Nata in Valcolla, dalla nonna ha ereditato la passione per la pittura ad acquerello, che la porta a frequentare il liceo artistico. Ma poi cambia completamente direzione, rilevando l’azienda agricola di famiglia…

Zoë è nata il 5 agosto 1989 a Scareglia, dove è anche cresciuta. Dai suoi genitori ha ereditato l’azienda agricola di famiglia, ma pure la passione per la musica e la creatività. Si è diplomata allo CSIA di Lugano, per poi formarsi alla scuola di agricoltura Strickhof, a Winterthur. Fondamentale per lei è lavorare all’aperto, mai si immaginerebbe “rinchiusa dentro”. La natura le è maestra e negli anni ha sviluppato un profondo rispetto per essa. Stima la schiettezza e apprezza la solitudine (anche se un po’ la teme), ma ama pure stare in compagnia e divertirsi, togliendo gli scarponi da lavoro e calzando un paio di tacchi.
Tornanti a gomito e saliscendi per più di una dozzina di chilometri si frappongono tra Tesserete e Scareglia (tipico villaggio alpino a quasi 1’000 m s.l.m.). Nonostante sia stata un’estate calda che ha seccato molto le praterie circostanti, la natura mi accoglie nella sua esplosione di colori: castagni, faggi, uccellini. La dimora di Zoë è incastonata in questa cornice da cartolina con affaccio sulla valle. A me, che vivo a due passi dalla città, pare di essere in un ritiro di meditazione e yoga dove il silenzio e la solitudine accarezzano l’anima. Ma forse non è sempre una passeggiata vivere qui. «Molti pensano che sia sempre idilliaco vivere quassù, lontano da tutto e da tutti. Nel mio lavoro c’è tanta solitudine ed è proprio perché la conosco profondamente che posso abitarla volentieri, ma anche no. Ho sempre bisogno di trovare un equilibrio tra questi universi per stare bene con me».
© Ti-Press / Pablo GianinazziL’idea di vivere la natura a 360 gradi ha fatto parte di Zoë fin da piccola: giocare nei boschi, andare a cavallo, fare amicizia con il bestiame e aiutare i suoi nell’azienda agricola. «Ho scoperto anche presto quanta fatica facevano i miei genitori a portare avanti la fattoria e soprattutto quante rinunce costellavano la loro vita. Fino a 20 anni ho sempre pensato che mai avrei seguito le loro orme». C’è stato però un momento in cui Zoë “fa click” grazie ad altre esperienze lavorative, comprendendo che non fa parte del suo DNA essere dipendente e sentirsi sotto pressione per terzi, facendo parte del “sistema”. «È stato un processo necessario che mi ha donato la lucidità di scegliere cosa sentivo davvero e rilevare piano piano l’azienda di famiglia».
Negli ultimi decenni il settore agricolo in tutta la Svizzera e di riflesso anche in Ticino ha subito una forte contrazione. Nella nostra regione si contavano nel 2025 meno di 1’000 aziende, mentre nel 2000 erano più di 1’500. Possono forse parere paradossali questi numeri, visto che nell’immaginario collettivo fare la vita in campagna o sui colli è romantico, forse per molti pure “figo”, ma, come racconta Zoë, non è sempre una passeggiata di salute. «Conciliare il lavoro di braccia e il peso psicologico di gestire l’azienda è molto intenso. A questo si aggiungono: la burocrazia, la gestione dei volontari che ogni tanto vengono a dare una mano e tutto ciò che ruota intorno all’impresa. In tutto questo, mi tocca quando le persone mi vedono per quello che faccio e non per quello che sono. Pensano, soprattutto perché sono una donna, che io sia forte e punto. Da qui ultimamente mi chiedo più spesso chi sono io? Sono identificata in ciò che faccio o c’è altro oltre la falciatrice e la motosega?».
© Ti-Press / Pablo GianinazziIn una società in cui la performance è in vetta alla classifica professionale e non solo, forse la vulnerabilità è una gemma preziosa da rivalutare? Essere donna e incarnare Wonder Woman è davvero l’unica via per sentirsi accettata da chi insegue soltanto l’ambizione dell’apparire, dimenticando, lungo la strada, il senso stesso dell’essere? «Già da piccola gli altri bambini avevano grande rispetto per me, dicevano che era meglio non prendermi in giro perché sennò li avrei menati – strano perché non sono mai stata manesca –: forse emanavo l’attitudine già allora del “ce la faccio da sola, sono forte”». Credenza che aleggia ancora oggi intorno a una donna che fa la contadina e che quindi dev’essere sempre forte oppure “non funziona”. «Oggi sento che è il momento di avvicinarmi al mio lato più vulnerabile: ha da dirmi molto, soprattutto sul chi sono, oltre a chi credo di essere».
Cresciuta in una casa dove la musica non è mai mancata, trovo nel salotto di Zoë una fisarmonica, delle chitarre, degli LP. «Qui spesso si canta, come facevo da bambina sulle note di Fabrizio De André – sì, lo so, a tratti un po’ tetro e deprimente, ma conosco tutte le sue canzoni a memoria, tipo: “Tutti morimmo a stento, ingoiando l’ultima voce, tirando calci al vento, vedemmo sfumar la luce” da Ballata degli impiccati». Questa poesia in musica è un dialogo tra condannati a morte che si congedano dai vivi chiedendo loro di pregare per le loro anime.
© Ti-Press / Pablo GianinazziA proposito di morte mi chiedo come Zoë faccia a essere a stretto contatto con il suo bestiame, prendersene cura e poi salutarlo per sempre conoscendone il destino verso il macello. «I vitelli di solito non si fermano tanto qui, quindi cerco di non creare un legame con loro. Faccio invece più fatica a separarmi dalle mucche che sono rimaste qui del tempo. Per coesistere con questa perdita mi aiuta sapere che con me hanno avuto una vita bella. Ho imparato dalla natura che nascere e morire fa parte della vita. Questo mi aiuta a convivere con il mio mestiere».
Per le aziende agricole non è sempre facile sbarcare il lunario e per quelle di montagna le difficoltà sono ancora maggiori. «Se non ci fossero gli aiuti della Confederazione ci sarebbe poco margine per farcela a livello di sola produzione. Sono stata fortunata perché ho ripreso l’azienda di famiglia e non ho dovuto partire da zero. Non amo la burocrazia, ma ho imparato a maneggiare la contabilità». Zoë può così gestire l’azienda senza ricorrere a servizi esterni, mantenendo una maggiore indipendenza e alleggerendo i costi.
D’inverno, quando tutto si acquieta, la natura si riposa e le giornate si accorciano, Zoë trova nuovi spazi in cui esprimersi oltre il suo lavoro e il legame con la natura. «Ho la passione per la ceramica, la pittura. Vado a ondate. Per me essere creativa significa anche prendermi cura delle api, dell’orto mentre ascolto musica rock o pop, esercitandomi a stare bene con me stessa».
© Ti-Press / Pablo Gianinazzi