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12.01.2019 - 11:250

Visioni Celesti(ni)

Il 43enne tecnico bianconero si racconta: il Lugano che vorrebbe, le gioie e le delusioni di 35 partite in Nazionale, gli allenatori che hanno segnato la sua carriera

Il Lugano è partito ieri alla volta di San Pedro del Pinatar, nella regione di Murcia (Spagna), dove svolgerà lo stage pre-campionato. L’occasione per il tecnico Fabio Celestini di mettere sulle “i” tutti quei puntini che nei due mesi e mezzo di gestione autunnale non c’era stato il tempo di piazzare... «Nonostante si sia dovuto lavorare di rincorsa – afferma il tecnico vodese – credo che la squadra abbia compiuto progressi in vari reparti. A tratti si è già visto il Lugano che vorrei. Ci è mancata la continuità, anche a seguito di infortuni e acciacchi vari. Dovremo lavorare sotto questo aspetto». Cosa manca ancora? Dobbiamo essere squadra in ogni momento della partita e avere la consapevolezza che così facendo potremo toglierci belle soddisfazioni e raggiungere i nostri obiettivi. Sono ancora troppi i momenti nei quali non tutti gli uomini in campo possiedono il medesimo principio di gioco: alcuni vorrebbero difendersi, mentre altri preferirebbero attaccare, manca una convinzione univoca su cosa sia giusto fare. Iniziando il lavoro a stagione in corso non è stato facile amalgamare l’insieme dei concetti per far sì che tutti ragionassero con una testa sola: queste settimane di preparazione saranno importanti per portare tutti gli elementi della squadra a giocare lo stesso calcio in ogni momento della partita, ciò che non è sempre stato il caso nei primi due mesi e mezzo. È sotto questo aspetto che possiamo compiere un salto di qualità. Per il resto, la squadra sa difendere bene e davanti ha contabilizzato quasi due gol a partita. Fabio Celestini è considerato un tecnico offensivista... Credo che non si possa attaccare bene se non ci si difende bene. La fase difensiva viene curata nei minimi particolari, perché la squadra deve assolutamente sapere cosa fare quando non ha il possesso della palla. Altra cosa è il fatto che io mi incavoli quando vedo i miei giocatori rincorrere il pallone, perché penso sia possibile difendere anche palla al piede, fare possesso non forzatamente per imbastire la fase offensiva, ma per evitare che ad attaccare sia l’avversario. Ovviamente, sono più portato a spingere la mia squadra ad essere padrona del campo con la palla al piede, ma ciò non significa trascurare la fase difensiva. Per le mie compagini desidero, sia a livello difensivo sia a livello offensivo, un’identità molto chiara, con concetti ben precisi. Nella speranza che corrano il più possibile con il pallone e non nel tentativo di scardinarlo dai piedi degli avversari. Il campionato di Super League viene sovente criticato per scarsa qualità. E forse non giova che da anni sia in mano a una squadra sola, prima il Basilea, adesso lo Young Boys... La Super League non fa parte dei cinque grandi tornei europei, è chiaro. Ma a chi vuole venire in Svizzera e recitare un ruolo da protagonista non basta essere bravo. È vero, il livello è lontano da Italia, Spagna o Inghilterra, però il giocatore bravino, anche se arriva da una nazione top, rischia di far fatica: qui le squadre sono ben organizzate, fisicamente sono forti, a volte si gioca su campi non eccezionali, per cui non è un campionato facile. Chi vi giunge preparato e con il giusto approccio mentale può far bene, chi viene con grandissima qualità, ma con atteggiamento sbagliato finirà per arrancare. Credo che bisognerebbe avere più rispetto per il campionato svizzero. Che poi a dominare sia una squadra sola non è positivo per la Super League come non lo è per la Serie A o per la Liga. Da noi occorrerebbe migliorare il livello alle spalle dello Young Boys, ma non è facile perché le differenze sono importanti, in primis a livello finanziario. Senza scordare che il ristretto numero di partecipanti rende il campionato un po’ strano: se facciamo astrazione dall’Yb, le altre stanno giocando per l’Europa o per la retrocessione: bastano un paio di partite riuscite o sbagliate per passare da un obiettivo all’altro. Tutto ciò aumenta la pressione, positiva per l’Europa o negativa per la retrocessione. Il Lugano è lì in mezzo al guado, alla stessa distanza dall’una e dall’altra. In Svizzera il centroclassifica non esiste: se faremo bene a sufficienza da allontanarci dalla penultima piazza ci ritroveremo inevitabilmente a competere per un posto in Europa, perché un ventre molle della classifica da noi non c’è: è una particolarità tutta svizzera. Fabio Celestini con la Nazionale rossocrociata ha disputato 35 partite sull’arco di 10 anni (1998-2007). Un rapporto che non è mai pienamente sbocciato... Alla Nazionale tenevo moltissimo, per me l’essere arrivato a rappresentare la Svizzera equivaleva a una sorta di miracolo. Non avevo la visione del futuro che contraddistingue i giovani calciatori del giorno d’oggi. Io volevo giocare a Renens, guardavo “90° minuto” in televisione e mi sembrava fosse un altro pianeta, per cui non perdevo energie in sogni considerati irrealizzabili. Poi, di colpo sono arrivati il Losanna e la U21... Non ho avuto molto tempo per riflettere e quando nel 1998, dopo tre anni di A con il Losanna, ho esordito in Nazionale, ero al settimo cielo. Le difficoltà sono iniziate quando sono diventato titolare al Troyes: giocavo in Coppa Uefa, ma Vogel con il Psv era in Champions League e in Nazionale sono sempre rimasto la sua alternativa. La vera delusione l’ho vissuta ai tempi del Marsiglia: ero capitano, disputavo la Champions, mentre Vogel praticamente non giocava e ciò nonostante, nessun selezionatore mi ha davvero dato fiducia. Io, lo ammetto, ci ho messo del mio, sbagliando le partite che non avrei dovuto sbagliare. Ma anche indovinando quelle che andavano indovinate, come il 16 ottobre 2002 al Lansdowne Road di Dublino, con quel gol all’88’... È vero, quel gol di fatto ci permise di qualificarci per l’Euro 2004, ma poi in Portogallo toppai la sfida con l’Inghilterra che avrebbe potuto insinuare il classico dubbio nella testa di Köbi Kuhn. Avevo cominciato bene, ma poi al 23’ c’era stato quel gol di Rooney. Tutto era iniziato da una punizione laterale a nostro favore, con i centrali saliti in area di rigore. Io mi ero piazzato lì davanti più per cercare l’eventuale recupero di una seconda palla, ma Yakin mi aveva servito un pallone con una giocata mai preparata in allenamento: il mio controllo di sinistro era stato un po’ lungo, gli inglesi avevano recuperato palla e da lì era nata l’azione del gol. In seguito la mia prestazione non era stata sufficiente e al 60’ Köbi mi aveva tolto. Con Vogel espulso (con la Croazia nella prima partita, ndr), quella contro l’Inghilterra era la mia grande opportunità per cambiare le gerarchie. Nei club tutte le sfide fondamentali le ho azzeccate, in Nazionale no. Alla fine rimane una chiara discrepanza tra la carriera nelle società, dove ho raggiunto traguardi molto più importanti di quanto mi sarei aspettato, e quella in Nazionale, dove sono rimasto al di sotto delle mie possibilità. Adesso, della Nazionale Celestini è uno dei primi tifosi... Assolutamente sì. Mi piace come gioca, mi piace lo spirito che la permea. È una Nazionale nella quale mi sarebbe tanto piaciuto poter giocare. È un gruppo che sa passare dalla grande delusione della Svezia al tripudio del Belgio in nemmeno sei mesi. A mio modo di vedere non ci rendiamo conto dei traguardi raggiunti. Stiamo parlando di una nazione di 7-8 milioni di abitanti che occupa stabilmente i primi posti del ranking Fifa, una nazione che per giunta non possiede nemmeno una vera cultura calcistica. Eppure, ogni due anni si qualifica per la fase finale di un Mondiale o di un Europeo: dovrebbe essere giorno di festa nazionale e invece abbiamo la tendenza a vedere il bicchiere mezzo vuoto per il mancato accesso ai quarti di finale. Se riteniamo che l’obbligo sia di arrivare ogni volta ai quarti ci stiamo sbagliando, siamo completamente fuori dal mondo e non guardiamo la realtà. Molte nazioni da 50 o 60 milioni di abitanti vorrebbero tanto fare a cambio con noi: l’Italia in Russia non ci è andata, l’Olanda da un po’ di tempo Mondiali ed Europei li guarda alla televisione, la Germania è andata a casa nella fase a gruppi... Se poi vogliamo criticare Petkovic, lo possiamo anche fare, basta accettare di vivere ai margini della realtà... Dal 2000 al 2010 la carriera calcistica di Fabio Celestini si è svolta all’estero, tra Francia e Spagna. Il vodese, però era partito con nelle gambe cinque stagioni da titolare nel Losanna. Al giorno d’oggi i giovani se ne vanno ancora minorenni e non sempre con risultati apprezzabili... In generale si è più preparati rispetto alla nostra epoca, la formazione è più importante e migliore. Noi il calcio abbiamo imparato a giocarlo per strada, poi nella società del paese, spesso di Prima o Seconda lega. In prima squadra arrivavi a 16-17 anni e dovevi avere la fortuna di farti notare da qualche scout di Lega Nazionale, nella speranza, dopo un anno di stage, di trovare minuti di gioco. Adesso il tragitto parte dai vari Team regionali e dopo poche apparizioni in Challenge già si spalancano le porte per l’estero. Io avevo nelle gambe 150 partite con il Losanna, tre finali di Coppa Svizzera, le prime convocazioni in Nazionale, eppure quando sono andato in Francia ho avuto bisogno di tempo per adattarmi. Al giorno d’oggi deve essere ancora più difficile, nonostante la migliore preparazione. Va tutto troppo veloce e molti ragazzi non sono sufficientemente maturi sia come persone sia come professionisti. Lontano dalla Svizzera, Celestini ha affrontato alcuni tra i calciatori più famosi del pianeta. Ma uno solo gli ha tolto il sonno... Il Ronaldinho del Psg. Era giovane, veloce, forte fisicamente, per non parlare della sua tecnica. Letteralmente imprendibile. Quando ero al Marsiglia ci ha fatto impazzire, non lo si poteva fermare. Il campo peggiore era invece il Camp Nou: se incassavi un gol nei primi 15’, ti aspettavano 75’ d’inferno a rincorrere il loro giro palla senza nemmeno vederla e con la prospettiva di subire un’imbarcata. Una lenta agonia... In Francia e Spagna ha avuto modo di conoscere anche molti allenatori che hanno lasciato il segno... Mi hanno influenzato i tecnici che ho avuto da giocatore, in particolare Bernd Schuster e Michael Laudrup. Ma pure Alain Perrin, un sergente di ferro che ai tempi del Troyes e del Marsiglia era dieci anni avanti rispetto ai colleghi: già nel 2000 proponeva quel concetto di calcio moderno che tanto va di moda adesso. Ho sempre avuto la fortuna di avere allenatori improntati al gioco con la palla e a un atteggiamento propositivo. Schuster, ad esempio, nella semifinale di Copa del Rey 2007 era riuscito a convincerci che nonostante la sconfitta per 5-2 all’andata ad opera del Barcellona di Ronaldinho, esisteva ancora lo spazio per una rimonta e che se non ce l’avessimo fatta saremmo comunque caduti in piedi, dopo averci provato fino all’ultimo. Vincemmo 4-0! È questo lo spirito che vorrei trasmettere al mio Lugano: a Berna possiamo pure perdere, ma solo dopo una prestazione propositiva. Magari con qualche accorgimento tattico per limitare i loro punti di forza, certo, ma sempre con uno spirito positivo e mai sottomesso.

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