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laR
 
10.11.2021 - 05:25
Aggiornamento : 07:50

Swiss Tennis ha 125 anni, ma il regalo lo fa lei ed è boom

Intervista al presidente René Stammbach: ‘Non solo sport d’élite, puntiamo anche su quello di massa’. Adesione record alla promozione per nuovi soci.

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Nel 1896 ad Atene si svolgono le prime Olimpiadi dell’era moderna; Henry Ford costruisce la Ford Quadricycle, la sua prima automobile sperimentale (che raggiunse l’allora ragguardevole velocità di 32 km/h); nel Klondike, Canada Nord-occidentale, viene scoperto l’oro e prende il via la corsa al metallo prezioso; è ufficialmente fondata la città di Miami, che oggi ospita uno dei maggiori appuntamenti tennistici al mondo. E il 28 giugno a Berna nasce l’Association Suisse de Lawn Tennis. Quindici anni dopo la United States Tennis Association, ventiquattro prima della Fédération Française de Lawn Tennis (dal 1976 Fédération française de tennis). Oggi si chiama Swiss Tennis, nel 2021 festeggia dunque i 125 anni ed è presieduta, dal 2006, da René Stammbach; il quale è pure membro del Comitato direttore della Federazione internazionale di tennis (dal 2011) e vice presidente dell’Itf (dal 2015).

In occasione della ricorrenza è stata lanciata un’azione promozionale rivolta a chi non è mai stato socio di un club o non lo era da almeno tre anni. Quante persone hanno aderito e quanto è costata a Swiss Tennis?

Purtroppo è andata benissimo - risponde con ironia e una risata, in perfetto italiano che parlerà durante tutta l’intervista -. Battute a parte: ovviamente ci sono gioia e soddisfazione per il successo incredibile, poiché le nuove adesioni sono state oltre cinquemila. Il lato più impegnativo della medaglia è il fatto che questa promozione ci è costata un milione e mezzo di franchi.

Vi aspettavate questo esito positivo?

No, non in queste proporzioni. All’interno del comitato centrale abbiamo dibattuto molto, dopo aver constatato l’immediata valanga di adesioni. Ci siamo chiesti se chiudere a tremila o portare a termine l’azione con i tempi previsti. Per finire abbiamo deciso di mantenere le promesse.

Come sta la 125enne Swiss Tennis?

Sta bene. Quando sono diventato presidente, il capitale proprio era di quattro milioni di franchi, oggi di dodici. In questi anni si è investito moltissimo. Uno dei progetti maggiori è l’ampliamento del centro nazionale a Bienne: sono stati costruiti un’arena che ha una capienza di 2’500 spettatori, un edificio che può ospitare una cinquantina di giovani (25 camere); adesso siamo già troppo piccoli, perché l’affluenza è enorme. La maggiore differenza è che nel 2006 quando ho iniziato non era usuale lasciare il proprio coach e andare al centro nazionale, oggi moltissimi vogliono venire a Bienne; il merito non è certamente solo il mio, ma soprattutto dell’ottimo team che lavora lì.

Non tutti, però, optano per il centro di Swiss Tennis, preferendo accademie all’estero. Ritiene sia una perdita di valore per la federazione svizzera?

No, anzi. Da noi siamo organizzati in questo modo: oltre al centro nazionale, sul territorio ci sono più di dieci centri regionali con lo statuto di ‘partner academy’. Queste strutture formano giovani fino a 14 anni, i quali poi si spostano a Bienne oppure in altre strutture. Quando sono diventato presidente, ho detto che dal mio punto di vista non è rilevante dove i giovani si formano; bensì il fatto che abbiano la possibilità di farlo. Swiss Tennis mette dunque a disposizione sostegno finanziario, affinché chi vuole tentare il professionismo, possa seguire una preparazione dove preferisce. Che sia in Spagna, Usa o Francia, poco importa. E la scelta si è rivelata un successo. Jil Teichmann e Viktorija Golubic sono due esempi; tra i ragazzi ne sta beneficiando Jeffrey Von Schulenburg, che sta seguendo l’università in Virginia. Sono convinto che questo sistema in futuro darà ancora più frutti.

Dal suo osservatorio, come è cambiato il mondo del tennis da quando ha assunto la presidenza?

Lo sport è rimasto il medesimo, ma è evidente a tutti che sia diventato parecchio più atletico. Se lo paragono a quello che si giocava anni addietro, quando organizzavo il torneo di Zurigo (conquistato cinque volte da Steffi Graf) o quello di Lugano (che tra le vincitrici vanta Chris Evert), da questo punto di vista è evoluto parecchio. Oggi è una disciplina assai più dura: si può dire che prima i tennisti erano giocatori, oggi sono atleti. Inoltre pure ciò che sta fuori dal campo, ha subito dei mutamenti. Penso al coinvolgimento di persone provenienti da altri mondi e differenti realtà: come il calciatore spagnolo Gerard Piqué, che ha ottenuto i diritti per organizzare la Davis Cup; o il miliardario statunitense Larry Ellison, che ha acquistato il torneo Master 1000 di Indian Wells.

E il movimento del tennis in Svizzera è cambiato? Come?

Certo, è mutato. E lo ha fatto in più modi. Vorrei però anzitutto sottolineare che, in questi quindici anni, Swiss Tennis non ha praticamente perso tesserati, che si aggirano dai 50 ai 55mila, se non in piccolissima misura; a differenza di ciò che è accaduto per altre federazioni, come quelle tedesca, inglese o francese. Il numero di associati ai club si mantiene sui 160mila. Mentre se teniamo conto di tutti coloro che, nell’arco dell’anno, prendono in mano la racchetta almeno una volta, si parla di una cifra attorno alle 700mila persone. Molte di queste non giocano nei club, ai quali preferiscono strutture pubbliche, campi annessi agli alberghi o villaggi vacanze dove disputare partitelle con gli amici. Che gli appartenenti a un club non siano diminuiti, è un elemento positivo, se si pensa all’avvento o alla crescita di altri sport come la mountain bike, l’unihockey e via dicendo. Queste discipline hanno sicuramente tolto soci al tennis, ma l’erosione è stata compensata dall’arrivo di altri affiliati.

Come si spiega, che la Svizzera abbia retto dal punto di vista del numero di tesserati e soci?

Ritengo che il fattore più importante, sia la grande densità di campi aperti e coperti. La Svizzera è il Paese con la maggior concentrazione al mondo di strutture indoor: ciò significa che la gente può giocare in tutte le stagioni. Non è così dappertutto. Questo è fondamentale, perché il tennis competitivo è ormai diventato uno sport che si pratica durante undici mesi.

I campioni che può vantare la Svizzera, da Roger Federer a Martina Hingis, da Stan Wawrinka a Belinda Bencic - per restare agli anni più recenti - hanno un impatto sull’andamento dei tesserati?

Abbiamo potuto constatare che Roger Federer è davvero un idolo per i ragazzi. Praticamente ogni volta che vinceva un torneo Slam - cinque, sei, sette o più anni addietro - si è osservato un incremento di tesserati junior maschi. Giovani che, poi, si cimentavano e ancora si cimentano anche con i tornei. Dall’altra parte s’è visto che quando Martina Hingis ha smesso di giocare, abbiamo perso addirittura la metà delle giovani tesserate. Ora, grazie a Belinda Bencic, ma pure a Jil Teichmann e Viktorija Golubic, le ragazze stanno un po’ tornando alle competizioni. Però questo è un processo assai lento.

Il numero di iscrizioni ai tornei femminili, giovanili come adulti, è sempre nettamente più basso rispetto a quelle maschili. Tanto che, non di rado, gli organizzatori non riescono a completare i tabelloni e sono costretti ad annullare le prove. Come si spiega questa differenza tra uomini e donne?

Forse è un problema dello sport in generale, non unicamente relativo al nostro. Ci sono studi dai quali emerge che le ragazze si orientano maggiormente verso la musica, il teatro, la danza o altro, piuttosto che allo sport. Noi stiamo lavorando, allo scopo di riavvicinare le ragazze al tennis. Forse non torneremo ai numeri toccati quando giocava, e vinceva, Martina Hingis; comunque puntiamo ad arrivare a due terzi di quelle cifre. Oggi siamo “solo” alla metà.

Quando si pensa al tennis, l’immagine è ancora quella di uno sport seguito maggiormente da persone di una certa età, ma che appassiona meno i giovani. È davvero così?

Se si parla di spettatori, forse questo sport in tv è guardato da persone più avanti con gli anni; mentre i giovani credo siano maggiormente attratti dai nuovi modelli derivanti dal tennis, come le consolle di gioco. Se però teniamo conto di chi lo pratica, ciò che vedo dal mio osservatorio è che i giovani sono molto interessati. Un esempio è la ‘Kids Tennis High School’, programma per bambini dai cinque ai dodici anni, che ha avuto un successo incredibile: abbiamo formato più di millecinquecento coach, che poi a loro volta insegnano nei club; alle numerose attività hanno partecipato ben venticinquemila under 10. Abbiamo così centrato i nostri obiettivi già dopo due anni, ben prima dei cinque che ci eravamo prefissati. È anche in questo modo, che vogliamo far crescere la partecipazione delle ragazze. Oggi l’affluenza ai corsi è più o meno suddivisa in 60% maschi e 40% femmine.

Per chi lo pratica in maniera agonistica, il tennis è assai oneroso: tra materiale, costo delle lezioni, tariffe dei campi, spostamenti e pernottamenti, tasse di iscrizione ai tornei (tutti a pagamento, fino a 75 franchi), il conto può rivelarsi salato. Secondo lei non è un problema il fatto che, rispetto ad altre discipline, specie quelle di squadra, il tennis non sia alla portata di tutte le tasche?

In buona parte ha ragione. Ma se facciamo il paragone ad esempio con lo sci, tenuto conto di tutto, ne esce che il tennis è meno caro; inoltre ci sono sport molto più onerosi come l’equitazione o il golf. È però chiaro che costa assai di più dello sport maggiormente praticato in Svizzera, cioè il calcio. In aiuto a taluni può venire una nostra fondazione, che mira a sostenere le famiglie dei giovani più talentuosi del Paese. Attualmente sono una ventina gli junior inseriti nei quadri nazionali, che, direttamente o indirettamente, beneficiano di un contributo. Un esempio è Dominic Stricker il quale, sotto varie forme, è appoggiato da Swiss Tennis con centomila franchi l’anno.

Quali sono le sfide future di Swiss Tennis?

Puntiamo su due cose: lo sport d’élite, cui viene destinato un budget dai quattro ai cinque milioni l’anno; e lo sport di massa. Per quest‘ultimo settore, nei prossimi due-tre anni verrà attuato programma chiamato ’Community’, il cui scopo sarà di mettere in contatto quei 170mila giocatori già legati ai club a tutti gli altri, coloro che giocano, ma che sfuggono ai nostri ’radar’.

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