IN VIAGGIO

A casa di Mar

Madrid è una città di chi la vive: è un bell’esempio di come un contesto urbano (con le politiche giuste) possa adeguarsi alla quotidianità delle persone

(© Sara Rossi Guidicelli)
17 maggio 2026
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La Spagna è la meta preferita degli europei che si trasferiscono all’estero; anche la comunità svizzera è in crescita; arrivano nomadi digitali, pensionati e persone che trovano un lavoro. Ultimamente in Spagna si sono stabiliti 250mila italiani, mentre in Italia gli spagnoli residenti sono solo 30mila: perché? Cosa c’è di tanto diverso? È una delle domande che si è posta Mar, la mia amica madrilena, medico, impegnata nelle questioni di salute sociale e interessata a tutte le curiosità di questa terra.

Mar mi ha detto: «Dicono che la gente si trasferisce volentieri da noi per il sistema sanitario, le libertà Lgbt, la qualità dei trasporti, il clima... ma io ho una spiegazione più semplice: la Spagna è divertente!». Secondo lei, le attrazioni sono la simpatia, il fatto che puoi mangiare a qualsiasi ora e i colori («da voi le ragazze si vestono tutte di nero...», mi fa notare). Inoltre le spiagge spagnole sono quasi tutte a libero accesso e in città ci sono molti più bar che farmacie, il che la dice lunga sulle priorità e l’età media delle persone. Addirittura la moda, sottolinea Mar, arriva dopo le tapas nella lista dei piaceri giovanili. Con orgoglio, mi porta a fare un giro nel suo quartiere, dove da anni la municipalità svolge un lavoro di cura urbanistica in favore degli abitanti. Mar vive nella capitale, nella zona sud chiamata Delicias.

© Sara Rossi Guidicelli

Delicias

Suo figlio Diego, di due anni, confonde ancora abeja (ape) con oveja (pecora) ma pronuncia correttamente obras de mejora. Perché è ciò a cui assiste ogni giorno sotto casa sua: migliorie pensate dal Comune, come alberi piantati ovunque, parchi gioco in ogni piazza, rinaturazione del fiume, biblioteche, un ex macello trasformato in centro culturale frequentatissimo dai giovani e dalle famiglie. A Delicias, che fino a qualche anno fa era un quartiere degradato, è tutto un fiorire di piccoli caffè sotto le piante, baretti per bambini con l’angolo genitori, laboratori per riparare le biciclette, sale da cinema con film di mattina per donne che allattano, proiezioni adatte a persone affette da autismo e così via.

© Sara Rossi Guidicelli

La mattina portiamo Diego al suo asilo nido, che si chiama Treno delle fragole perché un tempo da lì passava davvero il tram che riforniva la città di frutta fresca. Noto subito che i bambini tengono le scarpe e arrivano in ritardo, una mamma si ferma nel cerchio di parola e allatta suo figlio; però, alle pareti c’è un cartello che ricorda la giornata della lotta contro il cancro infantile. Mi accorgo che per me sarebbe più facile parlare delle pantofole che dei bambini malati di tumore, ma qui è come se si desse priorità a cose diverse.

L’anno prossimo Diego cambierà istituto ed entrerà in una Scuola dell’infanzia, che Mar ha scelto per la vicinanza al suo lavoro e perché l’associazione dei genitori propone settimanalmente attività culturali o nella natura. Lei vuole aggiungere un sabato al mese di gioco libero, per fare in modo che i bambini non abbiano sempre solo attività preconfezionate.

© Sara Rossi Guidicelli

Preferire la quotidianità alle vacanze

Mar è una mono-mami, come definisce se stessa, lavora 3,5 ore al giorno come medico di famiglia e si è organizzata in modo pratico. I suoi genitori l’hanno aiutata a comprare l’appartamento in cui vive e ogni mese lei rimborsa loro 1’000 dei 2’000 euro che guadagna.

L’asilo inizia alle 9.30 e lei va al suo centro di salute alle 11.30, dove lavora fino alle 15. Va a casa, pranza mentre prepara la merenda e la cena, poi va a prendere il figlio a scuola. Vanno al parco, o in ludoteca, o al museo e stanno in giro fino alle 20. «Meno stai a casa, meno la sporchi...», spiega ridendo. Quando rientrano, la cena è già pronta, mangiano, giocano un po’, ballano, leggono dei libri e alle 22 si addormentano insieme. Alla mattina si svegliano alle 8.15 in modo da avere tutto il tempo di prepararsi con calma. Le invidio questo ritmo tranquillo e lei mi confida: «Preferisco la quotidianità alle vacanze. Secondo me l’estate è sopravvalutata».

Vivere con 1’000 euro al mese, come madre sola con un bambino, è assolutamente possibile a Madrid. Mar non ha bisogno dell’automobile, scuola e sanità sono gratuite, le tasse sono prelevate alla fonte e per andare al mare quando in città è troppo caldo si appoggia a una piattaforma che organizza scambi di case. Sta valutando se fare un secondo figlio, da sola come la prima volta.

Una mono-mami

La conosco da molto tempo e qualche anno fa me la ricordo che soppesava i pro e i contro: «Voglio tutto», mi diceva. «Mi piace la mia vita da single, faccio quello che voglio quando voglio, ma se passo dal parco e sento le mamme che dicono ‘Andiamo a casa a preparare la minestra’ provo invidia perché anche io voglio avere quella vita lì. Desidero un bambino, anche se adoro il mio lavoro e la mia libertà». A 39 anni doveva scegliere se fare una lunga esperienza di lavoro all’estero o se provare una fecondazione in clinica. Ha congelato gli ovuli, per non dover decidere subito.

Negli scorsi anni ha fatto vari tentativi finché è arrivato Diego. In Spagna le mono-mami non sono una rarità: il fenomeno è in aumento e nella via dove abita Mar ne vivono almeno cinque. Anche sua sorella si è avvalsa della fecondazione assistita, perché fa coppia con una donna. «In Spagna c’è tanta apertura in tutte queste questioni», afferma Mar, «che si è cominciato a parlare della questione di genere maschile, perché gli uomini si sentono svantaggiati e inutili...».

Mar da molti anni frequenta Javier, ma lui lavora in Belgio e torna a Madrid ogni 3-4 mesi. Non è mai stata questione di fare un figlio insieme né di stare in coppia, ma adesso, quando lui torna in Spagna, passa un paio di settimane con Mar e Diego e fanno vita di famiglia. Un po’ come noi in questi giorni, solo che io dormo nella camera degli ospiti. Ora Mar sta soppesando i pro e i contro di stravolgere di nuovo il suo equilibrio per avere un secondo bebè.

Questione di priorità

Una sera, di punto in bianco Diego mi dice: «Io non ho un papà, però ho Javier. Tu cosa hai?» e gli racconto del mio papà che ha i capelli come i clown, ricci ai lati e in mezzo niente. Stiamo tornando a casa dal meraviglioso Parco del Retiro, con il labirinto di rose, il palazzo di cristallo, la biblioteca, il laghetto e chilometri di prati. Si è alzato il vento e i fiori delle acacie turbinano come neve.

Madrid non è molto trafficata né rumorosa; camminando, mi rendo conto che c’è un’altra differenza con il mondo che conosco: la durata dei semafori. Da come corro, mentre Mar e Diego restano indietro, mi accorgo che sono abituata, in quanto pedone, ad avere pochissimo tempo per attraversare la strada, soprattutto quelle a più corsie. Qui invece il verde per i pedoni permette di attraversare con calma, anche se ha già cominciato a lampeggiare. Sarà, ancora una volta, una differenza di priorità.

© Sara Rossi Guidicelli
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