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Ticino7
10.11.2018 - 11:250

La Confederazione e il controllo (o meno) delle armi

In Svizzera sappiamo con sorprendente precisione quanti cani ci sono nelle nostre case, ma non quante pistole o fucili

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, disponibile anche nelle cassette di 20 Minuti per tutto il fine settimana.

Gli amanti delle armi, cacciatori, tiratori, collezionisti o persino militari e poliziotti, lo hanno sempre ribadito: premere il grilletto è una lunga tradizione in Svizzera fatta di responsabilità, rispetto e competenze. Basti pensare al Knabenschiessen che risale al XVI secolo. Un altro fatto è inconfutabile: sia i decessi sia i suicidi con armi da fuoco non fanno che diminuire. Nel periodo 1998-2008 i dati federali indicano che i primi sono scesi da 466 a 259 casi; i secondi da 413 a 239. Quello che invece lascia un po’ perplessi è il controllo sulla diffusione di pistole e fucili. Non può non sorprendere, infatti, che in un paese preciso e organizzato come il nostro sappiamo per esempio quanti cani ci sono in Ticino (29mila, dato del 2017 dell’Ufficio veterinario cantonale), ma non quante pistole automatiche e fucili d’assalto. Com’è possibile?

Leggi lacunose

Prima del 1999 in Svizzera non esisteva nemmeno una legge federale sulle armi, non c’era quindi alcun vero controllo nazionale sulla loro diffusione e sul loro utilizzo abusivo. Si impose quindi l’obbligo di notifica (per acquisto, vendita, prestito, esportazione, importazione, fabbricazione ecc.) ai competenti uffici cantonali, in Ticino al Servizio armi, ovvero l’ex Ufficio permessi del Dipartimento delle istituzioni. Ma come spesso accade in Svizzera, la nuova legge fu il classico compromesso: si rinunciò a un registro retroattivo perché ritenuto troppo oneroso. Per dirla con le parole dell’ex capo dell’Ufficio permessi, Claudio Portavecchia, «si è voluto quindi ‘dimenticare’ la realtà delle armi detenute fino a quel momento dai privati», si legge sulla rivista dei tiratori ticinesi Tiro Ticino. Nel 2006 il governo federale dovrà però riconoscere varie altre «lacune» e «debolezze» della nuova legge: per esempio il fatto «inaccettabile» per cui un’arma vietata in un cantone fosse acquistabile in un altro. L’adesione a Schengen imporrà altri correttivi alle stranezze elvetiche, come l’obbligo di notificare l’arma nei cantoni, in vigore solo dalla fine del 2008. Tutto a posto? Macché. Si dovranno tappare altri buchi, migliorando per esempio solo dal 2016 lo scambio di informazioni sulle armi tra varie autorità (esercito, polizia, ministeri). Ad oggi la legge federale del 1999 è stata modificata ben una quindicina di volte.

Dunque quante armi qui ci sono? L’anno scorso la Neue Zürcher Zeitung ha raccolto i dati di tutti i registri cantonali, arrivando a un totale di 876mila tra pistole e fucili, in mano a 279mila proprietari. La cifra era stata confermata da Markus Röösli, responsabile del progetto di armonizzazione dei vari sistemi informatici di registrazione delle armi. Ma è la punta dell’iceberg. Lo stesso Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) infatti stima almeno 240mila armi non registrate, e almeno 900mila armi militari (pure non registrate) finite nelle mani di privati. Totale: in Svizzera ci sarebbero almeno 2 milioni di armi da fuoco. Tutto in modo assolutamente legale. Per il DFGP si tratta di una cifra che, rispetto ai Paesi europei è, «molto elevata», ma che se non fosse per la tradizione di conservare l’arma d’ordinanza a casa, «la quota scende a circa il 10 per cento: un valore in linea con la media europea». E in Ticino?

Ticinesi pazzi per le armi

Poiché nemmeno in Ticino si sa con esattezza quante armi ci siano, nel 2013 il governo cantonale risponderà così a una deputata: «In Ticino sono attualmente inserite nel registro elettronico cantonale 50mila armi», di cui «10’393 sono state notificate» dopo l’obbligo del 2008 di denunciarne il possesso. Ma in realtà ce ne sono di più, poiché «una stima delle armi acquisite in passato, senza scambio di informazioni tra le diverse autorità (…) non sarebbe attendibile». È ragionevole pensarlo anche solo in base alle autorizzazioni rilasciate. Stando ai dati riportati dalla stampa o forniti dalla Polizia cantonale, se nel 2009 le autorizzazioni erano 718, nel 2015 sono state già 1’351 e 1’745 nel 2017. A giugno 2018, si legge nei documenti parlamentari, siamo già a 751 permessi. Insomma, secondo tio.ch, «le pistole e i fucili registrati in Ticino sono sempre di più». Saremmo infatti più armati della media svizzera: in Ticino avremmo «un fucile ogni sette abitanti», mentre la media svizzera sarebbe di uno ogni nove.

Che il Ticino sia cantone di armaioli e appassionati d’armi è cosa nota, anche all’interno delle stesse istituzioni. Il presidente della Federazione svizzera di tiro Swissshooting è infatti il segretario generale del Dipartimento istituzioni, Luca Filippini. Una doppia carica che suscitò qualche perplessità in parlamento, ma per il governo «non si ravvede come a essa possa essere attribuito un valore politico maggiore» rispetto ad altri tipi di associazioni.

La passione per pistole e fucili dell’ex capo del Servizio armi, Portavecchia, non è mai stata un segreto per nessuno. Nel 2007 il periodico Tiro Ticino lodava la tecnica di un famoso fucile d’assalto russo, così come la «genialità del suo creatore», cioè un tale Kalashnikov. Dal 2014 il capo del Servizio armi è Paolo Degani il quale, intervistato dallo stesso periodico, affermava di essere cresciuto tra pallottole e grilletti. Oggi è istruttore di tiro ed esaminatore nelle prove pratiche per chi vuole ottenere il porto d’armi. Lo stesso ministro Norman Gobbi, prima di venire eletto nel 2011 al dipartimento competente per le armi, era responsabile editoriale di Tiro Ticino. Altri politici non hanno mai nascosto i loro legittimi legami d’interesse: dall’ex deputato cantonale Oviedo Marzorini (era presidente della Federazione ticinese società di tiro) all’attuale consigliere nazionale Fabio Regazzi (presidente della Federazione Cacciatori Ticinesi).

Stile elvetico

Ma come la mettiamo col sottobosco di armi mai dichiarate? Che fine fanno? La Svizzera fa davvero a sufficienza per controllarne la diffusione? A risvegliare le coscienze sulla lacunosa e lassista legge federale del 1999 ci volle infatti l’eccidio nel parlamento di Zugo nel 2001. Uno dei più eminenti penalisti e criminologi svizzeri, Martin Killias, a swissinfo.ch rivelò infatti dettagli incredibili sull’accaduto. Benché il forsennato fosse conosciuto alla giustizia, non solo aveva potuto comprare armi in due occasioni qualche anno prima, ma queste non gli erano state sequestrate nemmeno dopo un’aggressione armata contro il conducente di un bus. Oggi questo non sarebbe  più possibile, ma sta di fatto che la Svizzera è stata per anni un paradiso per il commercio d’armi, e per un semplice motivo: la vecchia legge obbligava ad annunciare solo l’acquisto di un’arma da un armaiolo, ma non tra privati. La distinzione poi cadde con la revisione legislativa. Nel 2002 è la stessa Polizia federale che in un suo rapporto scrive: «Questa misura (...) permetterà di migliorare la reputazione della Svizzera, oggi considerata come il luogo privilegiato di trasbordo d’armi in Europa».

Tutto a posto quindi? No, a creare altre grane al modus operandi elvetico ci saranno le direttive europee, per esempio la ratifica della Convenzione europea sul controllo dell’acquisto e detenzione di armi da fuoco in vigore dal 1982, e chiesta nel 2004 dalla sinistra del parlamento svizzero. Il punto centrale era di contrassegnare ogni arma da fuoco fabbricata o importata. Ebbene, la risposta del 2005 del Consiglio federale si commenta da sé: «La ratifica (...) costringerebbe la Svizzera a introdurre sul proprio territorio una rete di controllo delle armi e munizioni più densa», perciò «non intraprende passi in vista di firmare una convenzione internazionale, fintanto che non è garantito che (...) possa essere anche ratificata». Insomma, si preferiva prendere tempo tra la firma (priva di vincoli giuridici) e la ratifica (che invece ne ha) da parte di altri Stati membri. Non è un po’ strano per un Paese che, sono parole del governo, dice di attribuire «grande importanza alla lotta contro (...) il traffico illegale di armi da fuoco»? Tuttora la Svizzera, come altri Paesi, nella Convenzione non figura. Perché è «neutrale»? No, infatti la Svezia ne fa parte.

Dal sottobosco

La blanda politica elvetica condotta fino alla prima metà degli anni Duemila ha fatto sì che, per esempio, proprio in Ticino un cittadino abbia potuto acquistare in varie località del cantone, dal 1999 al 2005, ben 144 armi per rivenderle ed esportarle in Italia. Nella sentenza di condanna del Tribunale federale si legge che ci è riuscito tramite falsi contratti di compravendita.

Nel 2006 l’aria comincia a cambiare, spesso grazie agli accordi di Schengen, e le storture elvetiche saltano ormai all’occhio. Sarà lo stesso governo federale a riconoscerle. Riassumiamo: giungla di permessi tra i cantoni, acquisti illegali via internet, ritiro lacunoso di munizioni nei poligoni, controlli insufficienti sugli armaioli, assenza di sanzioni – si stenta a crederlo – se un’arma viene venduta a un minorenne ecc. Aggiungiamo anche misteriose sparizioni di munizioni, come di recente da un bunker a Riazzino.

Ma oggi? Poiché nessuno sa quante armi ci siano nel Paese, nessuno può negare con certezza l'esistenza di un sottobosco d’illegalità. Se così non fosse, come faceva l’omicida di Ascona dell’estate 2017, un cittadino di origini macedoni, ad avere una calibro 9mm, dato che non solo non l’aveva dichiarata ma per legge (vedi riquadro nella pagina precedente) non potrebbe nemmeno possederla? Secondo il portale ticinonews.ch l’avrebbe acquistata per mille franchi da «uno sconosciuto»... Oppure ancora, come avrebbe acquistato le armi in Svizzera il presunto mafioso residente a Bienne (mentre scriviamo è sotto processo al Tribunale penale federale di Bellinzona) che, secondo l’accusa, sarebbero servite per rifornire i clan nel Milanese?

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