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05.05.2021 - 05:30

Aiuti Covid, indipendenti ‘presi per il collo’

Il titolare di un centro per attività sportive: “Burocrazia e ritardi. Senza i soldi della mamma non potevo comprare da mangiare”

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Ti-Press
Gli strumenti ci sono, ma l'iter può essere farraginoso

L'indipendente ultracinquantenne che per tirare avanti deve chiedere un aiuto finanziario alla mamma – «perchè altrimenti non si mangia» – è una realtà sommersa, forse poco conosciuta, ma diffusissima, in tempi di pandemia. Ne è un esempio il titolare di un centro per attività sportive del Locarnese, confrontato ad una nuova burocrazia dei ritardi e dalle molte domande rimaste sospese, che sta generando problemi seri: «Dalla chiusura forzata in poi è stato un rincorrere i sussidi statali. Personalmente, per quanto riguarda l'Ipg, non ne ho visti per oltre 3 mesi. Non un soldo, mentre i costi fissi continuavano ad esserci e arrivavano i richiami per mancati pagamenti da quello stesso Cantone dal quale elemosinavo i i mezzi per sopravvivere. Un'assurdità». E ancora: «L'attività è stata chiusa e la base di calcolo per i contributi erano i redditi conseguiti nel 2018 e nel 2019. Malgrado la chiusura sia stata reiterata mese dopo mese, ogni mese mi si chiedeva di riformulare la richiesta. Che senso ha?».

Poi c'è la questione dei casi di rigore, per rientrare nei quali serve l'intervento preventivo di una fiduciaria, «che non lavora certamente gratis. Visto l'estrema difficoltà di chi chiedeva aiuto, perchè il Cantone non poteva anticipare i costi della revisione?». Casi di rigore per cui a livello federale era stato deciso un contributo massimo pari al 20% della cifra d'affari conseguita prima del 2020, «mentre in Ticino ci si è limitati al 10%. Perchè? Nel mio caso quel 10% mancante è proprio ciò che mi servirebbe per far fronte alle spese, considerando oltretutto che da dicembre a febbraio sono mesi carichi di costi». Va detto a questo proposito che la percentuale varia a seconda del settore di attività. Se è vero che per quelle sportive il limite è al 10%, lo è anche che per i trasporti terrestri non regolari si parla del 20% (mentre per i negozi siamo ad un misero 6%).

Il titolare del centro sportivo sottolinea infine, nel merito della sua attività, una delle diverse incongruenze ravvisate: «I turisti che alloggiano in hotel hanno accesso a tutti i servizi, praticamente senza preclusioni di sorta, mentre il gerente di un centro sportivo non può servire da bere ai suoi clienti nella sua buvette. Questo, malgrado tutte le misure sanitarie messe in atto e l'opera di tracciamento, automatica visto che la stragrande maggioranza delle prenotazioni avviene online».

Da piattaforma ad associazione

Sono migliaia, i casi che ricalcano quello dell'indipendente locarnese. Con la sua piattaforma online dedicata ai lavoratori indipendenti e piccole imprese in Ticino, li censisce, e cerca di aiutarli, Luca Moretti. Gli “amici” su Facebook hanno raggiunto e superato quota 3'600. «È il termometro – dice Moretti – di una situazione generale che definire drammatica è dire poco. Già prima del coronavirus molti indipendenti facevano una fatica tremenda a pagare le fatture. Adesso, con la pandemia, queste difficoltà si sono trasformate in un incubo causato dall'ansia di attese interminabili riguardo a sussidi e contributi, che diventano una specie di miraggio». Per ricevere aiuti statali, aggiunge Moretti, «anch'io ho aspettato 4 mesi passando da formulari interminabili, e a un certo punto mi è arrivato un precetto esecutivo da parte dell'Avs. Con grande fatica ti concedono degli aiuti, ma se li riprendono e lo fanno prima ancora che li hai incassati. La realtà dei fatti è che molti non hanno più nemmeno i soldi per mangiare».

Moretti considera che «la lentezza burocratica caratterizza un po' tutti i settori. La mia impressione è che da una parte i supposti potenziamenti in alcuni uffici dell'amministrazione paghino la poca dimestichezza degli avventizi, e dall'altra emerge un apparato farraginoso che in Svizzera non immaginavamo di avere. Ad esempio i formulari per le indennità per perdita di guadagno (validi non solo per chi ha dovuto cessare l'attività, ma anche per chi lavora ma ha perso cifra d'affari) sono oltremodo problematici e inducono all'errore. Dovrebbero facilitare la vita, ma la complicano».

Il gruppo Facebook «era nato per rispondere ad un'emergenza, alla disperazione del momento. Si tratta di un portale che non ha a che fare con le associazioni di categoria, ma ne è un supporto. Ora voglio creare un'associazione, che ha tre obiettivi: difendere la categoria degli indipendenti dal profilo legale e sociale; avere dei benefici come scambi di favori, sconti e azioni; e farsi pubblicità verso l'esterno. Passando da Facebook ad associazione intendo costruire qualcosa affinché gli indipendenti si facciano corpo compatto rispetto alle autorità. So bene che chiedendo una tassa di adesione una parte dei membri sparirà, ma è un sacrificio calcolato per ripartire su più solide basi. La tassa è giustificata per pagare un avvocato e finanziare gli spazi pubblicitari, e non certo per ingrassare le mie tasche».

Il problema vero degli indipendenti in Ticino, sottolinea Moretti, «sta nella struttura di spesa, insostenibile tenendo conto che non c'è una regolarità salariale. Il dipendente a fine mese incassa e può pagare le sue fatture, mentre per l'indipendente non funziona così. Il brutto è che più sei in difficoltà, più le spese aumentano. Oggi a maggior ragione con i ritardi nell'erogazione di determinati aiuti Covid. La mia domanda è: cosa ci guadagna lo Stato a veder finire in assistenza chi non ce la fa? La disperazione sarà di lunga durata e dirò di più: il peggio comincia adesso».

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