Incontri

Danilo Bianchi, logica e sangue freddo

Arresti, inchieste e indagini: in circa quarant’anni di attività, Bianchi ne ha viste di cotte e di crude. Oggi è investigatore privato

Dopo essere stato gendarme, ispettore di polizia giudiziaria, dopo essersi formato nel campo della criminalità economico-finanziaria, ha iniziato, da pensionato, l’attività investigativa, come consulente per reati penali. Bianchi, con la sua solida esperienza, non ha mai tralasciato i dettagli: quei particolari che danno la dimensione e il quadro completo della situazione.

Un investigatore che rispetta con rigore il decalogo deontologico sa perfettamente che l’abito non fa il monaco e che l’apparenza inganna. Danilo Bianchi indossa un cappello a tesa larga, non passando di certo inosservato, cosa che non gli impedisce di avvalersi della sua grande esperienza. Ma proprio perché l’apparenza inganna, così come il suo aspetto fisico può rivelarsi fuorviante, astenersi dal giudizio è roba per chi sa andare oltre l’apparenza.

Le inchieste, le indagini, il ricorso a documenti, la ricostruzione dei fatti necessitano di capacità analitiche, deduttive e intuitive: una mente razionale, una forte propensione alla logica per collegare i vari indizi e ricomporre i pezzi del mosaico. «Per fare un lavoro come il mio devi avere una formazione giuridica, strategica, psicologica, unita alla tecnica di saper usare l’arma, che richiede decisioni immediate in caso di pericolo. Ho vissuto nella sofferenza umana perché se chiami la polizia c’è sempre qualcosa di triste. Il mio rapporto con il segreto e la verità è assoluto, fin dalla più tenera età perché sono stato educato a non interessarmi, per principio, degli affari degli altri, atteggiamento che è diventato poi un fatto lavorativo. Conoscere affari estremamente privati e mantenere il segreto rimane una questione professionale. Sequestrare importi di denaro o oggetti compromettenti ha sempre comportato un approccio distaccato perché anche di fronte a un milione in contanti non ho mai ceduto a nessun tipo di coinvolgimento o pressione».

In qualità di capo operativo della Sezione reati economico-finanziari Bianchi ha mantenuto l’obiettività, anche con colleghi, colleghe, magistrati, con equidistanza da tutto e tutti per una questione deontologica, etica e morale. «Al massimo era una questione di pertinenza, ma mai di posizione professionale di chi avevo davanti, indipendentemente dalle ipotesi di reato. È una questione di qualità e di prerogative. I veri investigatori e i veri inquirenti non devono necessariamente apparire pubblicamente perché sono al servizio della giustizia, non di sé stessi, per l’immagine o per la gloria. Il giorno che deciderò di apparire sarà quando scriverò un libro firmato da me, dove mi prendo la responsabilità di quel che racconto».

I rischi del mestiere

Bianchi conosce le strategie e gli ingranaggi del sistema. In quasi 40 anni di intensa attività, con centinaia e centinaia di arresti e migliaia di inchieste, istruiti direttamente o indirettamente, è anche stato attivo nel sindacato. «Mi sono sempre reputato incorruttibile, e lo sanno bene quelli della ’ndrangheta e di Cosa Nostra. Parlo in modo documentato e con i fatti. Non sono ricattabile, e lo dimostra un’inchiesta che hanno aperto contro di me, che è andata in fumo perché non c’era fondamento. E qui entriamo nei grandi giochi. Se ho sbagliato qualche cosa, ho pagato. Quando ho arrestato Libertina Manno Rizzuto, moglie, madre e nonna dei più grandi boss di Cosa Nostra in America del Nord, ho schiacciato la coda a qualcuno. Mi sentivo abbandonato dallo Stato e sotto pressione dalla mafia. Ho fatto il mio lavoro, malgrado abbia temuto per la mia vita, tanto da obbligarmi a dormire con la pistola sotto al cuscino».

Una nuova decisione

Scegliere di fare l’investigatore privato è dunque stata una conseguenza logica del suo lavoro, perché oggi ricorre alla sua esperienza, alle sue conoscenze, collegando i fili che lo hanno impegnato a lottare contro la criminalità. «Per rimproverarsi alcunché bisogna non aver affrontato le cose dando il massimo di sé stessi. Può sembrare arrogante affermare che non mi rimprovero nulla. Mi dispiace non aver avuto, in passato, il vissuto che ho oggi. Però non è un rimprovero, ma un’osservazione, perché con il senno di poi sembra tutto facile. Ho dei rimpianti come tutti gli esseri umani. Ho avuto grandi soddisfazioni, ma anche tante difficoltà, compensate però dalle prime. Non ho avuto una vita piatta, ma una vita da montagne russe. Quando sono stato attaccato, e me l’hanno fatta grossa, sono entrato in un profondo stato depressivo, legato a questioni di nomina, che vennero gestite in modo scorretto, facendomi ostracismo per ragioni politiche e per interessi, pur avendo dei meriti. La “mediocrazia” ha trionfato, insieme a persone incapaci. Potrei fare i nomi e ricostruire i fatti, ma non voglio».

La giustizia terrena fa sempre il suo corso? «In molti ambiti ci sono grandi imparzialità dovute a ragioni politiche, etiche e morali. Quando la giustizia non viene applicata da chi è deputato a farla rispettare è perché qualcuno non ha fatto il suo dovere. Credo nella giustizia sopra di noi, che definisco divina. Negli anni ho visto gente pagare indirettamente, in altre forme, come nella famiglia dei mafiosi che hanno perso persone care, uccise dai killer. È la legge del contrappasso, una ruota che quando gira devi sperare che schiacci te e non le persone a cui tieni e vuoi bene, perché allora il dolore è assoluto e totale. Non sono né un angelo né un santo. Da anni cerco di dimostrare l’infiltrazione mafiosa. Non ho scheletri negli armadi. Ho un amico che ama sostenere che c’è chi non ha solo scheletri negli armadi ma, negli armadi, ha gente viva».