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Uno dei Trattati Billaterali firmati con l'Unione Europea nel 2004 (Keystone)
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04.05.2021 - 17:130
Aggiornamento : 17:58

No al referendum obbligatorio sui trattati internazionali

Il Consiglio nazionale con 140 voti contro 50 ha deciso di non entrare in materia in un progetto di modifica costituzionale. Il dossier torna agli Stati

"No" all'idea di sottoporre a referendum obbligatorio i trattati internazionali, che per la loro importanza si trovano allo stesso livello della Costituzione federale. È l'opinione del Consiglio nazionale che con 140 voti contro 50 ha deciso di non entrare in materia in un progetto di modifica costituzionale.

Attualmente sono sottoposti a referendum facoltativo i trattati internazionali di durata indeterminata e non denunciabili, quelli che prevedono l'adesione a un'organizzazione internazionale, oppure che includono disposizioni importanti che contengono norme di diritto o per l'attuazione dei quali è necessaria l'emanazione di leggi federali. Sottostanno a referendum obbligatorio, invece, l'adesione a organizzazioni di sicurezza collettiva, come la Nato, o a comunità sovranazionali, vedi l'Ue.

La maggioranza ha ritenuto queste disposizioni sufficienti. Inoltre, come spiegato dalla relatrice commissionale Greta Gysin (Verdi/TI), "il nostro sistema conosce da tempo un diritto costituzionale non scritto, il cosiddetto referendum sui generis, che ci dà, come Assemblea federale, la possibilità di sottoporre un trattato internazionale all'approvazione di popolo e cantoni" (come avvenuto nel 1992 con la votazione concernente l'Accordo sullo Spazio economico europeo SEE, n.d.r).

Se la proposta in discussione fosse accettata, ha proseguito Gysin, le discussioni sul se un trattato soddisfa o meno le condizioni per essere sottoposto al referendum obbligatorio rimarrebbero politiche. Il problema sta nel trovare una definizione soddisfacente dei trattati da sottoporre a votazione obbligatoria.

La proposta in discussione non potenzia quindi i diritti politici né la democrazia, ha sostenuto la ticinese. Il progetto rafforza invece il principio della maggioranza dei cantoni rispetto a quello della maggioranza del popolo, come se una decisione presa a doppia maggioranza fosse più democratica rispetto a una presa dalla maggioranza del popolo. Un ragionamento che Gysin ha definito sbagliato.

"Quella proposta non è certamente una soluzione adeguata: non aggiunge nulla allo status quo, anche se dobbiamo riconoscere che lo status quo non è soddisfacente", ha affermato da parte sua l'altro relatore commissionale, Gerhard Pfister (Centro/ZG). Insomma, il valore aggiunto portato del progetto è troppo esiguo per giustificare una modifica della Costituzione, ha sostenuto lo zughese.

Una minoranza, composta essenzialmente da UDC, ha chiesto di entrare in materia sostenendo che l'obbligatorietà del referendum permetterebbe di accrescere la certezza del diritto e la trasparenza, nonché di rafforzare la legittimazione democratica del diritto internazionale.

Il referendum sui generis non figura in alcun atto legislativo, ha sostenuto Gregor A. Rutz (UDC/ZH). La maggioranza delle nuove regole introdotte a livello federale hanno origine diretta o indiretta da norme internazionali, ha ricordato lo zurighese. La proposta in discussione, oltre a rafforzare la partecipazione al dibattito democratico, ha il merito di impedire che per motivi di opportunità politica si rinunci a prevedere il referendum obbligatorio, ha aggiunto Michaël Buffat (UDC/VD).

Anche il governo sosteneva la proposta: il progetto si basa sull'idea che ciò che secondo il diritto interno va disciplinato nella Costituzione sottostà obbligatoriamente a votazione e richiede l'approvazione del Popolo e dei Cantoni. Se un trattato internazionale prevede una norma analoga, va sottoposto a referendum obbligatorio allo stesso modo di una modifica costituzionale, ha affermato, invano, la consigliera federale Karin Keller Sutter.

Il dossier torna al Consiglio degli Stati.

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