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25.10.2021 - 05:300
Aggiornamento : 13:58

Il San Gottardo senza i social

Vent’anni dopo la tragedia del 24 ottobre, che causò undici morti, una riflessione sui tempi della cronaca

“Forse è il caso che tu venga”. Sembrava un mercoledì come molti, era già un 24 ottobre diverso dagli altri. Però nessuno ancora lo sapeva. Una chiamata all’amica di Airolo per chiederle di guardare se, da casa sua, vedesse qualcosa di insolito in direzione della galleria. Fu così la prima verifica della notizia, giunta poco prima in redazione, che nel tunnel si fosse verificato un incidente. Non uno di quelli che finivano in due colonne in pagina. “Forse è il caso che tu venga”, rispose Laura; il tempo di posare la cornetta, aver guardato fuori dalla finestra ed essere tornata al telefono. L’ora dell’impatto tra due camion non era trascorsa da molto; lo era da poco più di un’ora quando – il tempo di avvisare la sede centrale del giornale, e il collega della redazione di Bellinzona, di annullare la presenza a una conferenza stampa e di mettermi in auto – arrivai ad Airolo. Lì si stava consumando una tragedia, pochi ne erano a conoscenza.

Partendo, non avevo idea di cosa avrei trovato; né di cosa sarebbe diventata la giornata e quelle a seguire. Non c’erano i cellulari ‘smart’ e i social network con il loro ruolo erano di là da venire. Niente dirette su Instagram, filmati su Twitter, post su Facebook. La prima immagine la vidi con i miei occhi. Era il fumo: nero, denso, che usciva impetuoso da un camino di aerazione. La seconda impressione la registrarono le orecchie: il silenzio, così innaturale e per certi versi da brividi, a pochi metri dal portale di una galleria che inghiotte e sputa il traffico di mezza Europa. Che dentro fosse accaduto qualcosa di grosso, fu chiaro ai pochi giornalisti dei media ticinesi arrivati sul posto. Cosa, lo si capì col passare della giornata; ma sarebbe stato riferito al pubblico solo diverse ore più tardi: la sera nei servizi radio e tv e il mattino seguente sui giornali.

Nel giro di pochi giorni centinaia di giornalisti giunsero da ogni dove. Il paese era diventato una babele, ovunque furgoni e una selva di parabole. Airolo era finita al centro del mondo. Si vide di tutto: lo stile arrembante e sensazionalistico specialmente dei media italiani, gli errori grossolani in articoli o servizi (come posizionare il tunnel sul confine tra Svizzera e Italia), le interviste addirittura inventate, pur di vantare lo scoop in pagina; colleghi entrare di corsa nella galleria, per essere i primi a riprendere la scena dell’incidente, sebbene non ci fossero dirette. Si vide di tutto; ma chi non era lì non vide tutto. Nelle case, vicine e lontane, venne servita un’informazione che si aveva avuto il tempo di cucinare e impiattare (ognuno con i propri ingredienti e gusti, talvolta discutibili). Un menù di poche portate servite a intervalli dilatati. Ciò che aveva perlomeno il pregio di dare – al lettore, allo spettatore, al cittadino comune, così come al politico o all’esperto di turno – la possibilità di masticare con calma e digerire ciò che si trova nel piatto.

Nell’era del tutto e subito; nell’epoca del siamo tutti reporter col telefonino a caccia del video virale, di follower e like; nella realtà del qui e ora; il racconto dell’incidente che nel 2001 causò undici morti, nel 2021 non potrebbe sottrarsi all’immediatezza e alle breaking news. Valore aggiunto dei giorni nostri, se non scivolano nella fretta. Il passo perché diventi superficialità, può essere breve. Oggi sugli scaffali dell’informazione c’è ogni sorta di cibo. Una varietà che può aprire gli orizzonti ed essere stimolante. La sfida per chi cucina, è evitare di farlo velocemente usando tutto ciò che c’è in dispensa. Per chi mangia, invece, è scansare le abbuffate e scegliere con criterio dal menù. Farsi capire, e capire la realtà in cui si vive, richiede impegno e tempo.

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