Nata nel 1901, la scrittrice e traduttrice russa naturalizzata statunitense ha raccontato i suoi personaggi con prosa stringata, concisa e lapidaria

Nata a San Pietroburgo nel 1901, una Berberova molto giovane fuggì dalla Russia comunista nel 1922, alla volta dell’Europa. Negli anni 50, da Parigi partì per gli Stati Uniti: là fu un’apprezzata accademica e traduttrice dal russo all’inglese. La sua produzione letteraria conta romanzi e racconti, in cui narrò le vite degli esuli compatrioti (rifugiati in Francia), ma vede anche poesia, saggistica e biografie di autori russi. Il successo, di pubblico e critica, la raggiunse solo tardivamente. Morì a Filadelfia nel 1993.
“Dieci anni fa, nel luglio 1926, attraversai per la prima volta il massiccio ponticello di pietra, con ai lati due catene arrugginite, che univa il castello di Roquenval al resto del mondo”. Questo è il semplice e quieto inizio di Roquenval. A parlare è un ragazzo di vent’anni, ma par di sentire, sotto la sua voce, quella della scrittrice nell’atto di ricordare le vicende dieci anni dopo quel 1926. Gli anni Trenta sono il vero inizio della Berberova narratrice, già pienamente matura per aver esordito nella poesia nella Pietroburgo degli anni Dieci. In Roquenval ci sono una vecchia contessa russa, un maggiordomo e una ristretta e più che mai viva comunità di adolescenti, che fa risuonare le sale vuote del castello. Arrivano adulti, genitori o zii di quei ragazzi, manifestando al cospetto di tanta giovane vita la propria ordinarietà. Il castello si anima nel frattempo delle vite passate, ma poco a poco, a misura che il racconto avanza, si va svuotando finché il ragazzo che abbiamo intravisto, l’ultimo ospite, si chiude il portone alle spalle: “Nel monotono sussurro dell’autunno anche il parco si fece silenzioso, il portone sbatté per l’ultima volta e si zittì...”.
La notorietà e la vera scoperta della narrativa di Nina Berberova si devono alla sua autobiografia, della metà degli anni Ottanta. L’autobiografia è imparentata con il diario e con la lettera, ma si pubblica con meno esitazioni. Il “testo di memoria” è qualcosa di più ridotto e meno strutturato, e visto che il campo di questo discorso-ritratto è la Russia, se ne possono ricordare almeno due vicini per intensità, il saggio autobiografico di Boris Pasternak e due libri di Nadežda Mandel’štam che ci suggeriscono fra l’altro, almeno uno dei due – Le mie memorie –, che quel che importa in un titolo non è l’originalità, perché l’essenziale è dentro il libro. Alle sue pagine di memoria, Il corsivo è mio, Berberova deve dunque la fama e l’inizio della sua vera carriera pubblica. Il libro pieno di nomi e fatti resi vivi dalla poesia ricordarono al mondo, negli anni Ottanta, che l’autrice aveva iniziato a scrivere nei primi anni Trenta, e il Paese che l’aveva ospitata per tanti anni, la Francia, dove scrisse il meglio della sua narrativa, ripubblicò uno dopo l’altro i suoi racconti. Fra i quali La sovrana e Le feste di Billancourt, L’accompagnatrice, Felicità.
“Berlino era piena di russi”, annota Pasternak nel saggio accennato. E continua: “A Berlino c’era anche Gor’kij. Mio padre gli fece un ritratto. Alla Andreeva non piacque che gli zigomi vi apparissero sporgenti, angolosi. Disse: ‘Non lo avete capito: lui è gotico’. Allora ci si esprimeva così”. Anche Nina Berberova lasciò la Russia per Berlino. Partì con il poeta Vladislav Chodasevič nel 1922 e aveva 21 anni, essendo nata nel primo anno del secolo. Dopo un anno si trasferirono a Capri, ospiti proprio di Gor’kij, quindi a Parigi che come Berlino “era piena di russi”. E là Chodasevič non mitigò, anzi intensificò il pessimismo dei suoi versi – scrivendo per esempio: Non è tempo di essere, ma di soggiornare,/ tempo non di vegliare, ma di dormire,/ come dorme l’embrione dalla fronte ripida,/ tempo di avvilupparsi nuovamente/ nella molle eternità come in un ventre –, pessimismo che era certo solo un distillato di quello della sua esistenza quotidiana, e Nina, che non era per niente pessimista, lo lasciò. Gli anni di Parigi furono quasi tre decenni, poi si trasferì negli Stati Uniti, dove insegnò alla Yale e alla Princeton University.
Un atto si ripete e si isola nei racconti di Nina Berberova: qualcuno va verso una casa, suona e aspetta. O non suona e se ne va, come accade alla protagonista de Il giunco mormorante, sul pianerottolo di un edificio di Stoccolma. Le case sono di solito grandi, o i domestici lenti, e l’attesa si prolunga. Dentro l’attesa: curiosità, desideri o inquietudini di chi aspetta che quella porta si apra. Porta che nell’attesa diventa uno specchio. La situazione si estende a tutto il racconto, conferendo ai protagonisti un senso di apertura e insieme timore verso gli eventi della vita, quali che siano. Il giunco mormorante si apre con un commiato: una donna accompagna un uomo per una partenza. Sta per dichiararsi la guerra ed Ejnar lascia Parigi per Stoccolma, dov’è nato.
Quattro anni dopo la donna va a Stoccolma e legge sulla porta di casa di Ejnar, accanto al suo nome: “... e Signora”. Evidentemente si narra di una storia d’amore, nel lungo racconto, con altri personaggi più o meno fugaci e ugualmente vivi, e con il ritornello di Ejnar quando i due sono soli – “Ci saranno versi per questo” –, nelle più diverse situazioni. Perché lei può citargli versi di poeti russi qualsiasi cosa accada. Anche su Venezia i russi hanno scritto versi, ovviamente, e lei li conosce tutti. La “signora” di Ejnar si chiama Emma e ha blindato la vita del marito. Eppure un giorno invita lei, sua ex fidanzata, a raggiungerli a Venezia. E certe mattine li lascia soli. Anche negli altri racconti-romanzi di Nina Berberova – la sua misura preferita non supera le cento pagine – c’è uno che vive all’ombra di un altro. Cioè che non vive. In L’accompagnatrice l’ombra è quella della cantante lirica Marija Travina e ogni cosa gira, per Sonja che l’accompagna al piano, intorno a questa libertà soffocata. Il tema sempre sotteso nelle sue storie è quindi quello del destino individuale. Vale a dire della libertà, alla quale si rinuncia o che si insegue fino ad esporsi al rischio di perdere tutto. Ma nel rinunciarvi, in fin dei conti, non si perde tutto previamente, in un colpo solo, e col nostro consenso?
Le protagoniste di Nina Berberova, le più coraggiose – come fu lei nella sua vita – cercano crepe, uno spiraglio nell’ineluttabile. E lo trovano. “È una virtù – ne sono convinto da un pezzo – non pascersi della propria vita emotiva. C’è sempre tanto lavoro da fare, senza contare che c’è tanto mondo fuori di noi”. L’osservazione di Iosif Brodskij, che si legge nel suo bellissimo libro veneziano Fondamenta degli incurabili, non fu seguita da Nina Berberova, che non fece altro che pascersi della propria vita interiore, per nostra fortuna. (Cosa che fece anche Brodskij). Esprimere o solo suggerire le emozioni dei suoi personaggi, analizzarle a lungo o lasciarle intravedere, con un’economia di mezzi che non si apprende con il mestiere e con grande precisione e delicatezza – ma con delicatezza si usa anche un bisturi – è quel che ha fatto Nina Berberova in ogni suo racconto.