Architettura

Invecchiare in città: ripensare gli spazi in un clima che cambia

Secondo l’esperto Frédéric Bonnet è essenziale proteggere la popolazione da situazioni climatiche estreme, soprattutto gli anziani

Un posto all’ombra
(ti-press)
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L’invecchiamento della popolazione non riguarda soltanto la sanità e le politiche sociali, ma anche il modo in cui progettiamo le nostre case, i quartieri e le città. Una società in cui si vive più a lungo impone infatti di ripensare gli spazi quotidiani, tenendo conto non solo della mobilità e dell’accessibilità ma, come dimostra la stretta attualità di questa estate (e probabilmente anche di quelle a venire), anche del cambiamento climatico, della qualità dello spazio pubblico e delle relazioni tra generazioni. Ne abbiamo parlato con Frédéric Bonnet, architetto, urbanista e Docente presso l’Accademia di architettura dell’USI a Mendrisio, per capire come l’architettura possa contribuire a costruire città più vivibili, inclusive e adatte a tutte le età.

Prof. Bonnet, quando si parla di invecchiamento e architettura si pensa alle barriere architettoniche e all’accessibilità degli edifici. Ma la questione sembra essere molto più ampia. Qual è, secondo lei, la principale sfida?

La prima cosa da considerare è che stiamo assistendo a un fenomeno generale di invecchiamento della popolazione, legato all’aumento dell’aspettativa di vita. Non solo ci sono più persone anziane, ma queste vivono più a lungo in buona salute rispetto al passato. Dal punto di vista territoriale però le situazioni possono essere molto diverse. Ci sono luoghi, come la Costa Azzurra in Francia o alcune città svizzere, in cui le persone anziane scelgono di trasferirsi perché dispongono delle risorse economiche necessarie e cercano determinate condizioni di vita, ad esempio un clima più favorevole. In altri, invece, l’invecchiamento è il risultato della partenza dei giovani. È ciò che può accadere nei piccoli villaggi rurali o di montagna, dove rimane una popolazione anziana, spesso con risorse economiche limitate. Queste differenze sono importanti, e le risposte dell’architettura e dell’urbanistica non possono essere le stesse. Anche in Ticino troviamo situazioni molto diverse: basti pensare alla differenza tra una città come Lugano, attiva e dotata di numerosi servizi, e alcuni villaggi di montagna. Anche nell’area di Mendrisio esistono contrasti significativi.

Come sta cambiando quindi il ruolo dell’architettura di fronte all’invecchiamento?

Per molto tempo abbiamo pensato soprattutto ad adattare gli spazi alle difficoltà di movimento che arrivano con l’avanzare dell’età. Oggi però a questa dimensione se ne aggiunge un’altra sempre più importante, quella climatica, che rende la questione molto più complessa. Non si tratta più soltanto di rendere gli spazi accessibili a chi ha una mobilità ridotta, ma anche di proteggerli dalle condizioni climatiche estreme. Per le persone anziane questo è molto importante, perché sono più vulnerabili agli effetti delle crisi climatiche. Alcune città stanno già iniziando a progettare luoghi pubblici capaci di accogliere le persone più fragili. Durante le ondate di calore, per esempio, biblioteche, ristoranti e centri commerciali possono diventare veri e propri rifugi.

La questione riguarda quindi la città nel suo insieme?

Assolutamente. Le persone anziane tendono spesso a tornare verso le città perché, con l’avanzare dell’età, guidare può diventare difficile o impossibile. Inoltre vivere lontano dai medici e dai servizi sanitari e commerciali può essere un problema. Ma la città presenta a sua volta delle difficoltà: è più calda, rumorosa e non sempre facile da percorrere. Per questo dobbiamo ripensare lo spazio pubblico, rendere gli spostamenti più agevoli, garantire la vicinanza ai servizi e creare una rete di luoghi confortevoli, ombreggiati e accessibili. Una persona di 70 o 80 anni può essere perfettamente autonoma e in buona salute, ma ha esigenze diverse rispetto a una persona di 40 anni, per cui necessita di condizioni di maggiore comfort nello spazio pubblico.

Da dove si dovrebbe partire per rendere le città più adatte a una popolazione che invecchia?

In realtà l’adattamento al cambiamento climatico è una necessità per tutta la popolazione, anche se è ancora più importante per le persone anziane. Un intervento fondamentale riguarda lo spazio pubblico: ridurre le superfici dedicate alle automobili significa diminuire il traffico, il rumore, l’inquinamento e il calore. Le persone anziane sono particolarmente sensibili a questi fenomeni. Bisogna dunque ridurre la quantità di superfici minerali e aumentare le aree verdi e le piantumazioni. Ombra e giardini diventano elementi fondamentali per rendere la città più confortevole.

Sarebbe utile creare quartieri specificamente dedicati agli anziani?

Non sono convinto che sia la soluzione migliore. Esistono già luoghi che si sono specializzati nell’accoglienza della popolazione anziana, con servizi dedicati e forme di residenza-servizio. È un modello che può avere aspetti interessanti: condividere alcuni servizi permette infatti di renderli più accessibili ed economicamente sostenibili. Da qui nascono nuovi prodotti immobiliari e nuove forme di programmi architettonici. Ma bisogna fare attenzione a non creare una specializzazione eccessiva. Le persone anziane, ossia tutti noi tra qualche anno, non è che perdano il desiderio di interagire con il resto della società. In alcuni casi inoltre l’invecchiamento di un quartiere è semplicemente il risultato del mercato immobiliare. Dove i prezzi sono molto elevati sono soprattutto le persone con maggiori disponibilità economiche a poter acquistare, ciò che può portare a una progressiva omogeneizzazione della popolazione.

Come si può evitare che le generazioni vengano separate?

È un tema di architettura – come creare le condizioni per favorire le interazioni, come stimolarle e come gestirle – ma è innanzitutto una questione sociale e politica. Dipende dal modo in cui viviamo e dal modo in cui consideriamo gli altri. L’architettura può però dare forma a queste relazioni e offrire spazi che le rendano possibili. La questione è legata anche a come è cambiata la famiglia. Fino alla prima parte del XX secolo gli anziani erano spesso completamente integrati nel nucleo familiare. Le case erano più grandi e potevano ospitare più generazioni. Oggi invece quando parliamo di una casa pensiamo generalmente a un nucleo composto da genitori e figli. Questa trasformazione ha avuto conseguenze anche sulla tipologia delle abitazioni.

Se dovesse progettare oggi un quartiere pensando anche all’invecchiamento della popolazione, da dove partirebbe?

Dalla programmazione urbana, dalla mescolanza delle attività e dalla vicinanza tra abitazioni, servizi, negozi e spazi pubblici. È importante creare una vera mescolanza delle funzioni e spazi di circolazione tranquilli. Per le persone anziane è fondamentale non sentirsi insicure a causa delle automobili. Gli spazi pubblici dovrebbero inoltre essere ombreggiati, collegando tra loro servizi e attività commerciali. Anche eventuali alloggi specificamente destinati agli anziani dovrebbero essere inseriti all’interno del tessuto urbano insieme agli altri. Oggi invece le strutture per le persone anziane sono spesso concepite come servizi separati, quasi come ospedali collocati ai margini della vita urbana.

Quella che descrive sembra una sorta di “deurbanizzazione”…

Parlerei piuttosto di una moderazione dell’effetto metropolitano. La città viene spesso associata a persone di fretta, che lavorano molto, si spostano continuamente e hanno ritmi molto intensi. Ma questa idea viene oggi messa in discussione. Ho vissuto a lungo a Parigi e conosco bene l’energia dell’ora di punta, con la metropolitana piena e i grandi flussi di persone. Può essere stimolante, ma non sono sicuro che oggi sia ancora ciò che desideriamo. Tenere conto dei ritmi e delle esigenze delle persone anziane potrebbe quindi contribuire a migliorare l’ambiente urbano per tutte le generazioni.

Una città più adatta agli anziani potrebbe dunque essere una città migliore per tutti?

Penso di sì. Non sono convinto che la vita frenetica e l’iperattività siano ancora il modello urbano di riferimento. Naturalmente una città deve offrire servizi, negozi, ristoranti, bar, spettacoli e una vita culturale ricca. Questo è importante per i giovani: una certa vita notturna può essere fondamentale per attrarli. Ma la diversità dei servizi è altrettanto importante per le persone anziane, grandi fruitori di cultura ed eventi. La qualità dell’offerta culturale è quindi importante anche per loro. Non significa costruire musei per gli anziani, naturalmente, ma riconoscere che vivere in una città dove succedono molte cose è piacevole anche quando si è più in là con l’età.

Stiamo quindi parlando soprattutto di persone anziane ancora autonome…

Sì, ma è importante ricordare quanto sia lunga questa fase della vita. Una persona che va in pensione oggi può rimanere ancora autonoma e in buona salute per quindici anni o più. Sono anni importanti, durante i quali può continuare a fare moltissime cose. Per questo dobbiamo pensare all’invecchiamento non solo in termini di fragilità e dipendenza, ma anche come a una lunga fase di vita autonoma e attiva.

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