Incontri

Don Gianfranco Feliciani. L’amore come esperienza pasquale

Prossimo alla pensione, l’arciprete di Chiasso (lo è dal 2001), in questa intervista, racconta un po’ della sua storia

(Ti-Press/Pablo Gianinazzi)
5 aprile 2026
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Feliciani è nato il 25 gennaio 1952 a Malpaga di Cavernago, in provincia di Bergamo e, a 5 anni, si è trasferito con la famiglia in Ticino, a Rancate. Entrato nel Seminario diocesano, ha intrapreso gli studi teologici all’Università di Friburgo, conseguendo la licenza. È stato ordinato sacerdote il 25 aprile 1981 a Lugano dal vescovo Ernesto Togni. Ha esercitato il suo ministero come vicario a Minusio, Pazzalino e Tesserete, dove è stato anche prevosto. È parroco arciprete di Chiasso dal 2001.

Fra non molto don Gianfranco Feliciani lascerà la parrocchia di Chiasso e passerà il testimone al suo vicario di lunga data, don Andrea Molteni. Terminerà così un ministero della durata non indifferente, ben un quarto di secolo. «A 75 anni i vescovi hanno l’obbligo di presentare al papa le proprie dimissioni. I preti no. Ho pensato che quasi al sopraggiungere di quella età e dopo 25 anni a Chiasso sia giunto il momento di farmi da parte».

Ti-Press/Pablo Gianinazzi

Tipografo a Mendrisio

Ora facciamo un lungo passo indietro per rievocare un fatto del quale forse non molti sono a conoscenza. Dopo le scuole dell’obbligo e mentre frequentava la Scuola d’arti e mestieri di Bellinzona, ha lavorato in una tipografia, la Stucchi di Mendrisio, dove ha preso il diploma di tipografo compositore. «In realtà io volevo già entrare in Seminario a 14-15 anni. Ma i miei genitori, pur essendo gente di fede, non erano molto d’accordo. Eravamo una famiglia di sei figli, con una fattoria da portare avanti e, sebbene avessero capito che il lavoro in campagna non facesse tanto per me, pensavano però anche che il mio carattere vivace ed espansivo non fosse adatto per frequentare il Seminario (avevo addirittura messo insieme un gruppo rock con alcuni amici!). Ebbene, devo dire che hanno avuto ragione e li ringrazio, perché nel mondo del lavoro ho fatto esperienze che mi sono poi servite come prete». Tuttavia, anche in quel periodo, l’idea di dedicarsi al Signore non lo ha mai abbandonato. «Non necessariamente quella di diventare prete, magari frate. Durante gli anni di lavoro come tipografo sono rimasto legato alla mia parrocchia, nella quale svolgevo diverse attività e ho sempre capito che la mia strada era quella della fede. Poi a 23 anni ho conosciuto don Sandro Vitalini e ho deciso di studiare teologia a Friburgo».

Una realtà difficile

Come detto, Feliciani ha svolto gran parte del suo ministero a Chiasso, una realtà di confine certamente non facile, dove confluiscono migranti e rifugiati di varie etnie, di diverse religioni. Il suo è stato un ministero aperto, improntato all’accoglienza, pronto a recepire le attese, le urgenze, i bisogni, i dolori. Insomma non ha esitato a sporcarsi le mani, a unire l’annuncio della Parola di Dio ad azioni concrete. «Come scrivo nel libro Il Signore ti dia pace, che sta per uscire e che lascerò, congedandomi, ai miei amici e ai miei parrocchiani, devo dire che sono state le pecore a dire al pastore in che direzione andare. Arrivi in una cittadina dove incontri musulmani, i cui bambini vengono a religione e magari anche a messa, c’è il Centro rifugiati, dove non sono mancate forti tensioni che adesso si sono per fortuna attenuate, trovi un fenomeno in forte espansione come quello dei canapai, ora del tutto spariti. Dicono che ho intrapreso azioni coraggiose, tra cui nel 2003 una marcia per la pace che nel Mendrisiotto radunò ben 1’500 persone, ma credo che chiunque lo avrebbe fatto se toccato nel vivo. Mi sono buttato e devo dire che ho avuto il pieno appoggio dei miei parrocchiani e anche di quello che per molti anni è stato il mio vescovo, mons. Pier Giacomo Grampa».

Ti-Press/Pablo Gianinazzi

Però le prese di posizione dell’arciprete non sono piaciute a tutti. C’è chi lo ha accusato di fare politica e non sono mancate delle tensioni. «Io credo che non si possa annunciare la Parola di Dio in maniera disincarnata. Essendo io originario di questa terra, il nostro è stato un litigare tra amici. Un po’ ironicamente, dicevo a chi mi attaccava: “Non prendetevela con me, ma con Gesù!”. In fondo, queste divergenze, in particolare con la Lega dei Ticinesi, hanno fatto nascere amicizie bellissime, che durano tuttora. Quindi in fondo è stato un litigare benefico». Dal suo arrivo e fino ai nostri giorni, Chiasso è molto cambiata. «Ho già accennato alla marcia per la pace. Ebbene, sebbene da allora la situazione a livello mondiale sia peggiorata, nessuno si sogna più di organizzare qualcosa di analogo, perché non avrebbe successo, non solo qui, ma in generale. C’è un calo di speranza, di fiducia, si percepiscono stanchezza e rassegnazione. Questo è preoccupante e porta acqua al mulino dei potenti, anzi dei prepotenti. E anche la Chiesa, in particolare quella svizzera, non è che brilli per coraggio!».

Il ritorno a Rancate

Ora sta dunque per aprirsi un nuovo capitolo nella vita di don Gianfranco. «Tornerò a vivere a Rancate e mi renderò disponibile per i confratelli che mi chiederanno un servizio, un aiuto. Naturalmente, continuerò a visitare persone, amici, evitando magari di rivederci solo ai funerali! Inoltre, a me piace scrivere e continuerò a collaborare con un pensiero settimanale al sito Ticinolibero dell’amico Marco Bazzi. Non mancherò di studiare e di pregare e a questo proposito vorrei tornare più spesso al monastero cistercense di Hauterive, nel Canton Friburgo, al quale sono molto legato».

Pasqua, il trionfo dell’amore

Per concludere questo piacevole, intenso incontro con don Gianfranco Feliciani, qui riportato solo in parte per ragioni di spazio, non possiamo non chiedergli, a beneficio nostro e dei nostri lettori, una riflessione sulla Pasqua, che cade domani.

«Pasqua è la vittoria della vita sulla morte. Perché Gesù risorge dalla morte? Non solo perché è il Figlio di Dio, ma perché lui è l’amore. Quell’amore non poteva rimanere chiuso in una tomba. Se tu ami tuo marito, tua moglie, i tuoi figli, se tu ti innamori di una persona, ebbene fai un’esperienza pasquale, magari senza che tu te ne accorga, perché sei convinto che questo amore non te lo porterà via nessuno, neanche la morte. L’amore non muore. È una cosa che il buon Dio ha messo nel nostro DNA e che in qualche modo precede la fede. Quando celebro un funerale, dico sempre ai presenti: io non so se siete tutti credenti, ma una cosa la so, cioè che se siete venuti qui è perché credete nell’amore. E ho la convinzione che con l’amore si può vincere la guerra, l’ingiustizia, la cattiveria, perché l’amore e la pace sono più forti di tutto. Cos’è la Pasqua, se non il fondamento, la sicurezza di quello che, a modo suo, il nostro cuore aveva già scoperto?».

Ti-Press/Pablo Gianinazzi
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