In uno scenario post bellico non si può parlare solo di ripristinare edifici e strade. È necessario considerare l’intera vita collettiva

La devastazione causata dai bombardamenti e dalle azioni militari richiede non solo riparazioni, ma anche un completo ripensamento delle aree urbane. Quanto accadde durante e dopo la Seconda guerra mondiale, in questo senso, è per noi paradigmatico: grandi città furono devastate e in alcuni casi completamente ridotte in macerie. Ciò portò a una rivalutazione dei principi di progettazione urbana, in quanto le forme architettoniche tradizionali erano inadeguate alle esigenze di una società in rapida evoluzione. Questo scenario innescò di conseguenza approcci innovativi alla pianificazione urbana: architetti e urbanisti cercarono di creare spazi che non solo servissero alle necessità immediate, ma che favorissero anche un senso di comunità e di appartenenza. Perché quando si parla di ricostruzione post bellica non si parla solo di rimuovere macerie e di riparare edifici e strade, ma di ricostruire una società dalle sue fondamenta: lo è stato ieri per l’Europa del dopoguerra, lo sarà domani per altri scenari di guerra, come l’Ucraina o Gaza.
Ne abbiamo parlato con Matteo Vegetti, professore aggregato di Estetica e Filosofia dello spazio presso l’Accademia di architettura dell’Usi e professore alla Supsi di Teorie dello spazio e dell’abitare.
Professor Vegetti, quando si parla di “architettura di guerra” si pensa subito a fortificazioni, bunker e altre infrastrutture militari. Nel suo caso, però, mi sembra che il tema centrale sia soprattutto la ricostruzione: il passaggio dalla devastazione provocata dalla guerra al ritorno a una forma di vita collettiva. È corretto?
Sì, anche se il mio lavoro parte da una prospettiva più ampia. Dirigo infatti un progetto di ricerca dedicato alla ‘rivoluzione spaziale aerea’, cioè all’impatto che le tecnologie aeree hanno avuto, dalle origini fino a oggi, sulla società, sulle città e sul territorio. E la guerra è uno degli aspetti centrali di questa trasformazione. Appena nata, l’aviazione diventa quasi subito strumento bellico: prima per la ricognizione, poi per il bombardamento. E proprio il bombardamento aereo cambia radicalmente il modo di concepire la guerra. Il primo a comprenderlo fu il generale italiano Giulio Douhet, autore de Il dominio dell’aria (1921). Douhet intuì che l’aviazione avrebbe cancellato la distinzione tradizionale tra fronte militare e spazio civile: il bersaglio non sarebbe più stato soltanto l’esercito nemico, ma l’intera infrastruttura di una nazione – trasporti, abitazioni, reti energetiche, fabbriche. Con l’aviazione la guerra entra direttamente nello spazio urbano.
Esattamente. Il primo grande trauma simbolico è stato il bombardamento di Guernica, reso immortale dal celebre dipinto di Pablo Picasso. Poi arrivano i bombardamenti sistematici della Seconda guerra mondiale: le città tedesche rase al suolo, ma anche Hiroshima, Nagasaki e, oggi, scenari contemporanei come l’Ucraina, la Siria, Gaza, l’Iran. Questa trasformazione non riguarda soltanto la distruzione materiale. Riguarda la psicologia collettiva, la memoria, il modo in cui una comunità continua a percepirsi dopo il trauma. Ed è qui che entra in gioco la ricostruzione.
Negli anni Trenta alcuni movimenti modernisti vedevano tuttavia nella distruzione un’occasione di rinascita urbana…
Sì. Una parte dell’architettura modernista e delle avanguardie futuriste interpretava la distruzione addirittura come occasione di rinnovamento, quasi come una liberazione dal passato. Ma era una visione molto ideologica e astratta. Molto più profonda è invece la riflessione dello scrittore W.G. Sebald nel libro Storia naturale della distruzione. Sebald racconta i bombardamenti sulle città tedesche come un evento di proporzioni quasi incomprensibili: milioni di edifici distrutti, città intere trasformate in macerie. Eppure, sostiene, la cultura tedesca ha quasi rimosso quel trauma. Quando una distruzione è troppo grande, possono entrare in gioco meccanismi collettivi di rimozione, negazione e spostamento. È una dinamica che conosciamo bene anche dalla psicoanalisi.
Quindi la distruzione di una città non è soltanto la perdita di edifici?
Assolutamente no. Qui è fondamentale il pensiero dell’antropologo Marcel Mauss, secondo cui ogni luogo è per definizione identitario, relazionale e storico. Una città non è solo materia, è una costruzione simbolica: identitaria, perché le persone si riconoscono nei luoghi che abitano; relazionale, perché lo spazio organizza rapporti sociali, economici e politici; e infine storica, perché ogni città è un archivio di memorie stratificate. Quando una città viene bombardata, le bombe colpiscono tutto questo insieme. Per questo la ricostruzione non è mai un fatto puramente tecnico: è anche o soprattutto un processo politico, culturale e psicologico.
Come si ricostruisce allora, dopo una devastazione totale come, oggi, è accaduto a Gaza?
La prima distinzione da fare è tra catastrofe naturale e guerra. Un terremoto può essere devastante, ma la guerra introduce elementi simbolici molto più traumatici: il nemico, la violenza deliberata, l’umiliazione. Dopo una guerra bisogna anzitutto costruire una visione condivisa del futuro. E questo significa entrare immediatamente nella dimensione politica. Esistono varie strategie. Una è la ricostruzione filologica: rifare tutto ‘com’era’. Alcune città tedesche dell’Est hanno seguito questa strada. Ma c’è un rischio: cancellare le tracce del trauma, come se nulla fosse accaduto. Un’altra possibilità è lasciare segni della ferita. È ciò che è avvenuto a Hiroshima o a Berlino, dove alcune rovine sono state conservate come memoria viva dell’evento. Secondo me è una scelta importante, perché quei frammenti mantengono aperto il dialogo con il passato.
In questo senso il monumento diventa un elemento centrale, quindi?
Certamente. Il monumento è un’architettura della memoria. Commemorare significa letteralmente ‘costruire una memoria insieme’. Ma ogni monumento è una scelta politica: decide cosa ricordare, come ricordarlo e quale significato attribuire agli eventi.
Spostiamoci allora all’attualità. Come interpreta il piano di ricostruzione proposto da Donald Trump per Gaza?
Lo considero una prosecuzione della distruzione con altri mezzi. Sembra una ricostruzione, ma in realtà comporta uno sradicamento totale della dimensione identitaria, storica e relazionale del luogo. È una cancellazione fisica e simbolica. Si propone un modello di abitare completamente estraneo alla storia e alla popolazione di Gaza, rivolto a un’indefinita platea internazionale di super-ricchi. È un’architettura speculativa, turistica, priva di qualsiasi continuità con il territorio, la religione e i costumi. In questo senso l’architettura può diventare uno strumento coloniale.
Quasi una damnatio memoriae contemporanea…
Esattamente.
Spostiamoci sull’Ucraina. Che tipo di ricostruzione immagina lì?
Anche in questo caso la ricostruzione dovrà tener conto del piano identitario. L’Ucraina si troverà a ridefinire il proprio rapporto con il passato sovietico e con l’Europa. Dovrà trovare la propria ‘collocazione’ simbolica, e dovrà elaborare un’idea dell’abitare all’altezza di una moderna democrazia. In questo senso l’architettura avrà un ruolo fondamentale: spazi pubblici, monumenti, infrastrutture, linguaggi urbani contribuiranno a costruire una nuova appartenenza collettiva. Ma molto dipenderà dagli interessi economici che entreranno in gioco.
Nel Novecento i grandi salti architettonici sono spesso arrivati dopo le guerre. Potrebbe accadere di nuovo?
Non credo che assisteremo a nuove avanguardie come quelle del secolo scorso. Oggi la questione centrale è un’altra: il rapporto tra insediamento umano e ambiente. La vera sfida che accomuna architettura e pianificazione riguarda la sostenibilità, la rigenerazione ecologica, l’energia, l’acqua, i trasporti, la qualità dello spazio pubblico e delle abitazioni collettive, e l’integrazione sociale. Le città del futuro dovranno essere pensate per convivere con il cambiamento climatico e con ecosistemi fragili.
Quindi anche il modo di costruire dovrà cambiare radicalmente...
Sì. Oggi dobbiamo pensare non solo alla costruzione, ma anche alla decostruzione e al riuso. Ogni edificio dovrebbe essere progettato immaginando già come verrà smontato e come i materiali potranno essere recuperati. È un cambio di paradigma enorme. L’architettura occidentale è sempre stata ossessionata dall’idea della permanenza. Oggi invece dobbiamo confrontarci con la finitudine, con la trasformazione, con la necessità di costruire senza compromettere il futuro dell’ambiente. Ed è qui che architettura, ecologia e politica devono cooperare.
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