Territorio

Architettura e cinema: osservare per migliorare

Sembra solo parte dello sfondo ma non lo è. La gestione dell’ambiente circostante influenza in maniera incisiva anche il nostro modo di vivere e agire

Da solo racconta una storia
(Ila Bêka e Louise Lemoine)

Per il cinema non c’è modo di sottrarsi all’architettura: durante le riprese la telecamera cattura inevitabilmente gli spazi di fronte al suo obiettivo, anche quando questi fungono solo da sfondo. Tuttavia il cinema, architettura senza gravità, può eluderne le regole e giocare con lo spazio, espandendolo o delimitandolo, aggiungendo o tagliando oltre le leggi della fisica, ricomponendolo in un (im)possibile universo di fantasia. L’architettura, costruendo mondi, guidando lo sguardo e manipolando lo spazio per suscitare emozioni, permea il cinema fin nelle sue procedure tecniche elementari; tramite l’angolo di ripresa, l’inquadratura, il montaggio, la colorazione, le luci o il sound design vengono creati nuovi spazi che anche quando si rifanno ad architetture esistenti non coincidono mai del tutto con esse. Di conseguenza, per un professionista della progettazione guardare un film non è mai solo intrattenimento passivo, ma è uno studio su come la luce modella i volumi, su come un corridoio possa creare tensione o su come una città immaginaria si relazioni e al limite possa anche criticare quelle reali.

Un’influenza pervasiva

Come ci spiega l’architetto, regista e artista Ila Bêka, responsabile all’Accademia di architettura dell’Usi di un corso dedicato appunto ai rapporti tra queste due arti, «l’architettura fa parte della nostra vita quotidiana e costituisce il nostro mondo. Con la telecamera gli studenti imparano a osservare l’ambiente che li circonda e a riflettere sul rapporto tra corpo e spazio costruito». Secondo il regista, il cinema applicato all’architettura permette di evidenziare una relazione spesso invisibile: quella tra gli abitanti e gli spazi in cui vivono. «In un film, a meno di trovarsi completamente immersi nella natura, l’architettura è sempre presente sullo sfondo. I nostri corpi vivono in costante relazione con lo spazio costruito. Il corso mira a sviluppare questa capacità di osservazione: non si tratta di stabilire se un’architettura sia bella o brutta, ma di comprenderne l’impatto sulla nostra esperienza e sul nostro comportamento – continua Bêka –. Il punto è imparare a guardare. Chi sa osservare può capire come migliorare ciò che esiste; chi non sa osservare fatica persino a comprendere cosa si dovrebbe cambiare». Per questo motivo il corso porta gli studenti fuori dalle aule. «Nelle scuole di architettura si lavora spesso soprattutto sui progetti. Qui, invece, l’aspetto più importante è uscire, osservare la realtà e capire come funziona lo spazio in cui viviamo».

La qualità dell’architettura, sottolinea Bêka, incide direttamente sulla qualità della vita. «Più l’architettura è di qualità, migliori sono le nostre condizioni di vita. Il cinema ci aiuta a riflettere su questo legame, spesso evidente quando viaggiamo: visitando altri luoghi, ci accorgiamo di come lo spazio costruito influenzi profondamente il modo in cui viviamo e ci comportiamo».

Il ruolo dell’architetto

Per questo il ruolo dell’architetto – e della scuola di architettura – resta centrale: «Si tratta di prestare attenzione alla qualità del contesto in cui viviamo, perché la nostra vita dipende molto da questo. Il Ticino – conclude Bêka –, rappresenta un esempio significativo. È una parte del mondo in cui la qualità della vita quotidiana viene considerata con grande attenzione. Per questo, in passato e ancora oggi, si cerca di realizzare un’architettura capace di migliorarne il livello». Bêka si riferisce al gruppo degli architetti della Scuola ticinese degli anni 70 e 80 con alcuni esponenti famosi in tutto il mondo tra cui Mario Botta e Aurelio Galfetti, tra l’altro fondatori dell’Accademia, Tita Carloni, Luigi Snozzi e molti altri. «Uno degli esempi più interessanti su cui abbiamo lavorato nel corso che tengo all’Accademia – racconta Bêka – è il caso di Monte Carasso. Chiamato a elaborare il piano del paese, Luigi Snozzi lo ha completamente trasformato, facendone un modello di architettura a livello mondiale, tanto che ancora oggi sono numerosi gli architetti che lo visitano. Alcuni studenti, nell’ambito dei nostri lavori, hanno realizzato un film molto bello, mettendo in evidenza i vari interventi progettati da Snozzi che hanno avuto un forte impatto sugli abitanti, anche grazie a soluzioni particolarmente originali. Oltre alla ristrutturazione del convento e ad altri interventi, c’è soprattutto un progetto che ci ha colpito profondamente: la piazza giochi adiacente al cimitero, separata da esso solo da un basso e discreto muro di cinta. Curiosamente, i bambini spesso giocano lì con tranquillità, passando da uno spazio all’altro e indicando magari la tomba del proprio nonno con grande naturalezza. Snozzi, architetto molto impegnato politicamente, voleva sottolineare il legame tra vita e morte e ha insistito su questa straordinaria soluzione».

Il rapporto con il paesaggio

Ampliando lo sguardo, ed estendendolo a tutto il Ticino, è possibile affermare che il nostro cantone si presta a essere ambiente di cinema? «Sicuramente sì – afferma Bêka –, perché è un territorio bellissimo, con paesaggi meravigliosi. Il mio primo lungometraggio, realizzato molti anni fa, era in selezione ufficiale a Locarno e ho trascorso una settimana sulla sponda del Lago Maggiore, rimanendo colpito dalla straordinaria bellezza dei luoghi. È importante riflettere sul rapporto tra architettura e paesaggio: in questo molti architetti, non solo ticinesi ma svizzeri in generale, hanno sviluppato una capacità particolare nel progettare architetture che si integrano armoniosamente con l’ambiente circostante». Locarno è famosa per il Film Festival, un appuntamento che ad agosto accoglie migliaia di persone amanti del cinema in una cornice, quella della Piazza Grande che da sola è uno scenario. C’è da chiedersi se questo contribuisca al successo del Festival stesso… «Sicuramente – concorda il docente dell’Accademia di architettura dell’Usi –, perché guardare un film insieme è diverso che guardarlo da soli a casa. Andare al cinema è una sensazione, un’esperienza in sé. Ma questa esperienza non riguarda solo gli altri spettatori: si relaziona anche al contesto architettonico, come la Piazza Grande per esempio. A quel punto, il film assume un significato diverso: non siamo noi a entrare nell’immagine, come succede in una sala buia che elimina ogni distrazione, ma è l’immagine stessa che si fonde con l’architettura e con la città. Quando ciò avviene, la relazione tra immagine, architettura e spettatori diventa molto più intensa, quasi un amplificatore dell’esperienza». Un film nel film, dunque.

Parte integrante del racconto

Resta da definire se la scenografia nei film sia solo scenografia oppure sia anche parte integrante del racconto. «Dipende dal tipo di film – ci spiega Bêka –. Ci sono film di fiction in cui la scenografia è completamente costruita, ma quelli che realizziamo Louise Lemoine – mia moglie – e io sono prevalentemente documentari. Ci interessano gli effetti dell’architettura sulle persone e quanto uno spazio costruito possa influenzarne i comportamenti. Per farlo, dobbiamo lavorare con il reale: andare in un luogo e capire come questo si articoli nella vita di tutti i giorni. L’architettura è quindi fondamentale, perché non è creata artificialmente per fini di finzione, ma definita dal luogo che essa stessa crea e da come le persone vi si adattano. Ogni volta che usciamo di casa ci rapportiamo all’architettura che ci circonda, spesso a livello inconscio. La nostra vita quotidiana cambia completamente a seconda della struttura di una città o di un quartiere: abitare in centro o in periferia, in una città trafficata o a misura di bicicletta, in una città americana dove ci si muove solo in auto, o a Venezia dove ci si sposta a piedi o in barca – alla fine è sempre l’architettura a modellare il nostro modo di vivere». Verrebbe quasi da dire che, allora, la nostra vita non è altro che una grande sceneggiatura, dove ognuno di noi recita la sua parte a soggetto.

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