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La pensione La Santa di Viganello (Ti-Press)
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09.03.2021 - 12:150
Aggiornamento : 12:45

Incendio alla Santa: 'Aveva in testa solo la morte di Matteo'

A processo la 30enne che appiccò un incendio nel 2019, pochi giorni dopo la morte di Matteo Cantoreggi, alla pensione di Viganello. Si decide l'imputabilità

Tristezza, tanta rabbia e un profondo dolore. Difficoltà nel gestire queste emozioni. E un importante abuso di alcol. Ingredienti forti, esplosivi se mescolati, come nel caso della 30enne ticinese che nel dicembre del 2019 appiccò un incendio nel bagno comune al primo piano della pensione La Santa di Viganello. I retroscena dei fatti che scossero la città pochi giorni dopo la tragica morte di Matteo Cantoreggi nella medesima pensione stanno emergendo oggi, alle Assise criminali di Lugano, dove la donna sta affrontando un'udienza di discussione in relazione all'accertamento peritale che ha stabilito che non è penalmente imputabile.

Un passato difficile

E quindi in aula, incalzata dal presidente della Corte Mauro Ermani, l'imputata ha rievocato la lunga serie di ricoveri in strutture psichiatriche sin da quando era ancora minorenne. «Il problema era l'assunzione di alcol – ha confessato –, non riuscivo a gestire le emozioni, non mi accettavo, non stavo bene con me stessa. Più volte ho avuto pensieri suicidali e quando finivo nei foyer mi sono sentita abbandonata, non compresa». Dichiarazioni che stridono un po' con la convinzione della 30enne di non essere dipendente dall'alcol e questo nonostante tutte le volte abbia avuto dei problemi legati alla legge, compreso quel 28 dicembre 2019, avesse bevuto parecchio. «Non sono una piromane» sostiene inoltre, ma di incendi ne ha causati almeno tre in preda all'alcol.

Precedenti con il fuoco

Oltre a quello della Santa, ha appiccato mesi prima un fuoco su dei cespugli vicino al fiume sempre a Viganello, fatti simili avvenuti anche a Mendrisio. «Ero arrabbiata e avevo bevuto» si è nuovamente giustificata la donna. Per i fatti in riva al fiume, per l'imputata è stato emesso nell'agosto 2019 un decreto d'abbandono, esito dell'inchiesta sbagliato secondo Ermani: «A fronte di una persona che aveva alle spalle una trentina di ricoveri, se si fosse arrivati con un'istanza di misure a quel momento oggi non saremmo qua». Come indicato dalle perizie svolte l'anno scorso, l'imputata soffre infatti del disturbo di personalità borderline, oltre ad avere una dipendenza dall'alcol, che tuttavia non riconosce.

‘Provavo molta rabbia per la morte di Matteo’

E invece in aula la donna ci è arrivata, a causa di quanto commesso il 28 dicembre 2019. A destabilizzarla, la tragica morte di Matteo Cantoreggi. L'imputata conosceva sia la vittima sia i due aggressori, uno dei quali nel frattempo deceduto, dei gravi fatti avvenuti poco prima di Natale. Li aveva conosciuti alla Clinica psichiatrica cantonale (Cpc) di Mendrisio. «Provavo molta rabbia, ritengo che ammazzare una persona sia una cosa disumana – ha dichiarato l'imputata –. Nella mia mente continuavo a vedere la scena dell'accaduto». E così, dopo aver esternato la propria frustrazione sui social, e dopo aver bevuto parecchio la sera dell'incendio, «sono uscita di casa e con un taxi mi sono recata alla pensione, mi sono fermata a guardarla per un po'. Provavo tristezza e rabbia». Poi è entrata nell'edificio, ha cercato di dare fuoco alla porta del pian terreno che però non è bruciata, allora ha dato fuoco ai rotoli di carta igienica del bagno che si sono però presto spenti. È salita quindi al piano superiore dando fuoco alla tenda della doccia del bagno comune. Poi è uscita, restando sul posto a guardare: «Ricordo di essermi sdraiata per terra finché non è arrivata la polizia».

Struttura chiusa o aperta?

Essendo il tema principale dell'udienza l'imputabilità della 30enne, né il procuratore pubblico Pablo Fäh né l'avvocata Alessia Angelinetta non hanno dibattuto sulla qualifica giuridica del principio d'incendio scatenato: la donna è accusata di tentato omicidio, incendio intenzionale aggravato subordinatamente tentato incendio intenzionale aggravato, incendio intenzionale semplice, esposizione a pericolo della vita altrui. Entrambi si sono concentrati prevalentemente sulla questione del trattamento stazionario che la donna dovrà seguire: in una struttura chiusa per la pubblica accusa, in una aperta per la difesa. «In corso d'inchiesta ha fornito versioni discordanti – ha precisato Fäh –, in particolare sulla consapevolezza che potesse uccidere o creare un pericolo alle persone presenti in pensione. Soffre di gravi turbe psichiche e secondo le perizie vi è un medio-grave pericolo di recidiva. La sua storia clinica, fatta di ricoveri e numerose fughe, permette di dire che non è sufficiente il trattamento in una struttura aperta».

‘Aveva in tesa unicamente la morte di Matteo’

Di avviso opposto la legale. «La mia assistita ha agito spinta da una forte rabbia di quanto accaduto all'amico una settimana prima: aveva in testa unicamente la morte di Matteo. Questo, e l'alcol, l'hanno spinta ad agire per placcare una sua tensione interna. Alla polizia ha dichiarato di voler far sparire il posto. Il suo disinteresse per le conseguenze dell'incendio è indice di totale incapacità di valutare la situazione. Solo ora si rende conto che avrebbe potuto far male alle persone e che non voleva uccidere nessuno». Angelinetta si è soffermata in particolar modo sul difficile vissuto della donna: «Ha vissuto gli anni migliori della sua vita entrando e uscendo dalle cliniche, senza punti di riferimento solidi. Il suo non è il fallimento di una singola persona, ma di un intero sistema che non è stato capace di dare una risposta al disagio di una ragazzina che aveva bisogno di essere seguita. Oggi a causa del suo passato difficile ha sviluppato un disturbo psichico importante. Ora, dopo quasi quindici mesi di carcere, ha avuto modo di riflettere sull'accaduto. Questa giovane donna ha la necessità e il diritto di ricostruirsi una vita al più presto. L'evoluzione positiva dell'andamento psichico fa sì che la prognosi sia più favorevole che in passato. Propongo quindi una cura psicoterapeutica con un progetto di formazione di modo che possa consolidare i risultati sin qui ottenuti in una struttura aperta».

La decisione della Corte è attesa nel pomeriggio, ma come ha specificato Ermani si tratterà unicamente di stabilire il tipo di trattamento, non il luogo dove questo verrà condotto, che verrà invece deciso dal Giudice dei provvedimenti coercitivi, ossia dall'autorità esecutiva.

 

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