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28.05.2022 - 06:32
Aggiornamento: 30.05.2022 - 08:57

Autogestione, un quarto di secolo finito in ‘Macerie’

La storia dell’esperienza raccontata dai protagonisti nel podcast coordinato da Olmo Cerri: ‘Uno spazio di libertà che si è rivelato fondamentale’

autogestione-un-quarto-di-secolo-finito-in-macerie
Il registra indipendente Olmo Cerri

Dodici puntate, sette ore, per venticinque anni di storia, finita in macerie. Nel podcast intitolato proprio "Macerie" c’è davvero tanto materiale. Ne abbiamo parlato con Olmo Cerri, coordinatore del collettivo che ha curato il progetto.

Quando e per quali ragioni avete deciso di buttarvi in questa impresa?

Inizialmente l’idea era quella di sottolineare il 25esimo anniversario dell’occupazione degli ex Molini Bernasconi a Viganello tramite la realizzazione di un podcast, un lungo audio-documentario a puntate. In quei giorni erano ancora freschi nella memoria di tutti il brutale sgombero e l’abbattimento avvenuto nella notte tra il 29 e il 30 maggio 2021 e sentivamo l’esigenza di fare qualcosa di concreto.

Perché è così interessante la storia del Molino?

A me interessava narrare quanto successo in questi venticinque anni dal punto di vista di chi ha vissuto in prima persona l’esperienza. La storia del Molino, in fondo, si innesta in maniera profonda nella storia della città. Tutto è cominciato nell’ottobre del 1996 con l’occupazione degli ex Molini Bernasconi, che si trovavano in quello che oggi conosciamo come un quartiere di Lugano, ma allora era un comune a sé. Così la polizia della Città, che non poteva attraversare il ponte di Cassarate perché si entrava nel territorio di competenza del comune di Viganello, rimase a guardare, senza intervenire. Le prime testimonianze raccontano una città che non esiste più, ne emerge una Viganello quasi rurale: ad esempio c’è chi rievoca la vicenda di un vicino di casa che accusava i molinari di avergli rubato una gallina. Ci sono le microstorie locali, ma alla storia del Molino si intrecciano anche fatti di portata internazionale, tra cui il G8 a Genova, l’11 settembre e la recente pandemia. Il podcast è stata l’occasione per intervistare i vecchi militanti, ma anche chi si è impegnato in prima persona negli ultimi tempi. Tutto questo ha permesso di raccontare una storia corale di questi 25 anni di autogestione.

Realizzando il podcast, che idea si è fatto dell’autogestione e dell’esperienza che sta continuando oggi?

Attraverso le dodici puntate e le tante testimonianze raccolte emerge che l’esistenza di uno spazio di libertà sociale e culturale come il Molino è stata fondamentale: per le tantissime proposte culturali offerte, ma anche perché dal centro sociale sono nate tante iniziative che hanno avuto un impatto sulla società. Penso alle tematiche che sono state affrontate negli anni, come la questione dell’accoglienza degli ecuadoriani e, più recentemente, quella relativa ai migranti nel bunker di Camorino. Il Molino, con il suo modo di fare politica e di occuparsi di una certa parte nascosta della società, ha messo in luce anche il bisogno di un dormitorio per i senzatetto. Ha dato una risposta ‘a costo zero’ per affrontare una serie di bisogni sociali emergenti. Il centro sociale ha avuto anche questo ruolo, per cui penso sia fondamentale che continui a esistere.

Come valuta quanto messo in opera dalle autorità la notte tra il 29 e il 30 maggio?

Sgombero e abbattimento possono essere interpretati come una sorta di vendetta brutale, nella notte, fregandosene dello stato di diritto, senza che nessuno se ne sia assunto davvero le responsabilità politiche. Nella puntata del podcast intitolata "La costruzione del nemico" si rievoca l’anno precedente allo sgombero e si racconta come l’autorità abbia costruito una narrazione del Molino come fosse il pericolo pubblico numero uno della città, un covo di persone violente. Nei fatti, dai risultati delle indagini, questa narrazione viene smentita: le inchieste, che stanno volgendo al termine, si stanno chiudendo spesso con un nulla di fatto.

Dopo lo sgombero del Maglio nel 2002, ci fu una reazione forte nei confronti dell’autorità e una parte l’ex macello venne concessa dal Municipio nel giro di pochi mesi. Questa volta, il movimento non ha rivendicato uno spazio come ci si poteva attendere. Che impressione vi siete fatti? Com’è cambiato il centro sociale negli ultimi due decenni?

In tutta Europa, negli ultimi vent’anni, i movimenti hanno sperimentato nuove forme e modalità di organizzazione. Anche il Molino non è stato immune a questi cambiamenti. Probabilmente, vent’anni fa lo spazio fisico era un’esigenza urgente e quelle modalità di rivendicazione sembravano la soluzione giusta. Poi, beh, a Lugano il Municipio in questi vent’anni si è spostato a destra. Ed è veramente diventato difficile aprire un canale di dialogo e di comunicazione. Basta leggere come i molinari vengono insultati dal domenicale diretto da un municipale della Lega (Lorenzo Quadri, ndr.). Stesso discorso riguardo al sindaco Foletti, che ha definito "delinquenti" coloro che partecipano alle attività autogestite. Non è facile pensare di intraprendere un dialogo con queste premesse.

Oggi si stanno sperimentando altre pratiche. Parte delle persone intervistate raccontano di aver avuto bisogno di prendersi del tempo di riflessione per ridefinire i propri obiettivi, le proprie finalità e il proprio futuro. Importante ricordare che il progetto di autogestione continua anche al di là dello spazio fisico che lo aveva contenuto.

Il podcast è ascoltabile gratuitamente sulle principali piattaforme e sul sito del Molino: https://www.inventati.org/ molino/macerie

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