al sacrificio umano e si sacrifica egli stesso, nel nome della pietà e della tolleranza (Credere di credere, Garzanti, Milano 1996).

L’essere, dunque, non è sostanza, ente, ma orizzonte, apertura (gli occhiali), precomprensione (persino pregiudizio) che permette l’interpretazione degli enti. Vi è stato un mondo in cui ha avuto senso chiedersi se una donna fosse una strega, e un mondo, il nostro, in cui è inconcepibile e aberrante. Il mondo non lo scegliamo noi, accade (ci cade addosso), è il nostro destino; non c’è nulla di convenzionale o di banalmente relativistico nel pensiero debole, secondo Vattimo (ma non secondo i suoi critici realisti e razionalisti, che gli rivolgono proprio l’accusa di relativismo).

Fatti e interpretazioni

È vero che non ci sono fatti, ma interpretazioni, ma le interpretazioni, analogamente a quanto accade quando interpretiamo un testo, non dipendono dal capriccio del lettore, ma da un comprendere che non è in suo potere, in cui è gettato (dall’educazione, dalla tradizione, dalla vicenda personale ecc.). È questa una delle tesi di base della filosofia ermeneutica di Hans Georg Gadamer, allievo di Heidegger e fonte di ispirazione per Vattimo, che ne ha tradotto in italiano alcune opere.

La frase “non ci sono fatti ma interpretazioni” è di Nietzsche, e qui arriviamo all’altro autore di riferimento per il nostro filosofo. Centrale per lui è in primo luogo il Nietzsche critico del concetto di verità (Il soggetto e la maschera, Bompiani, Milano 1974; Dialogo con Nietzsche Saggi 1961-2000, Garzanti, Milano 2000), che lui vede, per altro in linea con l’interpretazione prevalente, come il filosofo del prospettivismo, secondo cui il fatto che noi conosciamo il mondo sempre da certi punti di vista (con certi occhiali) finisce col rendere inutilizzabile l’idea di verità intesa come corrispondenza fra proposizione e mondo.

Nichilismo felice

Vattimo non pensava che queste riflessioni sulla perdita della verità e sulla debolezza del pensiero suonassero come condanna del tempo presente, votato all’assurdo o alla banalità (“Una vogliuzza per il giorno e una per la notte, salva restando la salute”, come diceva Nietzsche), all’inautenticità (Heidegger) o alla reificazione (Marx). Egli predicava una specie di nichilismo felice. Se il mondo vero diviene favola, per riprendere un’altra espressione di Nietzsche, si alleggerisce e ci lascia più liberi. Questo ottimismo emerge in un altro libro di Vattimo, della fine degli anni Ottanta, La società trasparente (Garzanti, Milano 1989), che è un elogio della società contemporanea molto mediatizzata, in cui si manifesterebbe una molteplicità di visioni, interpretazioni, punti di vista che finiscono per costituire nuove possibilità di esperienza.

Poi Vattimo si ricrederà riguardo alle potenzialità di questa società della comunicazione generalizzata (che è, in Italia, quella del trionfo di Berlusconi). In seguito i suoi critici gli faranno notare che, a furia di prendersela con la verità, siamo arrivati al mondo della “post-verità” e delle “fake news”. Ma egli ribadiva che, di fronte a questi fenomeni, non si tratta di riaffermare il primato della Verità, della Realtà, dell’Uomo, ma che il torto della tecnica, del neoliberismo, e anche del populismo e della disinformazione imperanti è proprio quello di pretendere di essere a loro volta pensiero unico, forte, assertivo, magari in forma parodistica, sguaiata: in effetti, per esempio, meno i politici capiscono e possono, più urlano e asseriscono, naturalmente tutto e il contrario di tutto. Per parafrasare Karl Kraus, sono fedelissimi, ogni volta a un’idea diversa. Queste considerazioni lo avevano spinto, per opposizione, verso il comunismo, ma un comunismo ormai perdente, debole anch’esso (pensiero debole per i deboli), come la religione cristiana in un’epoca secolarizzata.

Non è qui la sede per valutare se queste tesi reggano a un esame critico, nell’accademia filosofica. Certamente l’impostazione “post-moderna” del pensiero di Vattimo ha perso nel tempo quella centralità nel dibattito filosofico italiano ed europeo di cui godeva negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. D’altronde, probabilmente, Vattimo avrebbe osservato che, essendo ormai un professore emerito, senza problemi di carriera, poteva infischiarsene. La cosa è ancora più vera ora che ci ha lasciati. Il problema di fare i conti col suo pensiero e con i grandi autori che lo hanno nutrito è solo nostro.

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