Commento

Plr-Ppd, una congiunzione tra seggi e Realpolitik

Ha vinto il pragmatismo, con la decisione di procedere a questa intesa. Ma che andrà spiegata davvero bene, perché la storia è maestra di vita

Ti-Press
2 agosto 2019
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Il via libera del Plr alla congiunzione della propria lista con quella del Ppd per la corsa al Consiglio nazionale, deciso dal Comitato cantonale liberale radicale di ieri, è una vittoria delle rispettive dirigenze, ma è soprattutto la vittoria della Realpolitik. Non un matrimonio, è stato ribadito da ambo le parti. Non un ‘annacquare il nostro vino’, è stato detto ieri dal presidente cantonale Bixio Caprara. Ma un rendersi conto che se a sinistra come a destra si vengono a creare poli competitivi e battaglieri, il centro non può rimanere fermo a guardare lo scorrere degli eventi. L’arte del compromesso è fra i tratti caratteristici della politica svizzera, arte invidiata in molti Paesi vicini e lontani. Ed è appunto alla ricerca di questo compromesso che due partiti con storie più che differenti si sono seduti a un tavolo avviando delle trattative imposte dall’attualità politica. Già, perché alla consolidata intesa a destra – vale a dire quella tra Lega e Udc – si è recentemente aggiunta quella a sinistra, con Ps, Verdi, Partito comunista e Forum alternativo. Una novità non di poco conto che ha giocato un ruolo importante: la sinistra non avrebbe recitato la parte del convitato di pietra come alle scorse elezioni federali quando, uscita malconcia dalle cantonali di pochi mesi prima, era composta da partiti e dirigenze che faticavano anche solo a comunicare tra di loro. Beninteso, se si parla di vittoria della Realpolitik per questa congiunzione al centro, lo stesso discorso è da applicare a sinistra. Dove non tutto unisce, anzi. Dove soprattutto riguardo all’economia le differenze ci sono (il recente voto sulla Rffa è emblematico), ma si è scelto di procedere insieme valorizzando ciò che, invece, unisce. Quello che aspetta Plr e Ppd però, al contrario di quanto accade con Ps e Verdi – soddisfatti per l’unità a lungo cercata e infine trovata –, è un percorso che si annuncia difficile, anche se ambizioso. Perché, se è vero che di mera collaborazione si tratta, ebbene questa collaborazione andrà spiegata con tutti i crismi a una base che, si sentiva qua e là ieri a Melide, così graniticamente convinta non sembra essere. Una collaborazione che andrà spiegata soprattutto partendo da due assunti. Il primo è che a prendere parte al voto nel ‘parlamentino’ Plr sono stati in 161 (su 299 aventi diritto), con 112 a esprimersi a favore. Un numero rappresentativo davvero dell’insieme della base liberale radicale? Il secondo è che l’ipotesi ha preso le mosse da una Berna federale diversa dal Ticino, rispetto a logiche, dinamiche e attitudini. Se non vi è alcun dubbio che ieri abbia vinto il pragmatismo, adesso si apre la seconda fase, non meno delicata di quella che ha accompagnato i due partiti finora: il prendere voti. E il Partito liberale radicale lo farà forte sì di un discorso, si diceva, pragmatico basato sulla conferma dei propri seggi e con una decisione di maturità politica e strategica improntata all’apertura. Ma la storia è maestra di vita, come scriveva Cicerone. E le pagine di storia che ha scritto in Ticino la rivalità tra Plr e Ppd, tra liberali e conservatori – e non si parla solo di sparatorie dei tempi che furono, ma di ancora attuali diffidenze identitarie portate dalla consuetudine più che dalla pratica, e per questo più difficili da sradicare –, non è immediato che si voltino parlando solamente di obiettivi comuni a Berna, di ‘collaborazioni’ a livello cantonale e di alleanza al centro contro la polarizzazione degli estremi. Appunto perché così ambiziosa è una sfida arricchente per entrambi. L’esito sarà dato dalla forza che avranno nel renderla partecipata, motivante. E sentita, per davvero.

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