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26.09.2022 - 05:30
Aggiornamento: 07:51

L’ultimo sipario sulla fabbrica delle emozioni

‘Non mi piace perdere’, dice King Roger. Ma alla Laver Cup di Londra è così che va a finire, con la sua Europa costretta alla resa dal resto del mondo

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Keystone
Nel giorno dell’addio la prima sconfitta del Team Europe. Forse non è un caso

Londra – Dopo tre giorni abbiamo scoperto cosa aspettava John McEnroe, seduto sulla panchina con addosso una giacca troppo grande, le mani sempre giunte all’altezza della cintola, i capelli sempre più bianchi e l’aria pacifica di chi ha tutto il tempo del mondo. Non l’autobus, ma la sua prima Laver Cup, arrivata dopo ben quattro tentativi a vuoto, con un filotto di tre vittorie, da parte del suo Team World, nel giorno in cui contava di più, quello in cui venivano assegnati tre punti a incontro: abbastanza per ribaltare l’8-4 con cui l’Europa – praticamente sempre in testa sin dal primo match – stava conducendo. È finita 13-8, rendendo inutile l’ultimo match tra Casper Ruud e Taylor Fritz e un po’ più amaro il ritiro di Roger Federer.

Il campione svizzero, a pochi minuti dalla sconfitta, lo dice chiaro e tondo: «Non mi piace perdere, non è divertente, non ti lascia un buon sapore in bocca». Aveva partecipato tre volte (su quattro edizioni) e aveva sempre vinto, eppure – sebbene stiamo parlando di uno dei più grandi vincenti della storia del tennis, e dello sport – la sconfitta è sempre stata sua compagna, risvolto necessariamente doloroso quanto poetico della sua carriera, capace di definirne il talento – lampante eppure inafferrabile – quanto i trionfi.

Le lacrime agli Australian Open del 2009, dopo la sconfitta con Nadal, che l’estate precedente aveva interrotto il suo dominio a Wimbledon; l’harakiri sportivo contro Djokovic, sempre a Wimbledon, dieci anni più tardi; l’epica semifinale olimpica contro Del Potro, a Londra 2012, sono pezzi necessari per comporre il puzzle proprio come i suoi venti Slam in bacheca.

Federer ha confermato indirettamente questo legame indissolubile con la fallibilità, venerdì, nell’attesissimo doppio d’addio con Nadal contro gli statunitensi Sock e Tiafoe, bruciando una palla match su suo servizio.

La partita dei due statunitensi è stata criticata da molti, compreso Adriano Panatta, che senza mezzi termini li ha definiti "trogloditi del tennis", irrispettosi pària al cospetto dei due campioni, per di più nel giorno della grande festa. Sotto accusa è finito soprattutto Tiafoe, che quando la partita è arrivata agli sgoccioli non ha avuto remore nel mirare al corpo su Nadal, una pratica abituale nel doppio, ma che in un’esibizione come questa ha fatto storcere il naso non solo a Panatta. Da lì il dilemma: si mostra più rispetto al campione con un piede sulla porta provando a batterlo o lasciandogli strada libera?

Non esiste una risposta giusta. Ognuno ha la sua. Quel che è certo, che dopo anni a indicare come colpevole, come "villain" del circuito Novak Djokovic, ora il giallo è stato svelato in un torneo tra rossi (Team World) e blu (Team Europa). Si tratta di Francis Tiafoe, che dopo aver fatto lo sparapalline contro Nadal è stato schiantato, brutalizzato sabato da un Djokovic indiavolato. Il serbo a dare il meglio di sé, l’americano a balbettare tennis e a sudare eccessivamente come quei sospettati inchiodati dal detective. Qualcuno aveva parlato di "vendetta" portata avanti dal vecchio rivale di Roger, che oggi per lui ha solo parole di miele. Non sapremo mai se l’apparente spietatezza di Nole avesse a che fare con la lesa maestà di venerdì, eppure Tiafoe, come tutti gli antagonisti che si rispettano è risorto quando meno ce l’aspettavamo, nel secondo set del terzo incontro di giornata contro Tsitsipas.

Di clamorose occasioni sprecate e circoli della domenica

La squadra di Federer – che al mattino si era svegliata con i quattro punti di vantaggio – aveva sprecato due clamorose occasioni per avvicinarsi al titolo. La prima con il doppio formato da Murray e Berrettini: l’italiano è in formissima – dopo aver vinto due match su due sabato – e si conferma in palla, il britannico invece è spento. Se avessero portato dentro l’O2 Arena il classico eremita degli esempi, una delle poche persone al mondo disconnessa da tutto e non a conoscenza del ritiro di Federer, e gli avessero chiesto di indicare il giocatore che si stava ritirando, avrebbe probabilmente puntato il dito verso Murray.

Il momento da circolo della domenica arriva nel secondo set, quando l’italiano e lo scozzese, per colpire una pallina rimbalzata esattamente a metà campo, non si capiscono e si scontrano con il rumore sinistro di un incidente tra racchette: Murray ha la peggio, ma può continuare. La nuvola di Fantozzi però rimane sopra le teste dei due giocatori che alla fine capitolano al super tie-break.

La seconda occasione sprecata fa ancora più rumore, perché è nelle mani di Djokovic, spietato contro Tiafoe, spettacolare e concreto nel doppio serale di sabato con Berrettini. Nole inizia sulla falsariga del giorno precedente, inchiodando Auger-Aliassime, poi d’improvviso sembra che qualcuno gli abbia imposto di limitare la varietà dei suoi colpi perché sennò è troppo facile. Il canadese diventa quasi onnipotente, porta via il primo set e al tie-break del secondo non c’è storia: ogni volta che Djokovic alza il livello, l’altro ha la contromossa pronta, come se gli leggesse nel cervello, che di solito è la specialità mistica del serbo.

Per la prima volta dall’inizio del torneo il Team Mondo è davanti. Qui rientra in scena il "villain" Tiafoe, che deve vedersela con Tsitsipas. Il primo set dura appena 20 minuti, in cui il greco fa quello che vuole (6-1). Poi non si capisce nemmeno come, Tiafoe mette insieme abbastanza punti, e giocate e fortuna, per raggiungere il secondo al tie-break. La partita a quel punto diventa un college-movie dal lato americano. Jack Sock, con il cappellino da baseball al contrario, sta in piedi sul divanetto su cui siede il resto della squadra e urla come un forsennato. Quando Tiafoe porta a casa un game o un punto importante, tutti i giocatori si mettono a fare flessioni in contemporanea, mimano sculacciate, ballano: sembra la festa di una confraternita dei college, senza alcol e senza ragazze.

Tiafoe mostra i muscoli come un body-builder, aizza il pubblico, gigioneggia, e Tsitsipas perde il controllo, mentre dall’altra parte Federer e il resto della squadra, avvolti nelle giacche blu elettrico, ricordano un gruppi di lavoratori dell’Ikea al torneo aziendale. Tifano, applaudono, ma più compassati, meno elettrici, forse – semplicemente – anagraficamente più vecchi.

La partita si è così inclinata verso Tiafoe, e un po’ anche il pubblico, affascinato dai modi da conquistatore di questo estroverso 24enne che agli Us Open ha appena eliminato Nadal, e due giorni prima ha anche rovinato la festa di Federer. Quando Tsitsipas, redivivo, spreca due palle match, si sa già come andrà a finire. E così finisce, col Team World in festa, talmente chiassoso da risvegliare nel compassato McEnroe di questi giorni, il vecchio ruggente Mac, che improvvisa un balletto al centro del campo.

Un’ultima, piccola e indolore (ma significativa) sconfitta

Federer subisce così un’altra piccola, indolore, ma significativa sconfitta da aggiungere al suo palmarès al contrario, quello che – a dispetto dell’eterea classe – lo rende umano e quindi uno di noi. Per la seconda mattina di fila si era presentato con la giacca aperta, come lo sposo che allenta la cravatta una volta che il ricevimento nuziale ha scavallato il taglio della torta: nel suo caso il bagno di folla di venerdì, quello che ha fatto tutto il giro, dai sorrisi alle lacrime e ritorno, emozionando anche i cuori di pietra, anche quelli che quando si parla di tennis non vanno oltre alla trinità Federer-Nadal-Djokovic e faticano a capire il super tie-break come i pallonari improvvisati davanti al fuorigioco.

Lo spagnolo non è più a Londra, rientrato sabato per motivi familiari, Djokovic – rimasto fermo nelle ultime settimane per il veto americano agli stranieri non vaccinati – invece è ancora lì, voglioso più che mai di parlare. È lui a sottolineare con convinzione la bellezza di questo strano torneo, un po’ Coppa Davis per continenti, un po’ esibizione, nato forse con l’unico scopo di mettere dalla stessa parte del campo lui, Rafa e Roger.

Probabilmente senza volerlo, Nole ripete quel che dicono alcuni politici dei G7 e dintorni, quando qualcuno definisce inutili i loro summit internazionali: è un modo per creare rapporti umani duraturi, al di là del ruolo formale, cementare frequentazioni e amicizie. "Nei tornei siamo sempre rivali, ma qui si crea un’atmosfera cameratesca, si parla di tennis e di vita, si scherza, si ride, si elaborano tattiche insieme. Quando esci di qua le cose un po’ cambiano, ma quello che vivi assieme non lo dimentichi".

Djokovic, molto divertito dal doppio con Berrettini, ad esempio non esclude di scendere ancora in campo con lui, in un torneo Atp. Parla della bellezza del gioco di squadra. Lui, che insieme a Federer, è stato il simbolo di uno degli sport individuali che più ti lasciano solo mentre lo pratichi.

Sembra un pensiero controintuitivo di un campione cervellotico, ma Federer la pensa allo stesso modo, anzi si spinge oltre, dicendo di essersi sempre sentito un "team player", un giocatore di squadra. Perché i grandi tennisti, anche se in campo vanno soli, sono attorniati e seguiti da un sacco di gente. "Essere leader di un gruppo è una cosa che mi riesce naturale, in più amo divertirmi con i colleghi, scherzare". La Laver Cup, criticata dai puristi, resta il luogo sospeso in cui tutto questo può accadere, anzi è già accaduto, perché andrà avanti, sì, ma in un altro modo, chissà quale, senza Federer e presto o tardi anche senza Nadal e Djokovic.

Basta lacrime. E una promessa: non in campo, ma Vancouver ci sarà

Quando le squadre sono riunite al centro del campo c’è tempo per l’ultimo saluto a Federer, che si rivela l’esatto contrario dell’interminabile abbraccio di venerdì. Le lacrime sono scomparse, le parole quasi. Ringrazia tra gli applausi, dice che ci sarà a Vancouver, sede della Laver Cup 2023, anche se non più in campo. Appare sul maxischermo l’arena che ospiterà l’evento, si chiama, per puro caso, Rogers, con una "s" di troppo. La gente urla comunque Roger, colta da un riflesso pavloviano e dalla voglia di stargli vicino: sa che lo sta facendo per l’ultima volta davanti al tennista Federer.

La vittoria del Team Europa gli avrebbe permesso di allungare la festa, alzare l’ennesimo trofeo tra luci e coriandoli, invece tocca agli avversari fare baldoria sulle note di "Seven Nations Army".

Lui esce di scena in mezzo ai compagni di squadra, da sconfitto, e alla fine tutto ha molto più senso di quel che sembra.

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