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Aggiornamento: 23.09.2022 - 12:23

Roger Federer: la forza delle emozioni

In occasione del recente annuncio del ritiro, pubblichiamo un approfondito contributo dedicato al fenomeno basilese apparso su ‘Ticino7’ nel febbraio 2018

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© Keystone

Uomo dei record dal talento eccezionale, sfida l’età a suon di vittorie. Dopo il successo di Melbourne s’è sciolto in lacrime. Nei suoi singhiozzi il segreto di uno sportivo straordinario, che non ha mai smesso di essere normale.

La voce rotta. Le lacrime. Poi quel pianto dirotto e i singhiozzi. Due minuti e qualcosa in più, durante i quali qualunque parola era inutile, superflua, fastidiosa. Singhiozzi e lacrime del campione che stringeva a sé la coppa – cui ha pure dato un nome, Norman, quasi fosse un amico di lunga data –, sotto una pioggia di applausi. L’ovazione dei quindicimila dell’Arena di Melbourne era tutta per Roger Federer il gladiatore. Lo sportivo tanto straordinario da rendere vani i tentativi di descriverlo o definirlo. Ci hanno provato in molti: il migliore di sempre, GOAT (non inteso come «capra», bensì acronimo di Greatest Of All Time), Swiss Maestro, leggenda, addirittura esperienza religiosa. Eppure con quella gioia quasi fanciullesca al momento di realizzare di avere vinto per l’ennesima volta; la testa tra le mani in attesa della premiazione, incredulo della sua stessa impresa; il nervosismo da cui s’era scosso grazie a una forza più potente di talento, tecnica e allenamento; l’amore (uscito in quell’urlo della moglie Mirka – «Chum jetzt!» – entrato fin nelle case dei milioni di spettatori davanti alla TV); ecco, eppure così normale.

L’uomo e la macchina

Al pur ammiratissimo Roger Federer, in passato era stato rimproverato di non saper soffrire in campo. Di non essere guerriero come il suo miglior nemico Rafael Nadal; non macchina come Novak Djokovic. Di lasciarsi vincere da emozioni e nervosismo, non consoni a una leggenda. «Dopo la semifinale ho dormito male – ha raccontato lui a Melbourne –. Il giorno della finale sono stato a letto più a lungo possibile per non rimuginare troppo; ho pensato a come avrei reagito se avessi vinto e a come avrei reagito se avessi perso. L’ho fatto nel 1° set, nel 2° set, nel 3° set, nel 4° set. Ci ho pensato sempre». Ma come, sei alla trentesima finale di un major, hai vinto quasi cento tornei, sei tornato più forte di prima dopo un infortunio, sei un idolo anche su Marte e ancora ti fai prendere dall’ansia? «Un po’ di nervosismo dev’esserci: è espressione di una certa grinta, che poi trasformi in carica». Emanuela Zardo sa di cosa parla. Maestra al Tennis Club Mendrisio dove da anni si occupa di formare i giovani, ha alle spalle una carriera da professionista, chiusa nel 1998, che l’aveva portata al 27° posto mondiale. «Se mi rimettessi a giocare, la sentirei eccome la tensione. Per me è sempre stato così, di qualunque partita si trattasse: Slam, primo turno di un torneo minore, campionato ticinese. Mai mi sono detta che potevo entrare tranquilla. Questo a volte mi bloccava e non riuscivo a fare bene». Avere vissuto in prima persona quello che possono provare i ragazzi che allena «aiuta ad aiutarli; sebbene giocare sia completamente differente rispetto a insegnare».


© Keystone

Non è mai la stessa partita

Il nervosismo di Federer, ‘Manu’ lo capisce e poco conta che il 28 gennaio fosse al suo ennesimo atto finale di un torneo. «Forse anche essere stato fermo sei mesi, nel 2016, ha avuto il suo peso. A quel livello quando rientri da un infortunio, ti poni molte domande: sono ancora in grado di giocare? Sarò all’altezza? Ho possibilità di portare a casa la partita? Non a caso lui si è chiesto cosa sarebbe successo non solo se avesse perso, ma pure se avesse vinto. In generale un giocatore si fa sempre domande e sente le partite, perfino giorni prima». D’accordo, ma Federer, uno con tante coppe da riempire mezza casa? «Sì, anche uno come lui. Perché non si gioca mai la stessa finale, mai la stessa partita; quindi non si provano mai le stesse emozioni. Atmosfere diverse, in momenti diversi, scatenano sentimenti diversi». Con dinamiche in partita altrettanto disparate. «C’è chi è nervoso fino alla fine, compromettendo il gioco; chi inizia tranquillo e poi entra in partita; chi è troppo tranquillo e combina poco, perché non ha emozioni».
Anche i federeriani più distratti sanno che una delle caratteristiche del basilese è «non mostrare, se non raramente, il suo nervosismo. Non è sempre stato così. Ha imparato a farlo; ha appreso soprattutto a calmarsi e ad affrontare punto per punto. Anche sotto questo aspetto reputo sia unico. Essere capaci di mantenere freddezza, nel tennis è un atout. Se in determinate situazioni perdi la testa, puoi avere tutto il talento del mondo ma certi colpi non riesci a tirarli fuori. Poi ogni tanto qualche arrabbiatura consente di rimettersi in partita e giocare meglio; ma bisogna sapersi infuriare con la giusta misura. Prendiamo ancora la finale degli Australian Open. Dal momento in cui a inizio 5° set la moglie s’è alzata a incitarlo, lui s’è dato la carica e con quella reazione ha girato la partita, giocando con la testa. Magari non era più abituato, ma s’è messo a lottare. S’è dovuto andare a prendere l’incontro e l’ha fatto. Questo è ciò che distingue i campioni, capaci di alzare il livello nei punti decisivi, da buoni giocatori». Non è un elemento di poco conto: lo sa l’ex professionista, lo sa bene la maestra che è stata giovane tennista, proprio come i ragazzi di cui si occupa. «Avrò avuto 13-15 anni ed ero seguita dalla Federazione ticinese. Quando sbagliavo, iniziavo a parlare, parlare, parlare; tanto che l’allenatore Antonio Ruch mi soprannominò lavandaia. Mi spiegò che, così, entravo in una fase negativa e giocavo peggio; poi mi aiutò a capire cosa succede mantenendo la calma».

Quella testa un po’ matta

A distanza di anni Antonio Ruch, maestro del Tennis Club Locarno, continua a dare all’aspetto mentale tanta importanza quanto a quello tecnico. «Ai miei ragazzi chiedo: avete mai visto qualcuno giocare senza la testa? Uso questa immagine simbolica per far capire che, se si va in tilt, non si può vincere». Anche in questo Federer è un gran bell’esempio per i ragazzi. «Nei suoi anni giovanili era un po’ una testa matta e qualche racchetta l’ha fatta volare. Ha dovuto faticare per migliorare; non avrebbe altrimenti potuto ottenere tali risultati. In questo processo di crescita umana e sportiva ha sempre privilegiato gli scambi con i coach; in particolare mettendo l’accento sulle sensazioni, su come si vive un determinato momento o una certa partita. I professionisti possono sembrare macchine, ma non va dimenticato che sono umani, come tutti». Anche i più spavaldi, come un insospettabile Marc Rosset: «Sembrava uno spaccone, ma nell’intervista dopo la prima semifinale di Coppa Davis Svizzera-Brasile nel 1992 a Ginevra davanti a diciottomila spettatori, contro un avversario per lui abbordabile, dichiarò che nei primi tre game gli tremavano letteralmente le gambe».


© Keystone

Nel tennis come nella vita

Che il GOAT abbia perso il sonno per l’incontro che poteva valergli il ventesimo Slam, non stupisce il maestro di lungo corso. «Molti giocatori riescono a indossare una ‘maschera’; ma le emozioni le provano tutti: il principiante, il tennista della domenica, il grande campione. Anche in quest’ottica Federer è uno dei più bei modelli al quale un ragazzo possa ispirarsi, poiché oltre a essere tecnicamente eccelso, è uno che ha dovuto lavorare su se stesso. Il messaggio per i giovani è che si può imparare a gestire il nervosismo. Non tutti raggiungeranno il suo livello sportivo; tutti, invece, possono capire che le emozioni ci sono; nel tennis come nella vita. Chi non s’è mai un po’ agitato prima o durante una verifica a scuola? Si deve acquisire la capacità di relativizzare la situazione, per non farsi opprimere o sopraffare dal momento». Sebbene sembri un’assurdità, vista l’enormità dello sportivo, se ce l’ha fatta Federer, ce la può fare chiunque.
Altro discorso è quello puramente tennistico, in cui il basilese ha una tale qualità da identificarlo come la personificazione stessa di questo sport. Una straordinarietà che, anche in questo, è figlia di una disarmante normalità. «È dotato di un talento eccezionale, che però ha dovuto forgiare. Mi ricordo di averlo visto a un’edizione dei Campionati svizzeri: usava il rovescio a due mani, lo ha cambiato quando si trasferì a Écublens». Il segreto, se ce n’è uno, del fenomeno-Federer è «l’avere avuto uno sviluppo ordinario. Non è stato uno dei tanti dodicenni mandati in qualche accademia a colpire palline e basta. Ha iniziato nel club vicino a casa; è passato dalla selezione regionale e poi, come da prassi, al centro nazionale. Solo dopo i primi importanti risultati gli è stato assegnato un coach privato. Non è stato cresciuto per giocare, non è il frutto programmato di genitori che lo hanno battezzato Rod, perché avrebbe dovuto diventare come Laver, o Pete come Sampras. Il tennis è stata una sua scelta, non un’imposizione di mamma o papà. Loro si sono limitati, si fa per dire, ad aiutarlo e sostenerlo, senza però pressarlo».

Una pressione enorme

Ne ha percorsa, di strada, il ragazzetto un po’ malmostoso e coi brufoli da adolescente, che buttava via le partite se le cose non gli giravano come voleva. Oggi, per la carriera già alle spalle e il tennis che solo lui sa esibire, non avrebbe più nulla da dimostrare. «I numeri parlano da soli. Ma quando uno si ritrova seimila spettatori ad assistere a un suo allenamento prima di un torneo di esibizione (è successo ancora quest’anno alla Hopman Cup a Perth), beh è chiaro che sa di dover giocare sempre bene. Ha posto l’asticella altissima e nessuno va a vederlo tanto per vederlo: tutti, persino in allenamento, si aspettano di assistere a un tennis eccezionale. Non si può permettere di giocare nemmeno in modo mediocre, figuriamoci male. Per certi versi è come per il tenore star della Scala o il migliore violinista del mondo: sanno che lo spettatore che assiste all’opera o al concerto s’attende un’esibizione impeccabile e senza stecche. Federer è conscio del fatto che quando partecipa a un torneo, i biglietti vanno esauriti e il pubblico s’aspetta di vederlo al top». È ammirato ovunque e scatena un tifo che talvolta rasenta l’isteria. Le attese del pubblico nei suoi confronti «non ci sono per nessun altro giocatore. È una pressione enorme e lui l’ha sulle spalle da molti anni. È una cosa folle. Sulla carta è vero: non ha più nulla da dimostrare; però lui ci ha viziati». Lo ha fatto a suon di colpi impossibili. Ma anche, forse soprattutto, di emozioni e lacrime. Le sue, le nostre. Così straordinario, così normale.

EMANUELA ZARDO E I GIOVANI: ‘LASCIATELI GIOCARE’

La spinta dei genitori, la pressione che ci si mette da soli perché si vuole dimostrare di saper giocare bene, la troppa voglia di vincere. Sono molti i motivi per cui un giovane può perdere la testa durante un incontro di tennis. «Le ragioni per cui durante un incontro si perdono i propri mezzi, occorre affrontarle fin da piccoli – afferma Emanuela Zardo, maestra al Tennis Club Mendrisio ed ex professionista –. Lo si deve fare, mettendo in atto un lavoro che poi aiuta i ragazzi a stare bene in campo e mantenere la costanza in partita».
È un lavoro da mettere in pratica in maniera quasi personalizzata. «I maestri devono tenere conto del fatto che ognuno dei loro allievi ha un carattere, una personalità e delle sensibilità diversi. Il compito dell’istruttore è anzitutto capire quale tipo di persona ha davanti». Fondamentale è anzitutto comprendere quali siano i motivi all’origine dell’eccessivo nervosismo; così come osservare se il giovane perde la calma anche durante gli allenamenti oppure solamente negli appuntamenti competitivi. Il solo modo che ha il coach per acquisire informazioni letteralmente sul campo è assistere di persona alle competizioni. Richiede tempo, certo; ma è tempo che vale tanto quanto quello dedicato all’insegnamento della tecnica o della tattica di gioco. Solo così si può elaborare un processo di crescita adatto alla personalità di ogni ragazzo che si segue».
Un ruolo essenziale lo riveste l’ambiente in cui si trova immerso il giovane; centrale è la parte assunta dai genitori. «Per l’ascesa di Roger Federer è stato basilare il fatto che mamma e papà si siano ‘limitati’ a fare, appunto, la mamma e il papà. Non hanno mai messo in discussione decisioni, scelte e metodi degli allenatori. La sua storia dovrebbe fungere da esempio per le famiglie; un modello di come un ragazzo debba essere accompagnato nella pratica sportiva. Il gruppo che Federer oggi ha alle spalle è il suo grande atout: tutto ciò che lo circonda è con lui, vive con lui, prova le sue stesse emozioni. Per chi, come lui, può contare su tale certezza, è un’enorme forza; poiché sa che, qualunque cosa succeda, ha un gruppo di persone che lo sostiene. È questo che fa giocare tranquilli; togliendo la pressione di dover fare bene o vincere a tutti i costi. I ragazzi vanno semplicemente lasciati giocare. Purtroppo – conclude Zardo – ciò accade troppo raramente».

NOTA: l’articolo originale del febbraio 2018, completo di altri correlati, è consultabile all’indirizzo https://issuu.com/laregione/docs/ti7_09022018.

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