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Da sinistra, Natascia Bandecchi, Roberto Vecchioni ed Elizabeth La Rosa (foto: Elizabeth La Rosa)
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26.06.2021 - 18:420
Aggiornamento : 20:24

The deep NEsT, dentro la rete che diventa nido

Su YouTube c'è il bel progetto ticinese di Natascia Bandecchi ed Elizabeth La Rosa sul tema della diversità. Aldina Crespi e Roberto Vecchioni i primi ospiti.

Una delle due adora il mare e le infradito, l’altra la Luna e il buon vino. Non abbiamo la soluzione del mistero, e nemmeno la vogliamo conoscere. Il non saperlo contribuisce ad alimentare la curiosità sul chi vi sta dietro, tipico delle interviste senza le domande, che diventano racconto, confidenza, anche monologo. Di quelle in cui è inevitabile arrivare sino alla fine (e in cui non si corre il rischio che l’intervistatore s’incensi e ti porta da un'altra parte).

Breve sinossi di The deep NEsT, bel prodotto tutto ticinese da vedersi/ascoltarsi solo su YouTube, dietro il quale si muovono la giornalista Natascia Bandecchi e fotografa e videomaker Elizabeth La Rosa, «partner in crime» dell’associazione Imbarco Immediato, punto di riferimento ticinese del mondo LGBT+: «Non amo troppo la parola, ma il tema di queste interviste è la diversità, nelle sue molteplici accezioni», dice Bandecchi. «The deep NEsT è un volontariato che nasce e cresce durante il nostro tempo libero, sia io che Elizabeth abbiamo altre attività lavorative. Ma gli dedichiamo passione, forza, energia. Non ci siamo immaginate una forma, siamo andate di pancia, di getto, una di quelle cose che senti di dover fare, senza troppa razionalità».

Sarà che cade in giugno, mese dell’orgoglio gay, il primo ciclo è dedicato proprio al mondo LGBT+. The deep NEsT ha inaugurato le sue web-emissioni con Aldina Crespi, giornalista, volto, voce della Rsi; seguita, una settimana fa, da Roberto Vecchioni padre di Francesca, donna e ‘Figlia’ – titolo di un piccolo capolavoro scrittole dal padre nel 1976 – omosessuale.

Natascia Bandecchi: con tutte le sue maiuscole e minuscole, ci spieghi The deep NEsT?

Cercavamo forsennatamente un nome accattivante ma che fosse significativo per il progetto. Abbiamo giocato con l’inglese e ci siamo dette che avremmo davvero voluto andare oltre, in profondità. In tanti sono capaci di fare interviste, così ci siamo chieste cosa potessimo dare di più in questa società non abituata a prendersi del tempo, a sedersi e ad ascoltare in modo tridimensionale quel che un ospite può confidarti. E allora ci siamo concentrate sulle confidenze, sulle profondità, su quel nido in cui si crea l’intimità. Nido è “nest”, la rete è “net”. Ecco NEsT. Suonava bene. Come si dice in inglese, era ‘catchy’…

A chi si rivolge The deep NEsT?

A tutte quelle persone che vogliono dare, attraverso la propria esperienza, un punto di vista sulle diversità. Abbiamo iniziato con il mondo LGBT+, che ci sta a cuore, ma anche le disabilità, le donne. I temi sono tanti. Nel primo episodio c’è Aldina Crespi, donna lesbica nata a fine anni Cinquanta. Ci è sembrato interessante sapere come sia e come sia stato essere omosessuale per una donna della sua età. E Aldina ci ha aperto un mondo, si è confidata, ha detto cose forti. Il bello di questi incontri è proprio dare la possibilità a chi ascolta di non fermarsi al personaggio, ma di poter conoscere ciò che vi sta dietro.

Quella di Aldina Crespi sulla diversità è una lezione che include tutti, anche la comunità omosessuale che s'indigna per una donna lesbica, lei, che a un certo punto della vita s'innamora di un uomo. ‘A prescindere da quale sia la diversità’, dice, ‘la digeriamo comunque molto male’...

Proprio per quello ci ha colpite la risonanza che ha avuto la sua intervista. Dal riscontro che abbiamo ricevuto abbiamo percepito come qui ci sia veramente bisogno, semplicemente, di parlarne, perché non c’è niente di sbagliato. Nelle persone più mature, spesso c’è molta omertà. C’è chi non ha mai comunicato a nessuno la propria omosessualità e anche Aldina conserva un briciolo di amarezza per il non averlo mai verbalizzato apertamente ai genitori. Personalmente, penso che sia un peccato. Io, ai miei l'ho detto, forse un po’ tardi ma l’ho detto, e la cosa mi ha provocato una sensazione di libertà. E se l’accettazione non parte in primis da noi, come si può pretendere di riceverla dall'esterno?

Parli di libertà, che per Aldina Crespi è il contrario di tolleranza, ‘una delle peggiori cose che abbiamo addosso’, dice nell'intervista...

Sì, tolleranza è una parola che fa ancora effetto sentir pronunciare nel 2021. Ma il cammino c’è, la strada è chiara, per questo è importante veicolare un certo tipo di messaggio, parlarne. Io non devo convincere nessuno: posso informare, raccontando storie di vita quotidiana.

Aldina Crespi dice anche che i giovani di oggi sono “più risolti di noi”, però invita a non dare nulla per scontato…

Penso che il problema di fondo sia una scissione, in primis, a livello culturale. Aldina, a un certo punto del suo racconto dice, che si dovrebbe partire dalle scuole: ebbene, io sono nata nel 1976 e non ricordo di averne sentito parlare, né a scuola, né in televisione. Oggi invece esistono gli strumenti e le possibilità per promuovere un certo tipo di educazione che non è propaganda, ma semplicemente educare. E tutto questo parte, fondamentalmente, dalla famiglia, dal messaggio che essa veicola ai propri figli, educandoli sì al fatto che esistano esseri umani diversi da te, ma questo non è sbagliato e, come ogni cosa, va spiegata, raccontata. Non bisogna porre un pregiudizio quando, in fondo, il pregiudizio non c’è.

La risposta di Roberto Vecchioni al coming out della figlia Francesca ha fatto, in un certo senso, giurisprudenza: chi, alla dichiarazione “Papà, ti devo dire che sono gay”, non vorrebbe sentirsi rispondere da un genitore “Dio mio, pensavo che ti drogassi!”…

Penso che, come tutti gli esseri umani, abbiamo bisogno del consenso, dell’apprezzamento degli altri. In seno alla propria famiglia poi, si cerca sempre una conferma dal papà e dalla mamma. Da donna, posso capire la paura di una figlia di deludere le aspettative di un padre. È tutto nel libro di Francesca, ‘T’innamorerai senza pensare’, che prende il titolo da un verso della canzone che il padre le aveva dedicato quand’era giovincella: l’augurio che un padre o una madre, un fratello o una sorella possono fare a un ragazzo o a una ragazza che decide che è giunto il momento di fare coming out, questa sorta di confessione che io preferisco intendere come un condividere con la propria famiglia il proprio orientamento sessuale, è proprio dire “Non m’importa con chi tu starai, l’importante è che tu sia chi desideri essere”.

Il professor Vecchioni parla di “persone che hanno scelto di amare”, forse anche questo fa giurisprudenza…

Il punto è quello. L’atto di amare è naturale e da un certo punto di vista può essere estremamente rivoluzionario. Amare a prescindere dall’orientamento, dal genere, dalla razza, dalla provenienza. Amare è qualcosa che racchiude l’essenza del tutto.

Il 26 settembre si vota per il matrimonio per tutti, in una Svizzera che ha ancora molti passi da compiere in materia di diritti: forse quella difficoltà di condividere il proprio orientamento è anche il risultato di una chiusura più generale…

Sì, non so se chiamarla chiusura; forse è solo timore del giudizio dell’altro, per cui vince quell’ansia da prestazione del dover sembrare ciò che gli altri si aspettano da te, un buon lavoro, lo stipendio sul conto il 25 del mese, le cose fatte come si crede sia giusto si debbano fare. In realtà, essere un outsider qui da noi non è ancora omologato: siamo in un momento storico nel quale i giovani sono veramente ‘sgamati’, tranquilli nell’esprimere la propria essenza per quella che è senza farsi troppe storie, ma poi si mette sempre di mezzo quel “sì, vorrei, però aspetta”. Ci vuole del tempo, ci vuole un’informazione autentica. Ecco perché credo possa essere importante raccontarsi per quello che si è vissuto, compresi gli errori commessi, che servono a capire chi si é.

Quanta disponibilità a raccontarsi in The deep NEsT avete trovato?

Molta. Forse sarà il modo in cui ci poniamo, sarà che le persone captano la nostra passione e l’intenzione che si cela dietro il progetto. Hanno detto di sì tutti. L’unico a prendersi del tempo è stato l’avvocato Gianmarco Negri, il primo sindaco transgender italiano. Ma ci sono tante persone, anche ‘vippose’, che hanno dato il loro consenso, subito e istantaneamente, pur sapendo che si tratta di un progetto indipendente, che non fa capo a una testata giornalistica o a un’emittente televisiva. Da parte nostra, ci crediamo profondamente, e alla fine di ogni intervista ci leggiamo negli occhi qualcosa che assomiglia a un “ci voleva”.

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