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L’agricoltura entra in città 

Come mietere un prato. Il corso
(© WWF Svizzera)
11 luglio 2026
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L’era industriale ha separato l’agricoltura dai centri urbani, confinando il mondo rurale fuori dalle città in crescita. Oggi, sentendo la mancanza di quella natura un tempo quotidiana, sempre più spesso realizziamo, tra i palazzi e lungo le strade, interventi di riordino urbano creando parchi, orti, stagni, a volte anche delle fattorie didattiche. Incrementiamo così la biodiversità, consci (anche grazie a studi scientifici) che questo agire favorisce l’interazione sociale e rende vivibile lo spazio antropizzato, spesso un insieme nefasto di traffico e inquinamento.

Il cambiamento climatico aggrava la situazione con isole di calore cittadine. La transumanza urbana è un’ultima risposta, semplice e geniale, capace di trasformare il verde, quando presente tra arterie trafficate, in un pascolo gestito in modo ecosostenibile, con le stesse modalità adottate in agricoltura. La manutenzione avviene quindi senza mezzi meccanici, rumori, inquinamento e/o consumo di combustibili fossili. Un contributo contro il cambiamento climatico che costa poco e che dà evidenti benefici. E che dimostra come il futuro delle nostre città possa passare, sorprendentemente, da un gregge di pecore.

La transumanza

Ivan Sasu, biologo e allevatore, da oltre 4 anni propone il progetto “Transumanza Urbana”.

Perché questa pratica agricola dovrebbe avvenire nei centri urbani?

I benefici sono molteplici. Permette di gestire il verde urbano in modo ecologico, sensibilizzando la popolazione sulle questioni ambientali. Inoltre si combattono le specie vegetali neofite invasive senza la chimica, favorendo la biodiversità e arricchendo l'ecosistema cittadino.

Come mai i vostri progetti portano il nome Transumanza Urbana?

Unisce due mondi apparentemente lontani: una pratica agricola tradizionale e il verde delle nostre città. Il gregge si sposta per gestire l'erba in modo ecologico, coinvolgendo la popolazione e facendola diventare parte di questo cammino.

Come reagisce la popolazione?

Molto bene. Le persone si affezionano al gregge e si fermano a osservarlo. Credo che apprezzino questa presenza anche perché oggi molti non sono più a contatto con il mondo agricolo. Le pecore sono animali tranquilli e perfetti per inserirsi nel contesto urbano.

Il problema delle neofite invasive in Ticino è enorme. Come contribuiscono le pecore?

Danno un contributo importante perché brucano volentieri diverse specie invasive. Naturalmente non risolvono da sole il problema: servono anche sfalci mirati. Il pascolo è però un ottimo strumento in una strategia più ampia.

Quali sono i progetti futuri?

Speriamo che la pratica si diffonda sul territorio cantonale. Le pecore possono avvicinare la popolazione alla biodiversità e stimolare buone pratiche anche nei giardini privati. Stiamo inoltre pensando a come valorizzare la lana della tosatura, ad esempio come pacciamatura naturale.

La falce e il gregge

Al pascolo delle greggi si è alternata una gestione manuale della superficie verde, proprio come un tempo nelle campagne, mietendo i prati con la falce per ottenere foraggio invernale. Questa pratica, unita al concetto di transumanza – che avviene tra periodi di riposo del pascolo – limita e a volte impedisce uno sviluppo eccessivo di organismi parassiti, mantenendo sani sia l’ambiente sia gli animali. Un equilibrio antico, quello tra terra, bestie e uomo, che la modernità aveva quasi cancellato ma che oggi ritrova una sua logica sorprendentemente attuale.

L’uso della falce, in alternativa al rumoroso e inquinante decespugliatore, completa la transumanza urbana affinando il lavoro inizialmente svolto dal gregge. Non si tratta solo di efficienza: è un gesto che restituisce dignità al paesaggio e a chi lo cura. Rappresenta inoltre un recupero contemporaneo di saperi tradizionali legati alla gestione rurale del paesaggio – saperi che rischiavano di perdersi definitivamente con il pensionamento delle ultime generazioni cresciute tra i prati.

Come sostiene la biologa Muriel Hendrichs, fondatrice di Alberoteca e organizzatrice del corso per falciatrici e falciatori a Sorengo (che si è tenuto il 13 giugno 2026), in questa attività emerge il fascino dei suoni semplici: il fruscio ritmato e dolce della lama tra gli steli. È un gesto antico, poetico, quasi musicale – come lo è il martello che “accorda” la lama, riportandola al giusto filo prima di ogni sessione. Suoni che accompagnavano le estati dei nostri avi sui pendii delle valli ticinesi e che oggi, con la transumanza urbana, rientrano timidamente tra le nostre case, incantando più di un tempo. Una melodia dimenticata che la città, inaspettatamente, ha deciso di accogliere.

La pecora, custode silenziosa del territorio

C’è qualcosa di simbolico nel lavoro silenzioso di Ivan Sasu e del suo gregge. Strutture abbandonate, terreni incolti, spazi dimenticati tra le arterie urbane – luoghi che la città non sapeva più come gestire – diventano pascoli vivi, pulsanti di biodiversità. Un’inversione di senso che dice molto su come il territorio possa reinventarsi.

Non è un caso isolato. In tutta la Svizzera e in Europa, la pastorizia urbana e periurbana sta vivendo una rinascita silenziosa. Una pratica che nel 2019 l’UNESCO ha riconosciuto come patrimonio immateriale dell’umanità, sottolineando come la transumanza non sia solo una tecnica agricola ma un sistema di conoscenze, relazioni e valori tramandati di generazione in generazione.

In Ticino, questo patrimonio rischiava di perdersi. L’urbanizzazione crescente, l’abbandono dei pascoli e la scomparsa delle generazioni di pastori avevano interrotto quella continuità. La transumanza urbana non è nostalgia, ma una risposta concreta e moderna a problemi concreti e moderni: le neofite invasive, le isole di calore, la perdita di biodiversità, il distacco della popolazione dalla natura.

Le pecore, animali antichi e pazienti, si rivelano alleate improbabili della città contemporanea. E i cittadini che si fermano a osservarle – stupiti, incuriositi, a volte commossi – ritrovano qualcosa che non sapevano di aver perso. Ben vengano più progetti di questo tipo, che uniscono il sapere antico al mondo moderno.

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