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26.08.2021 - 05:300
Aggiornamento : 11:47

È ora di parlare agli scettici invece di sfotterli

Va bene il Covid pass, ma la via d’uscita resta la vaccinazione. Ridicolizzare chi la teme per sentirsi migliori non porta da nessuna parte

Il tasso di vaccinazione in Svizzera è tra i più bassi d’Europa, i contagi da coronavirus ripartono, gli ospedali si stanno riempiendo di nuovo. In questa situazione l’ipotesi di estendere l’uso del Covid pass a bar, ristoranti, musei, teatri appare ragionevole: se la situazione dovesse peggiorare le uniche alternative sarebbero un nuovo lockdown e un’altra marea di morti. Né si capiscono le acrobazie logiche di chi prima sbraitava contro le serrate, poi si è lamentato della presunta lentezza nella fornitura dei vaccini e ora vellica il bassoventre no-vax, giurando che il lasciapassare in bettola – per il quale peraltro basta anche un semplice test – imporrebbe un’imperdonabile discriminazione e la limitazione di chissà quale libertà. Un calcolo politico ancor più grottesco delle piazzate di quel ristoratore che ora, in un empito d’ebbrezza anarcoide, promette di aprire le porte del suo locale solo ai non vaccinati.

Se l’estensione del lasciapassare appare prudente, non costituisce però la soluzione auspicabile nel lungo termine. Intanto è chiaro che la limitazione degli ingressi arrecherà un danno economico a chiunque col pubblico ci lavori, dal barista all’attore. Visto che queste categorie sono già state pesantemente colpite dai lockdown, è meglio che la Confederazione venga loro incontro con nuovi aiuti nel caso in cui la situazione ospedaliera richiedesse davvero queste limitazioni.

Poi c’è la sfida più grossa, quella di convincere gli indecisi a vaccinarsi, in modo da ridurre l’impatto sanitario di una nuova ondata e prevenirne le conseguenze più nefaste: solo la vaccinazione di massa può sottrarci da un altro giro sulla giostra dei contagi, degli ospedali colmi e delle serrande abbassate, perché chi non è vaccinato o almeno testato costituisce un pericolo ben maggiore per sé e per gli altri. Quanto agli effetti collaterali, è ormai evidente che non sono neppure lontanamente paragonabili ai rischi che comporta il Covid-19.

Se la campagna di vaccinazione si è arenata, però, bisognerà pur ammettere che c’è stato qualche limite di approccio e comunicazione, e non solo perché alcuni politici sciagurati si rifiutano di dare il buon esempio. Anzi, forse la comunicazione istituzionale, urbi et orbi e dall’alto al basso, ha già svolto ed esaurito il suo compito: resta da convincere chi non nutre una particolare fiducia nel ‘potere’, ma preferisce ascoltare persone più vicine a lui. Su costoro si è troppo spesso ironizzato, immaginandoli tutti come sciroccati con la stagnola in testa che credono solo ‘amiocuggino’. Si antagonizzano così anche i molti che non sono pregiudizialmente contrari all’immunizzazione, ma hanno paure comprensibili e tendono a temporeggiare. Si tratta di persone di ogni tipo – “quelli che hanno letto un milione di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare”, per dirla con De Gregori – e sbertucciarli serve solo a sentirsi meschinamente migliori di loro. La professoressa Suzanne Suggs suggerisce invece di raggiungerli attivando una rete sempre più capillare di interlocutori, dal medico di famiglia alle figure di riferimento per ciascuna comunità, e di portare allo stesso tempo i vaccini nelle strade e nei luoghi pubblici. Ma è anche un compito che spetta a chiunque si confronti con gli altri, in piazze reali e virtuali. Certe volte basta parlarsi.

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