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Gorilla, una storia di Speranza

Come si salva una specie

Alcuni degli uomini che proteggono i gorilla
(© Jasper Doest/WWF)
20 giugno 2026
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Condividono il 98% del nostro DNA, vivono tra gli alberi, alle pendici di vulcani nebbiosi al confine tra Ruanda, Uganda e Repubblica Democratica del Congo. Eppure, per decenni sono stati condannati a un destino che sembrava segnato. I gorilla di montagna, uno dei primati più rari e carismatici del pianeta, hanno sfiorato l’estinzione. Negli anni Ottanta ne restavano meno di quattrocento in tutto il mondo. Oggi, grazie a un impegno straordinario che unisce comunità locali, governi e organizzazioni come il WWF, la loro storia ha cambiato rotta. Sono 1’063 gli esemplari censiti nell’ultima rilevazione ufficiale: un risultato che nel mondo della conservazione viene considerato un vero miracolo. Un miracolo faticoso, costruito giorno per giorno nelle foreste dell’Africa centrale, dove proteggere un animale significa anche proteggere la terra, l’acqua e il futuro delle persone che ci vivono accanto. Una lezione preziosa, che vale ben oltre i confini di queste montagne vulcaniche e che dimostra come, quando scienza, comunità e politica lavorano insieme, anche le storie più difficili possono trovare un finale diverso. E proseguono i progetti interdisciplinary, per proteggere i nostri “cugini”.

Come si salva una specie

La foresta pluviale che ospita i gorilla di montagna non è una riserva intoccabile. È un ecosistema vissuto, conteso, fragile. Le popolazioni che vivono ai margini dei parchi nazionali dipendono da quelle stesse risorse: legname da ardere, terreni da coltivare, acqua da raccogliere. Si tratta di aree che costituiscono l’habitat vitale dei gorilla. Questa sovrapposizione di bisogni è stata a lungo la principale causa di degrado forestale e – di conseguenza – una delle minacce più gravi per la loro sopravvivenza.

A queste pressioni si aggiungono rischi altrettanto seri: le malattie trasmesse dagli esseri umani, verso cui i gorilla hanno una suscettibilità altissima proprio per la vicinanza genetica con noi; i conflitti fra uomini e animali selvatici, inevitabili quando le aree protette sono circondate da villaggi; e i cambiamenti climatici, che alterano la disponibilità di cibo e la distribuzione delle specie vegetali da cui i gorilla dipendono.

Eppure, la conservazione ha funzionato. Il segreto non è stato isolare i gorilla dal mondo, ma costruire attorno a loro una rete di protezione che includesse le comunità locali come protagoniste, non come ostacoli. Programmi di coinvolgimento comunitario, formazione delle guardie forestali, rafforzamento della gestione dei parchi e rimozione dei lacci di caccia: tutto questo, messo insieme con continuità nel corso di oltre trent’anni, ha reso possibile un recupero che oggi è considerato uno dei casi di successo più citati a livello globale. Solo così è stato possibile passare da 400 esemplari a oltre mille.

Il censimento

Ogni cinque anni, un team di ricercatori, guardaparco e biologi si avventura nelle foreste del massiccio dei Virunga e dell’ecosistema di Bwindi-Sarambwe per contare i gorilla di montagna. Non è un’operazione semplice né priva di rischi. I gorilla, infatti, vivono in gruppi familiari che si spostano continuamente attraverso terreni impervi, spesso avvolti dalla nebbia a quote elevate. Identificarli con precisione richiede pazienza, esperienza sul campo e un sistema collaudato di raccolta e verifica dei dati raccolti da decine di operatori.

Il censimento è coordinato dall’IGCP (International Gorilla Conservation Programme) nell’ambito della Greater Virunga Transboundary Collaboration, una struttura che riunisce le autorità di gestione dei parchi dei tre Paesi coinvolti: Ruanda, Uganda e Repubblica Democratica del Congo. Il WWF è tra i fondatori dell’IGCP, costituito nel 1991 insieme a Fauna & Flora e Conservation International, con l’obiettivo di garantire la sopravvivenza a lungo termine della specie.

«La mia speranza è che il censimento che viene fatto ogni cinque anni ci fornisca una fotografia dello stato di salute della popolazione nell’ecosistema Bwindi-Sarambwe, e in particolare se la popolazione è in aumento o almeno stabile. È una misura che valuta tutti gli sforzi di conservazione degli ultimi anni e orienta le strategie future», spiega Jean Paul Hirwa, vicedirettore dell’IGCP.

I dati raccolti servono non solo a stimare quanti gorilla esistano, ma anche a valutare la salute complessiva della popolazione, la struttura dei gruppi familiari, la distribuzione geografica nei diversi habitat. Sono numeri che si traducono in politiche di gestione, decisioni di bilancio, priorità di intervento per gli anni a venire. Contare i gorilla significa, in ultima analisi, sapere come proteggerli meglio.

Passo dopo passo verso il successo

Nel 2018, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura ha aggiornato lo status dei gorilla di montagna nella sua Lista Rossa delle specie minacciate: da “criticamente minacciato” a “minacciato”. Un cambiamento di categoria che può sembrare una sottigliezza tecnica, ma che nella comunità scientifica e conservazionistica ha il peso di un riconoscimento storico. Significa che la tendenza si è invertita. Significa che, con la volontà e le risorse giuste, si può fare.

Il merito va distribuito tra molti attori: i guardaparco che pattugliano ogni giorno sentieri pericolosi, le comunità locali che hanno accettato di modificare alcune pratiche tradizionali in cambio di benefici concreti per le loro famiglie, i governi che hanno mantenuto – spesso in contesti politici difficilissimi – l’impegno a proteggere le aree naturali. E va alle organizzazioni come il WWF, che da decenni investono risorse, competenze e relazioni in una delle regioni più complesse del pianeta.

Ma il traguardo raggiunto non è un punto di arrivo definitivo. I gorilla di montagna restano una specie minacciata. La pressione sulle foreste non si è fermata. I cambiamenti climatici continuano ad alterare gli equilibri degli ecosistemi montani d’Africa centrale. La vigilanza, il monitoraggio continuo e il sostegno concreto alle comunità locali devono proseguire senza interruzioni. La storia dei gorilla di montagna è una storia di Speranza, ma è anche un promemoria di quanto sia fragile, e quanto lavoro richieda ogni giorno, mantenerla viva.

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