‘Pastore di frontiera’, di Paolo Vandoni, è l’intenso ritratto dell’Arciprete di Chiasso: una spiritualità ‘politica’ controcorrente, vicina agli ultimi

Per chi non crede nella sincronicità c’è un fatto curioso da considerare: il regista Paolo Vandoni decide un giorno di incontrare don Gianfranco Feliciani per proporgli un documentario sulla sua vita. Feliciani, che conosceva Paolo già da bambino, ma che non lo ha più incontrato per una quarantina d’anni, lo guarda, sorride e gli dice «ma guarda! Proprio stasera annuncerò al Consiglio parrocchiale che per me è giunto il momento di fare un passo indietro...». È il giro di boa verso la pensione, dopo 25 anni vissuti come Arciprete di Chiasso.
Per Vandoni è un segnale e probabilmente lo è anche per don Gianfranco. Che prontamente accetta la sfida, lui che già ne ha affrontate tante. Succede così che due vecchi amici si incamminano nel passato e anche nel presente, confezionando insieme un film – “Pastore di frontiera”, in prima visione domenica 5 aprile alle 20.40 a “Storie” (Rsi) – che andrà ai posteri come un ritratto vivido, oltre che doveroso, di un pastore unico, per la nostra piccola realtà; coraggioso, sempre vicino agli ultimi e capace di toccare il cuore, e curarlo, soltanto con uno sguardo, ma soprattutto prodigo di azioni, che hanno tracciato la storia stessa del Cantone Ticino – e quella a cavallo del confine – degli ultimi decenni.
«Papa Francesco ha inventato un modo di dire bellissimo: il pastore deve avere addosso l’odore delle pecore. Ecco: a Chiasso sono state le pecore a dire al pastore dove andare». Ricordandolo, don Gianfranco torna alle origini di quella che dev’essere stata una predestinazione: quei pascoli di frontiera dove accoglienza, generosità e impegno, ma anche timore e diffidenza, sono l’essenza stessa del vivere comunitario. Camminando ai margini, ma guadagnando all’occorrenza anche il centro della piazza, Feliciani ha proposto una fede delle piccole cose: il Tavolino magico e la mensa dei poveri, al fianco degli ultimi; gli incontri con gli anziani, testimoni e guide; i pellegrinaggi a Lourdes (34 quelli inanellati dal nostro, ma sempre alla ricerca dell’essenza, rifuggendo quella che nel film appare come una Disneyland votata a un altro dio). E poi il rapporto con don Giusto Della Valle, che a Como lotta e sgomita, ogni giorno, per la dignità dei migranti; ricordando don Renzo Beretta, che a Ponte Chiasso accoglieva tutti più uno: quello che lo ha ucciso.
È stata sempre la politica del fare, quella di don Feliciani. Quella stessa politica «di cui un prete, e la Chiesa, non dovrebbero occuparsi: o almeno questa era la critica che mi è spesso stata mossa. Io penso che la Chiesa non debba fare partitica, che è tutta un’altra cosa; è invece chiamata a difendere i valori che devono ispirare l’attività politica». Da qui il monito contro l’abbaglio dei canapai (a Chiasso ce n’erano 20), le fiaccolate per la pace, le reazioni severe, su atroci proclami, emendate dalla rabbia e sempre così piene di serenità.
Il merito per la buona riuscita del documentario va condiviso con Natalia Fiorini, ottima al montaggio. E con Philippe Blanc, alla produzione.
Paolo Vandoni, cosa rappresenta nella sua vita don Gianfranco Feliciani e cosa ha significato averlo reincontrato a 40 anni di distanza per raccontarne la storia, oltretutto proprio nel momento in cui il suo cerchio pastorale si sta chiudendo?
Don Gianfranco fa parte dei ricordi più vivi della mia infanzia a Minusio. È sempre rimasto nel mio cuore, sia come persona, sia come sacerdote: una figura che ha lasciato un segno profondo non solo in me, ma in tutta la comunità di Minusio dal 1980 al 1986, gli anni in cui era diacono e ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale. L’idea di realizzare un documentario su di lui mi ha accompagnato per diversi anni e quando l’ho contattato, nell’aprile del ’25, ha accolto subito con entusiasmo la proposta, ma a una condizione: che il documentario non fosse solo un ritratto biografico, ma raccontasse anche la realtà di Chiasso e della sua comunità. Proprio in quell’occasione mi ha confidato che quello stesso giorno avrebbe ufficializzato in Parrocchia la sua decisione di lasciare l’incarico nel 2026... Così la storia diventava ancora più significativa: non era più solo il racconto di un percorso, ma anche un bilancio di 25 anni di impegno a Chiasso.
Con questo lavoro ripropone la modalità del racconto personale, del coinvolgimento diretto nella vicenda come individuo, prima che come regista. Lo aveva già sperimentato con il discusso “Città Vecchia, vita nuova” (2020) e con “El mè pa Angelo Conti Rossini” (2024). In che modo questo sguardo ha influito sul suo lavoro?
È un approccio che non nasce mai a tavolino: si è sviluppato in seguito durante il montaggio, quando mi sono reso conto che restare solo un osservatore esterno non per forza aiuta il racconto. Entrare in prima persona permette di rendere la storia più diretta, empatica ed emotiva. Racconto anche una parte della mia vita, della mia famiglia e di mio padre. I suoi ricordi sono stati fondamentali, così come, in questo nuovo lavoro, lo sono i ricordi della mia infanzia e della giovinezza. Nel caso di “El mè pa”, il coinvolgimento era diventato ancora più profondo e inatteso, perché mio padre era venuto a mancare prima della conclusione del film, rendendo quel racconto anche un’esperienza molto intima.
Nell’epoca dei social e del “mordi e fuggi” qual è secondo lei la strada che deve imboccare la documentaristica locale della Tv generalista per continuare ad avere un senso (e un pubblico) e non venire divorata da altri formati audiovisivi?
È una domanda che mi pongo spesso. Credo che la documentaristica continui ad avere un compito fondamentale: raccontare la realtà di oggi tramite delle storie, seguendo una struttura narrativa solida; forse oggi può sembrare meno “alla moda”, ma rimane una componente essenziale. Quello che continua a coinvolgermi, da spettatore, è sempre la forza della storia: ciò che riesce a trasmettere, i personaggi, l’emozione. Un racconto che lasci un segno e che continui a farmi riflettere anche giorni dopo la visione. È lì che si crea un vero legame con il pubblico. Per tutti questi motivi penso che una televisione generalista come la Rsi debba continuare a puntare su questo tipo di narrazione, soprattutto in prima serata. Oggi siamo immersi in contenuti rapidi, spesso privi di profondità, pensati per i social e consumati in pochi secondi. Proprio per questo c’è ancora più bisogno di storie ad ampio respiro e significato, capaci di distinguersi e di lasciare una traccia.