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12.02.2019 - 21:150

L'infiltrato 'con il senso dell’inchiesta'

La morte di Fausto Cattaneo e la lotta ai narcos. Marty: a un dato momento si puntò ai piani alti. Galusero: quella sparatoria in Austria

 

È così. Quando il mestiere che ti sei scelto lo fai con passione, quando lo consideri non un lavoro qualsiasi ma una sorta di missione, in questo caso la lotta contro il narcotraffico, il riciclaggio dei suoi proventi e i lunghi, lunghissimi tentacoli della criminalità organizzata, beh allora quel mestiere ti accompagna per tutta la vita. Fausto Cattaneo è stato poliziotto sino all’ultimo. L’ex commissario dell’Antidroga della Polcantonale, l’ex infiltrato ‘Pierre’, protagonista di molte operazioni sotto copertura, in particolare negli anni Ottanta del secolo scorso, se ne è andato. È morto l’altra notte a Locarno, al Tertianum, Residenza al Lido. Alla fine del 2017 gli era stata diagnosticata una malattia degenerativa. Successi investigativi, riconoscimenti, conferenze (come quelle sui rischi rappresentati dalle società bucalettere), ma anche le polemiche suscitate dal suo libro “Comment j’ai infiltré les cartels de la drogue”, che fecero emergere vecchie ruggini tra lui e qualche ex collega. Nell’autunno 2015 il processo al Tribunale penale federale per denuncia mendace. Fausto 'Tato' Cattaneo venne assolto.

'Si arrivò così al sequestro dei 100 chili di eroina'

«Lavorai con lui per una quindicina d’anni e restammo amici – dice l’ex procuratore pubblico e già consigliere agli Stati Dick Marty –. Fu il primo agente della Polizia cantonale che aveva come compito principale quello di occuparsi delle indagini sugli stupefacenti. Si era nel 1975. Avevamo conosciuto decine e decine di giovani che spacciavano agli amici per garantirsi il consumo. A un certo punto però ci chiedemmo se questo fosse il modo più efficace per combattere il fenomeno droga. E lui lo capì subito: capì molto bene che bisognava andare ai piani alti. Per questo incontrò anche opposizioni e incomprensioni. Ma è il destino di tutti coloro che imboccano strade nuove». Si puntò ai piani alti... e i risultati non mancarono: «I quantitativi aumentarono via via, fino ai 100 chili intercettati nel 1987 a Bellinzona, che ancora oggi è il più grosso sequestro di eroina in Svizzera». Cattaneo, aggiunge Marty, «era un vero poliziotto con il senso dell’inchiesta, con un fiuto notevole. Era sorretto da una memoria assolutamente straordinaria. Alcune settimane fa, quando poteva ancora parlare, mi rammentò eventi che io avevo dimenticato, si ricordava i numeri di telefono di persone che non contattava da anni». Mauro Dell’Ambrogio è stato comandante della Cantonale fra il 1985 e il ’92: «Cattaneo diede tantissimo alla polizia ticinese, grazie alla sue capacità e al suo talento». Le successive polemiche «non hanno reso giustizia a lui, come al corpo di polizia. Non è per la luce dei riflettori, ma per il silenzioso lavoro che per anni svolse, come andava svolto, che Cattaneo deve essere ricordato». Senza dimenticare «gli allora suoi colleghi, che contribuirono al buon esito di operazioni e indagini». Il silenzioso lavoro dell’infiltrato. E quando operava nell’ombra, sottolinea l’ex comandante, Cattaneo «era incredibilmente efficace».

'La dose di pericolo era giornaliera'

Con Cattaneo, in primissima linea, lavorò Giorgio Galusero. E questo prima che una legge sulle inchieste sotto copertura mettesse una serie di paletti. Erano gli anni ruggenti della lotta alla droga. Che ricordi ha di lui? «Un bravissimo poliziotto – dice l’ex commissario della Polcantonale, oggi granconsigliere –. Era stato abile a costruirsi una rete di informatori in tutta Europa, a cui attinse per condurre importanti inchieste. Non solo. Seppe gestire questi personaggi nel migliore dei modi: si trattava di ex trafficanti che si erano venduti alla polizia, con tutto quel che ne conseguiva». Agenti sotto copertura, infiltrati che lavoravano fuori dai confini nazionali. Pericoloso? «La dose di pericolo era giornaliera – racconta Galusero –. Non dimentichiamo che abbiamo pure avuto un informatore ucciso a Losone, senza mai sapere chi fu l’autore dell’omicidio». Qual è l’operazione più epica delle tante condotte insieme? «In Austria, dove c’è stato anche un conflitto a fuoco che ci ha coinvolti. Eravamo stati prima in Turchia a fare delle trattative, poi la Dea americana [l’Agenzia federale antidroga, ndr] ci aveva fatti scappare sostenendo che avevamo passaporti non validi, e che se non ce ne fossimo andati ci avrebbe denunciati alla polizia turca. La merce però era già in viaggio verso l’Austria, dove la intercettammo e arrestammo i trafficanti». In Svizzera fece soprattutto scalpore l’affaire Kopp, con quella famosa telefonata della consigliera federale al marito, che la portò alle dimissioni... «Sì, io e Cattaneo abbiamo lavorato insieme all’arresto dei fratelli Magharian, collegati con la Shakarchi Ag a Zurigo per riciclare i soldi dell’eroina. Hans Kopp era nel consiglio di amministrazione dell’azienda che finì sotto inchiesta per riciclaggio di denaro, e la signora pensò bene di avvisarlo».

L'avvocato Niccolò Salvioni difese Cattaneo al processo del 2015 al Tpf di Bellinzona, processo da cui uscì prosciolto dall'accusa di denuncia mendace: «Cattaneo aveva una grande determinazione e una notevole capacità  investigativa. Con una memoria poderosa».

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