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24.11.2022 - 17:16

Quando i dilettanti umiliarono i maestri

La sfida tra Stati Uniti e Inghilterra ci riporta allo scontro diretto ai Mondiali del 1950, terminato con un risultato clamoroso

quando-i-dilettanti-umiliarono-i-maestri
Keystone
Joe Gaetjens portato in trionfo

Quando l’arbitro italiano Dattilo fischiò tre volte, comparve il terrore negli occhi degli inglesi, un po’ come succede ai condannati a morte. Sapevano che nulla avrebbe lavato l’onta di cui si erano macchiati agli occhi del mondo. Era la squadra di Sir Walter Winterbottom, che schierava fuoriclasse come Ramsey, Billy Wright e Mortensen, e che poteva permettersi – vista la pochezza dell’avversario – di tenere in panchina sua maestà Stanley Matthews.
I maestri del calcio, dopo 20 anni di inviti declinati, si erano finalmente degnati di partecipare alla Coppa del mondo per dimostrare una volta per tutte che nessuno sapeva giocare meglio di loro. Dopo essersi comodamente sbarazzati del Cile, nella seconda gara avrebbero incontrato gli statunitensi, rozzi ex coloni che chiamavano soccer il football. Secondo i bookmaker londinesi – che davano gli USA vincitori del torneo a 500 (e gli inglesi a 3) – nella porta americana quel giorno sarebbero entrati almeno una decina di palloni.
Del resto, gli americani si erano qualificati al Mondiale soltanto grazie al ritiro del Canada durante le eliminatorie, ed erano riusciti a stento a mettere insieme una specie di squadra. Partirono infatti per il Brasile con soli 17 uomini sui 22 consentiti: Mc Laughlin non era riuscito a convincere il suo capo a concedergli un congedo, alcuni dissero invece di non essere interessati alla trasferta sudamericana, mentre altri preselezionati si erano rivelati schiappe vergognose, e lasciarli a casa non avrebbe fatto alcuna differenza.
Erano un mix di ‘amateurs’ e professionisti, tutta gente che si incontrava in pratica per la prima volta, e almeno sette erano gli italo-americani, fra cui un certo Gardassanich, un fiumano che fino a pochi mesi prima giocava nella Reggina, dopo aver cercato fortuna nel Marsala, alla Fiorentina, nel Quarnero Fiume (nonno del Rijeka) e nel Gradanski Zagabria (nonna della Dinamo). C’erano poi 3-4 wasp, 2 portoghesi, 1 polacco, 1 scozzese, 1 inglese, 1 belga e l’haitiano Joe Gaetjens, che nemmeno era cittadino americano: aveva soltanto firmato una dichiarazione in cui diceva di non escludere, in futuro, di far richiesta della nazionalità USA.
Il bisnonno di Joe, tedesco di Brema, era stato spedito ad Haiti nel 1825 dal re prussiano Federico Guglielmo III, a cui serviva una persona di fiducia che curasse i suoi affari sull’Isola, da poco liberata dal giogo francese. La famiglia, nei decenni, si era fatta un nome e una posizione grazie al commercio di rum e tabacco, che si mantenne florido fino al ventennio di occupazione statunitense di Haiti, quando il vento cambiò bruscamente, e ai Gaetjens rimase solo il prestigio.
E così, quando Joe decise di andarsene a studiare accounting alla Columbia, poté farlo solo grazie a una striminzita borsa di studio del governo haitiano. Non stupisce, dunque, che appena giunto a NYC si procurò un lavoro come lavapiatti. Un giorno, saputo che il suo boss era proprietario dei Brookhattan (squadra dell’American Soccer League), confessò il suo amore per il pallone. Ad Haiti – disse – aveva vinto un paio di campionati, e magari qualcuno avrebbe potuto fargli un provino. Ovviamente fu subito ingaggiato, disputò 3 grandi stagioni, vinse un titolo di capocannoniere, e alla vigilia del Mondiale brasiliano la Federazione Usa gli procurò un biglietto per Rio.
Ma torniamo al match di Belo Horizonte: nel primo quarto d’ora, gli inglesi tirarono in porta una dozzina di volte. A salvare gli americani furono pali e traverse, oltre alle parate miracolose di Frank Borghi, ex giocatore di baseball, che dalla Battaglia della Bulge era tornato col braccio incapace di lanciare come faceva da ragazzo, e che quindi si era dato al soccer. Diede un ottimo contributo alla causa anche Charlie Colombo, che per intimorire gli avversari giocava sempre con guanti di cuoio senza dita, come i picchiatori di strada. E le caviglie di Mortensen furono infatti affidate alle sue cure.
Ma a regalare agli yankee gloria immortale fu Joe Gaetjens, che al 37’ volle infilare la capoccia nella traiettoria di un tiro sciagurato. Il portiere avversario, che non temeva nulla da quella conclusione innocua come un orbettino, si ritrovò spiazzato. Un portentoso colpo di fortuna, più che di testa, tanto che l’haitiano ebbe il buon gusto di nemmeno esultare. E neppure i suoi compagni, tornando a centrocampo, commentarono l’episodio: nessuno si fece illusioni, gli inglesi avrebbero attaccato ancor più intensamente, e presto avrebbero ribaltato il risultato, dando ragione agli allibratori.
E invece, per un’inspiegabile congiunzione astrale, ogni loro tentativo andò a vuoto, e al 90’ i nordamericani si ritrovarono scolpiti per sempre nella storia di questo sport. L’eroe dell’impresa era ovviamente Joe Gaetjens, a cui i colleghi facevano i complimenti augurandogli tutto il meglio: dopo quel gol miracoloso, la sorte gli avrebbe certo sorriso per moltissimi anni ancora.
Ma il destino è spesso bizzarro, capriccioso, a volte perfino tragico. Tornato ad Haiti dopo aver fallito nel calcio francese, Joe divenne testimonial della Colgate-Palmolive, aprì una catena di lavanderie e visse tranquillo fino al 1957, quando François "Papa Doc" Duvalier superò alle presidenziali Louis Déjoie, che era imparentato ai Gaetjens. Presto cominciarono le persecuzioni nei confronti di chi aveva sostenuto lo sconfitto, e tutti i famigliari di Joe si videro costretti ad abbandonare la patria.
Gaetjens, però, decise di restare. Sono un famoso uomo di sport e non mi sono mai interessato di politica, diceva alla terrorizzata moglie Liliane. Non abbiamo proprio nulla da temere. E in effetti, per qualche anno, Papa Doc si limitò alle minacce. Ma nel ’64, al culmine del suo delirio d’onnipotenza e di paranoia vodoo, si proclamò a vita guida suprema del Paese. E passò ai fatti. Aveva saputo che due fratelli di Joe – in esilio a Santo Domingo – stavano organizzando un colpo di Stato, e decise di vendicarsi. Nemmeno 24 ore dopo l’autoincoronazione, ordinò a un manipolo di Tonton Macoutes (la sua sanguinaria milizia personale) di arrestare Joe, che fu visto per l’ultima volta mentre, pistola alla tempia, veniva spinto su un’automobile.
Si sa soltanto che lo portarono a Fort Dimanche, ex penitenziario ormai divenuto centro di tortura. Si pensa sia stato fucilato pochi giorni dopo, forse per mano dello stesso Duvalier. La famiglia, ad ogni modo, non ebbe sue notizie per 8 anni, quando venne ufficialmente dichiarato morto. Fu una delle 30mila vittime del dittatore sciamano, e il suo corpo non fu mai ritrovato.

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