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A destra il Maestro, a sinistra il Maestrone
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14.06.2020 - 13:46
Aggiornamento: 19:56

Auguri Guccini: 'Più semplice di come lo si vuole raccontare'

'E lui semplice vuole restare'. L'intervista integrale a Vince Tempera, al suo fianco da 'L'isola non trovata' a 'L'ultima Thule': Francesco 'il più grande di tutti'.

“Una carriera lunghissima di canzoni, libri e tour infiniti di quando i tour non avevano bisogno di un disco in uscita per esserci e il riassunto dei titolisti per i suoi 80 anni è Non sono mai stato un comunista'” scrive, riferita a papà Francesco, Teresa Guccini, la figlia. Lo fa su Twitter più o meno al termine della Settimana Santa post-pandemia apertasi per gli ottant’anni del cantautore, che cadono oggi, e iniziata anche prima della diretta dal buen retiro di Pavana di domenica scorsa, giorno di festa e di novità letterarie, con amici vicini e lontani. Vicini come Ligabue, che nella sua ‘Caro il mio Francesco’, in un 2010 di ‘Arrivederci, mostro!’, gli scriveva “alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino”, un po’ per affetto e un po’ per autoanalisi. “Questa lettera ti arriva – scriveva il Luciano da Correggio – in un paese piccolo lì sugli Appennini. Ho capito forse come mai ci vivi”.

Tra gli amici vicini c’è anche un grande della musica che con il Maestrone condivide, in forma leggermente ridotta, il titolo onorario. «C’è tanta vita vissuta, e c’è tanta musica che va raccontata», ci dice il Maestro Vince Tempera, nei dischi e dal vivo dall’inizio di tutta «la musica registrata di Guccini», come la definisce lui, fino all’ultimo suo atto discografico. «Sono le cose che non si raccontano mai. Anche l’ultima intervista sul Corriere, sempre a cercare la politica, il personaggio, le solite cose. Invece il personaggio è un altro, è più semplice di come lo si vuole raccontare. E lui vuole rimanere semplice».

Quella semplicità raccontata a laRegione nel 2017 prima di venire a raccontare il suo ‘Vita da elfi’ a Lugano: la sua Bologna “Parigi minore”, “le chitarre messe in un angolo”, il tornare “da dove sono partito, come i marinai che girano il mondo e tornano sempre al porto dal quale sono salpati”. E poi “il sole meraviglioso” sugli Appennini, e la voglia di andar per funghi. «Tutti cercano di scoprire qualcosa di lui adesso – spiega Tempera – ma scopri qualcosa sul Guccini di prima, di quando aveva trentanni, non di quello che ne ha ottanta. A ottant’anni hai vissuto. Anche lui lo sa».

Maestro Tempera, partiamo da Modena 1967?

Certo. Nel giugno di quell’anno conosco il primo produttore dei Nomadi e di Francesco Guccini, l’avvocato Corrado Bacchelli di Modena, che mi invita a lavorare per loro, sotto contratto con La Voce del Padrone, per arrangiare le canzoni. Bacchelli ci fissa un appuntamento di lavoro attorno ai 18-20 di agosto a Novellara, in provincia di Modena. Al tempo lavoravo com un’altra cantante modenese, Carmen Villani. Rientro a Modena nel pomeriggio con un caldo pazzesco su questo treno che parte dal Meridione e in stazione a Modena viene a prendermi il paroliere dei Nomadi, che è Francesco Guccini. Fermo sul marciapiede, alto, senza barba. Ci presentiamo: “Piacere Tempera”; “Piacere Francesco”. Usciamo sul piazzale di questo caldissimo agosto modenese e io chiedo: “Bene. Come ci andiamo alla sala prove?”. E Francesco mi fa: “Perché tu non guidi la macchina?”. Io gli rispondo di no, che “se son sceso dal treno è perché sono spatentato”. E lui: “Nemmeno io guido”. Chiamammo il produttore per dire che non c’è nessuno che ci porti a destinazione. Dopo mezz’ora arriva il furgoncino degli strumenti dei Nomadi che ci porta in una cascina vicino Novellara, perché i Nomadi provavano in una stalla. Perché una volta era così: da una parte c’erano le mucche e i maiali e dall’altra c’erano la batteria e gli amplificatori. Insomma, questo è stato il’inizio della nostra amicizia, avvenuto da una stazione a una stalla, senza patente.

Possiamo dire che si è rischiato di non avere un Francesco Guccini? La Emi doveva ridurre le spese e il nome di Guccini era tra i tagliabili…

Non è che la Emi dovesse proprio ridurre le spese, perché in quegli anni di soldi nella musica ce n’erano per tanti artisti. Succede che un amico, Giampiero Scussel, da direttore artistico della Durium diventa direttore artistico della Voce del Padrone, la Emi inglese. Il compito di questi cambi era sempre quello di fare dei ‘mescoloni’, di chiudere vecchi contratti e aprirne di nuovi. E nei vecchi rapporti compare Francesco, che era ancora uno sconosciuto pur avendo scritto ‘Dio è morto’ e ‘Canzone per un’amica’, lui parte di quel mondo cantautorale che doveva ancora esplodere. Scussel mi chiede se conosco Guccini e io rispondo che è un personaggio strano, che scrive testi lunghissimi, ma che vale la pena tenerlo. E la Emi lo tiene. Alla Emi fu più facile, perché mentre a quell’epoca tutti lavoravano sui 45 giri, loro da anni lavoravano sui long playing, triplicando il fatturato. Scussel, insomma, mi dà retta, mi chiede di preparare un budget e con due milioni di lire facciamo ‘L’isola non trovata’, salvando il contratto di Francesco. Che altrimenti a quest’ora sarebbe lì a fare il maestro pensionato.

‘L’isola non trovata’ per lei, per voi, fu il primo album insieme…

Sì. Lui aveva alle spalle altri due dischi. La Voce del Padrone aveva una sua sala d’incisione e un pianista fisso, che era Enrico Intra (pianista, compositore, direttore d’orchestra in ambiti jazz, ndr). Quegli album erano fatti però con chitarra, voce e nient’altro, ridotti all’osso, senza nemmeno la batteria e il basso. Erano memorie musicali, niente di più.

E tramite lei, per la prima volta, Guccini ha un suo ‘mondo’, come si dice oggi.

Avevo già arrangiato cose sue per i Nomadi, nell’album del 1968. ‘Ophelia’, ‘Giorno d’estate’, ‘L'ubriaco’. In quegli anni Francesco scriveva anche i testi italiani delle cover di brani americani, aiutato dal fatto che insegnava alla scuola americana a Bologna ed era pratico con la lingua. ‘L’isola non trovata’, insomma, è l’inizio della musica registrata di Guccini.  

Guccini che, al contrario di quel che succede per molti cantautori, che per strada cambiano la band, il produttore, o i punti di riferimento, la vorrà con sé fino a ‘L’ultima Thule’…

È vero, i produttori e i musicisti possono cambiare, ma con Francesco non è stato il mio caso. Intanto, il Maestrone è pigro, nel senso buono della parola. E poi Francesco è uno che da buon montanaro, quando dà fiducia a qualcuno, la dà per tutta la vita. Lo stesso vale per Flaco, Ellade, Ares (Biondini, Bandini, Tavolazzi, ndr), che hanno proseguito questo percorso. L’unico cambiamento fu con l’album ‘Metropolis’, in cui volle usare altre persone per canzoni bellissime per un album bruttissimo. Mi chiamarono negli ultimi giorni prima dell’uscita, per rimediare con qualche pianoforte e tastiera ai guai che avevano combinato gli altri musicisti.

Cito una sua frase, che a mio parere aiuta a spiegare questa collaborazione che non è mai finita. “Di solito”, dice lei, “salivamo sul palco con le mani ancora sporche di lardo”…

Certo. C’incontravamo tutti sul luogo del concerto verso le quattro del pomeriggio. Noi sistemavamo gli strumenti, lui arrivava col manager Renzo Fantini; facevamo una piccola prova e poi dietro, in camerino, o in uno stanzone debitamente allestito, c’era sempre un tavolo di legno con dietro due genovesi, Ramon e Michele, che preparavano la tavola imbandita, molto diversa dai tour degli altri artisti. Noi avevamo solamente salumi, mortadelle, vino rosso e vino bianco, birra, formaggio e prosciutti. Mangiavamo prima di salire sul palco, mangiavamo quando avevamo finito. A mezzanotte. Era un rito. Anche perché Francesco, che è un ottimo anfitrione, godeva quando alle sette di sera arrivavano gli amici, e lui gli amici li ospitava tutti in questo stanzone. Amici che anch’essi portavano vivande. Sa quante volte arrivavano gli amici del Monte Amiata (gruppo montuoso tra le province di Grosseto e Siena, ndr) con enormi porchette intere ancora calde, e ciccioli, olio? Sembrava di essere in una salumeria.

Più osteria che luogo di lavoro…

Sì, perché Francesco ha sempre tenuto all’amicizia. La giocata a carte, raccontarsi le barzellette. Tutto il resto veniva dopo. Era come all’oratorio, dove c’era quello delle femmine e quello dei maschi. Guccini era l’oratorio dei maschi, in cui si parlava di cazzate, di film, di Paperino del quale era un patito. Proprio durante ‘L’isola non trovata’ conoscemmo l’amico Bonvi (fumettista, ndr). Francesco era un patito dei fumetti, ci portò in studio il primo numero di Alan Ford. Francesco era un mondo per tutti. E noi eravamo il suo mondo.

Dopo il ritiro, voi musici avete portato in giro le sue canzoni. Le manca il non vederlo più sul palco?

Beh, manca decisamente. Manca per un paio di ragioni. Perché, in ogni caso, quando cantava, quando declamava, non sbagliava mai una sola nota. Oggi si schernisce, ma se oggi Guccini è quello che scrive i libri, lo deve alla musica. Senza la canzone non sarebbe dove si trova. A mio parere, ovvio. La seconda cosa è che dispiace perché capisci che il tempo passa. Ha avuto, purtroppo, le sue disavvenutre fisiche, forse per il troppo mangiare, il troppo bere, il troppo fumare. Uno poi le paga queste cose, dico sempre io. Però, non poter più salire su di un palco insieme a lui vuol dire che il tempo è passato.

Possiamo dire che, dal punto di vista letterario, Guccini ha dato anche ulteriore dignità artistica alla sua ‘Ufo Robot’?

Eh sì. Lui ci giocava con ‘Ufo Robot’. Teresa, sua figlia, a due anni ascoltava ‘Ufo Robot’ e ‘Remi’. È cresciuta con queste canzoni, non con quelle del padre (ride, ndr). E lui, dal vivo, quando la gente gridava “Ufo Robot, Ufo Robot”, faceva il gigione. “Ma cosa stanno gridando? Non capisco…”, diceva riferito a me e ad Ares Tavolazzi quando ci presentava sul palco. Ce la lasciava suonare, il pubblico la cantava, e lui ci guardava facendo l’esterrefatto. “Ma come, hai scritto ‘Ufo Robot’ e succede tutto questo casino? Io ne ho fatte cinquanta e non succede mai niente!”. Come si dice a Bologna, faceva un po’ l’imbecille. Ma per giocare. Il nostro non è mai stato un concerto serio come quelli di Zucchero, Antonacci, che vogliono fare i seriosi. Noi eravamo musicisti che si divertivano. Che è un’altra cosa.

Per concludere. Da ‘L’isola non trovata’ a ‘L’ultima Thule’: l’album che lei ricorda con più piacere?

Beh, io sono legato ai primi album, che erano un po’ una scoperta. ‘L’isola non trovata’, ‘Paolo Fabbri’ (‘Via Paolo Fabbri 43’, ndr), ‘Amerigo’. Facevamo ricerca, eravamo curiosi. E poi queste canzoni lunghissime, otto, nove, dieci strofe che come arrangiatore dovevi differenziare. Questo fino a ‘Autogrill’, che è ancora un grande album. Il Guccini che viene dopo lo definisco ‘standardizzato’. Sì, belle canzoni, ma meno ruspante, graffiante. Ecco, graffiante forse è la parola giusta. Meno graffiante ma sempre e comunque l’unico, e il più grande di tutti. Anche a dispetto di De André, che tante volte ha riciclato testi di altri. Invece, se di Francesco uno rilegge ‘Dio è morto’, ‘Auschwitz’ e ‘Il vecchio e il bambino’, non può non chiedersi come abbia potuto, un cantautore di 23 anni, scrivere parole di quel tipo. Perché quando arrivi agli anni Ottanta e Novanta diventa tutto ‘alla maniera di’, è tutto facile. Ma i testi di quelle canzoni si devono rileggere pensando a qualcuno che scrive quelle cose in un momento storico in cui i dischi li vendevano Achille Togliani e Orietta Berti. E poi ne parliamo.

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