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Due settimane, da far valere entro i sei mesi dopo la nascita, 80% del salario assicurato - Keystone
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11.09.2019 - 21:10
di Stefano Guerra da Palazzo federale

Un congedo paternità nato l'11 settembre

Il Consiglio nazionale ha dato luce verde a un mini-congedo di due settimane per i neo papà. Due opinioni a confronto

«Un piccolo passo storico» (Mathias Reynard, Ps/Vs), con il quale è stata colta «un’occasione quasi insperata» (Christiane Bulliard-Marbach, Ppd/Fr). Ancora nel marzo del 2016 – quando il Parlamento respinse un’analoga proposta di Martin Candinas (Ppd/Gr) – pochi avrebbero scommesso che soli tre anni e mezzo più tardi, e sempre nella stessa legislatura, un congedo paternità potesse vedere la luce sotto la cupola di Palazzo federale. Eppure è successo. Al termine di un dibattito durato più di sei ore, e dopo aver rigettato una proposta Udc di non entrata in materia, il Consiglio nazionale ha approvato ieri sera (129 voti contro 62 e un’astensione) l’idea – già accolta dai ‘senatori’ in giugno – di un congedo di due settimane quale controprogetto all’iniziativa popolare che di settimane per i neo papà ne chiedeva quattro.

La «meravigliosa pressione» esercitata dall’iniziativa (Reynard); le imminenti elezioni federali, che induce molti a essere un po’ meno rigidi del solito; e il fatto che «la società cambia» (Andrea Gmür-Schönenberger, Ppd/Lu): questi e altri fattori spiegano come mai si sia potuto arrivare a tanto. ‘Tanto’, per modo di dire. Due settimane di congedo paternità non sono nemmeno «il minimo», ovvero le quattro settimane chieste dall’iniziativa, ha detto Adrian Wütrich (Ps/Be), presidente del comitato promotore. Il controprogetto è una soluzione «minimalista», «una politica familiare seria è un’altra cosa» (Irene Kälin, Verdi/Ag). Una parte di chi l’ha sostenuto (tra le fila di Ppd, Plr e Pbd in particolare) lo vede invece come «un compromesso tra l’iniziativa popolare e le esigenze delle piccole e medie imprese», un esempio virtuoso della «politica dei piccoli passi» (Gmür-Schönenberger). Per Marco Romano (Ppd), i tempi sono maturi e le due settimane sono un compromesso finanziariamente sostenibile. In passato contrario al congedo paternità, Fabio Regazzi (Ppd) ha dichiarato di aver cambiato idea col passare degli anni anche in seguito al confronto con i suoi dipendenti. Un miglior equilibrio tra vita lavorativa e famigliare ha ricadute positive anche per le aziende, ha sottolineato il deputato e imprenditore.

Le cose per il controprogetto si sono messe bene quasi subito, come previsto (cfr. ‘laRegione’ di ieri). Quando Christian Wasserfallen (Plr/Be) ha dichiarato che per una maggioranza del gruppo liberale-radicale – ago della bilancia per l’occasione – l’opzione ‘minimalista’ è «difendibile», s’è capito che i numeri alla fine ci sarebbero stati. Per la via mediana tra lo status quo (il nulla legislativo) e le quattro settimane chieste dall’iniziativa (sostenuta in aula solo da Ps e Verdi) hanno votato compatti i partiti del centro e della sinistra, contro si sono schierati buona parte dei democentristi e alcuni deputati Plr. Se passerà anche lo scoglio (poco più che formale) delle votazioni finali, il controprogetto entrerà in vigore qualora l’iniziativa venisse respinta alle urne o fosse ritirata, come alcuni dei promotori hanno lasciato intendere di voler fare.

Il discorso resta aperto

C’è stato chi ha invitato tutti a non perdersi nel «mercato persiano» delle proposte sul congedo parentale (Gmür-Schönenberger), ma non c’è stato verso. Per la sinistra soprattutto, ma non solo (oggi agli Stati verrà esaminata una mozione del ‘senatore’ Plr Philipp Müller ‘per un congedo parentale moderno e flessibile’), il congedo paternità è superato dai tempi, non corrisponde più alle esigenze di un numero crescente di padri (desiderosi di passare più tempo in famiglia con i loro figli) e madri (intenzionate a tornare al lavoro dopo la maternità). La parola magica è ora è ‘congedo parentale’ (Reynard: «la sola vera proposta d’avvenire»). Svariati i modelli proposti, di durata compresa tra le 28 e le 52 settimane. Tutti sono stati respinti. Musica di domani.

Lisa Mazzone (Verdi/Ge), 31 anni, è stata eletta nel 2015 al Consiglio nazionale. Pochi mesi fa è diventata mamma per la prima volta. Alle elezioni federali di ottobre è candidata anche per il Consiglio degli Stati. Così si è espressa ieri durante il dibattito sul congedo paternità:

«Si entra nella maternità con il ventre panciuto, la mano raggomitolata in quella del proprio compagno e l’avvenire pieno di promesse. Se ne esce con un bebè tra le braccia e la società che ti colpisce in faccia. Questa vecchia società. Patriarcale e conservatrice. Si è esaurite, il corpo sfinito. E il compagno se ne va. Torna al lavoro. Allora si riprende la storia, l’appartamento è là, la lavatrice anche. Il bebè piange, ma mi piacerebbe almeno lavarmi una volta in una giornata. Il pannolino non ha retto, bisogna che faccia ancora questo bucato. E siccome sono qui, tocca a me passare l’aspirapolvere.

Si entra nella maternità come coppia moderna – lui lavora, io lavoro –, se ne esce facendo un balzo all’indietro. La società ci fa entrare di forza nella casella che ci ha riservato, in quanto donna: la cura dei parenti e il carico mentale. È un periodo difficile. La depressione post-parto riguarda una donna su 8, e quasi altrettanti padri (...). E il cesareo, che richiede un tempo di recupero più importante, un terzo delle mamme.

Essere in due a casa non è un lusso, è necessario. La maggior rottura in termini di uguaglianza uomo-donna si verifica alla nascita del bambino. Come scrive Travail.Suisse, “il fenomeno è finalmente confermato dalla ricerca: la maternità è un fattore che discrimina le donne sul mercato del lavoro. Per lo più, la discriminazione che ne risulta è il licenziamento o la partenza ‘di comune accordo’”.

(...) La storia che vi racconto è quella della separazione dei compiti e dei ruoli tradizionali. Ha sempre due facce. E se se ne cambia una, anche l’altra cambia. Ora, secondo la nostra legge i padri non hanno niente da fare a casa. Quando nasce un bambino, si concede loro un giorno. Come per un trasloco. Tuttavia, si sposta più di un armadio! E siamo il solo paese europeo a non accordare un congedo paternità. È un tema rimandato della politica federale. Eppure, non è il tema più fondamentale della nostra società quello di assicurare il suo rinnovo? Non dovrebbe essere proprio lì che si investe, collettivamente?

La Commissione federale per le questioni familiari ha dimostrato (...) tutti gli effetti benefici di un congedo parentale di 38 settimane. In primo luogo (...) migliora la salute del bambino e stimola il suo sviluppo, con ripercussioni fin nei suoi risultati scolastici. In seguito, migliora la salute delle mamme (...). Anche per il padre è primordiale, poiché la relazione si sviluppa in questo momento. Se è presente, potrà partecipare maggiormente alla presa a carico del figlio e ciò migliora le sue competenze educative.

Gli effetti positivi non sono soltanto ‘privati’: sono anche economici. Il congedo parentale permette alla madre di lavorare di più (...). Per le aziende, è un’opportunità. Migliora la produttività, la cifra d’affari e il clima di lavoro (...). Permette soprattutto di ridurre la fluttuazione del personale. E non ci si venga a dire che è complicato fare a meno di un uomo. Quando è al servizio militare, si trova sempre il modo di farlo.

(...) L’obiettivo è di raggiungere l’uguaglianza, di permettere alle famiglie di adottare una ripartizione dei compiti equilibrata. Che le madri possano anche sviluppare la loro vita attiva pienamente e che i padri si facciano carico della metà delle mansioni domestiche e di educazione. E del carico mentale. Non è una questione di responsabilità individuale, ma di possibilità.

L’iniziativa per un congedo paternità domanda quattro settimane. È troppo poco. Secondo gli studi, i veri effetti sono constatati a partire da 8 settimane di congedo. I Verdi rivendicano da molto tempo un vero congedo parentale: (...) 52 settimane, suddivise tra il padre e la madre, con 14 settimane che la madre deve prendere direttamente alla nascita del figlio e il resto da suddividersi nei due anni seguenti.

Una volta per tutte: il congedo maternità, il congedo paternità, il congedo parentale, non sono delle vacanze! Sono necessari.»

(traduzione ‘laRegione’)

Verena Herzog (Udc), 63 anni, madre di tre figli, siede al Consiglio nazionale dal 2013. In ottobre si ricandida per un seggio alla Camera del popolo. Così si è espressa ieri durante il dibattito sul congedo paternità:

«(...) La famiglia è la cellula più piccola ma al contempo importante della società. Ci assicura il futuro e merita grande stima. Essere genitori è una grossa sfida, ma di certo anche un grosso privilegio.

E adesso è un anno elettorale. E ci va bene di poter distribuire bei regali. Ci si deve chiedere solo, a costo di chi?

(...) I padri – viene detto – vogliono essere più presenti e più coinvolti emotivamente nella famiglia di quanto non fosse il caso in passato. È davvero meraviglioso. Tuttavia, questo argomento non è del tutto credibile, poiché almeno in parte le stesse persone che con veemenza si battono per questo congedo supplementare, dopo vogliono affidare i bambini il più presto possibile a terzi, naturalmente se possibile sempre a spese dello Stato. E allora mi pongo le seguenti domande:

1. Qual è la necessità, l’utilità e soprattutto la sostenibilità di un congedo paternità?

2. Quali aziende possono permetterselo, sotto il profilo organizzativo ma anche finanziario?

3. La domanda fondamentale: possiamo permetterci un’ulteriore estensione delle prestazioni sociali, mentre le nostre assicurazioni sociali già adesso sono in forte difficoltà e la demografia renderà la situazione ancor più difficile?

(...) Sulla necessità: è davvero lodevole! Dico sul serio! Si argomenta soprattutto con l’importanza della costruzione della relazione tra padre e figlio. Devo dire: un nobile desiderio, ma dal mio punto di vista un ‘must’, una cosa scontata! Lo so in quanto madre di tre bambini, in prima persona e dalla psicologia dello sviluppo: nelle prime settimane, un periodo meraviglioso ma impegnativo per le madri, sono soprattutto i bisogni corporali del bebè che devono essere soddisfatti. Ma per questi, così vuole la natura, il padre può dare solo un contributo limitato.

Sull’utilità: costruire una relazione col figlio è molto più decisivo nelle settimane successive e soprattutto nei primi tre anni di vita che non dopo la nascita. Per sgravare le madri subito dopo la nascita vale la pena – per un padre – prendere un paio di giorni di ferie, dopo averne discusso con datore di lavoro e colleghi. È più utile sostenere le madri tra il secondo e il quarto anno di vita – ed è più impegnativo per il padre farlo – che immediatamente dopo la nascita. Durante questa fase (...), il sostegno reciproco dei genitori è assai più importante. Ma Signore e Signori: anche questo rientra nella responsabilità individuale dei genitori e non dello Stato.

(...) Equivoco centrale: i favorevoli all’iniziativa e al controprogetto fanno un chiaro errore di ragionamento. Perché è un equivoco definire come ‘sociale’ solo quello che lo Stato sostiene. Ci sono molti esempi di grandi aziende internazionali e grandi (sic) piccole e medie imprese (Pmi), che già oggi trovano con i loro collaboratori soluzioni generose e flessibili. Questa è la concorrenza tra imprese, e così dovrebbe essere. Lo Stato farebbe meglio a offrire loro incentivi fiscali, anziché gravarle con ulteriori obblighi. (...) Per grosse imprese come Novartis o Axa non è un problema. (...) In difficoltà a causa di questo congedo obbligatorio imposto dallo Stato sarebbero invece le Pmi, che sono il 99% delle aziende in Svizzera e i due terzi degli impieghi. Circa 525’800 Pmi hanno meno di dieci impiegati. E per queste un congedo statale obbligatorio può essere un serio problema.

(...) Due, quattro, 8 o 52 settimane: (...) dobbiamo porci la domanda di fondo, se una nuova prestazione sociale, finanziata tramite i prelievi sui salari, dev’essere introdotta o no! Una volta che il congedo paternità è in vigore, non bisogna essere profeti per sapere che sicuramente non resteremo a queste due settimane, nemmeno a quattro. (...) Le prossime generazioni ci ringrazieranno, se anche loro potranno ancora approfittare del nostro solido Stato sociale e non dovranno sopportare questi oneri che la nostra generazione in modo imprudente ha approvato. (...)»

(traduzione ‘laRegione’)

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