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Pareva tramontata, è tornata in auge: l’ipotesi di un’alleanza Plr/Ppd alle federali di ottobre

Se n’è parlato più volte in passato, ma non ne è mai sortito alcunché; si è tornati a discuterne all’indomani delle ultime cantonali (cfr. ‘Ipotesi tandem storico’, ‘laRegione’, 9 aprile); la cosa poi sembrava naufragata ancor prima di nascere (‘Tra Plr e Ppd solo un flirt’, ‘laRegione’, 18 maggio); ma in queste settimane – l’ultima volta domenica, e mentre a Lucerna si va verso un bis dell’inedito patto del 2015 – i vertici dei due partiti (ri)valutano il da farsi. Stiamo parlando dell’ipotesi che Plr e Ppd si alleino all’elezione del Consiglio nazionale e che si sostengano reciprocamente a quella del Consiglio degli Stati.

Obiettivo: salvare i loro seggi a rischio a Berna, minacciati sia da destra (Lega-Udc) che da sinistra (Ps, Verdi e Sinistra alternativa). Detto altrimenti: evitare che i due partiti del centro, isolati, finiscano stritolati dai poli, consolidatisi invece grazie alle rispettive congiunzioni di liste. Ma potrebbe essere qualcosa di più: il preludio di un “discorso centrista” a lungo termine?

Il Ppd si batte per conservare il secondo seggio (Fabio Regazzi o Marco Romano) al Nazionale; il Plr per salvare – con il consigliere nazionale Giovanni Merlini – quello di Fabio Abate agli Stati, l’unico dei 10 membri della Deputazione ticinese a non ripresentarsi. Sarà questa duplice sfida al centro dell’attenzione. Tutte o quasi le altre principali incognite ne sono una derivazione, e passano in secondo piano: chi sarà casomai nel Ppd a lasciarci le penne: Regazzi o Romano? E siamo sicuri che sarà uno dei due a dover fare le valigie, non invece uno dei due leghisti (Roberta Pantani, verosimilmente: Lorenzo Quadri nel 2015 fu il candidato più votato in assoluto)? In casa liberale-radicale chi occuperà il seggio lasciato libero da Merlini, che sarà candidato unicamente alla Camera dei Cantoni? E tra un secondo socialista, la “verde” rediviva Greta Gysin e il 77enne Franco Cavalli per la Sinistra alternativa, chi si accaparrerà il probabile secondo mandato di area progressista al Consiglio nazionale?

Reciproco sostegno

Quando mancano meno di quattro mesi alle federali, e a liste praticamente pronte, una questione fa discutere nei quartier generali dei partiti storici. L’idea sul tavolo – o meglio: che aleggia – da mesi è questa: il Ppd dà una mano al Plr a difendere il seggio lasciato vacante da Abate agli Stati con un “ticket” più o meno esplicito col sempiterno Filippo Lombardi (sarebbe la sua sesta legislatura alla Camera dei Cantoni) e Merlini (al Nazionale dal 2014); in cambio, il Plr sostiene il Ppd nella difesa del secondo seggio alla Camera del popolo congiungendo la sua lista con quella popolare-democratica.
La congiunzione è caldeggiata soprattutto in casa pipidina, dove gode di ampio appoggio ai piani alti del partito. Ma anche esponenti liberali-radicali di spicco la vedono di buon occhio. I vertici di Ppd e Plr giungono però, ognuno per proprio conto, a conclusioni divergenti sull’opportunità di un tale passo. C’è tempo fino al 12 agosto per decidersi. Se ne parlerà con ogni probabilità domani sera al comitato cantonale del Plrt, chiamato a ratificare la lista per il Nazionale e a confermare il candidato per gli Stati.

I calcoli del Ppd...

La valutazione del presidente Fiorenzo Dadò & co. poggia sui calcoli e le stime – concordanti – forniti da alcuni specialisti. Base di partenza: i risultati dell’elezione 2015 del Nazionale. Ma si tiene conto pure dell’evoluzione della forza elettorale dei partiti (schede e voti) tra l’elezione del Gran Consiglio di quattro anni fa e quella dello scorso 7 aprile. Una cosa viene data per certa: vista l’unità ritrovata a sinistra (nel 2015 Ps e Verdi corsero separati), in assenza di congiunzione con il Plr, il Ppd rischia grosso. In considerazione dell’evoluzione della sua forza elettorale alle elezioni del Gran Consiglio, il partito potrebbe facilmente perdere il secondo seggio: la partita con Lega/Udc (nell’attuale costellazione, Ps/Verdi e Sinistra alternativa non dovrebbero invece faticare a conquistare il secondo seggio di area progressista) si giocherebbe su un migliaio di voti. Una congiunzione Plr/Ppd offrirebbe maggiori chance a quest’ultimo di salvare il secondo seggio. Maggiori chance, ma nessuna garanzia. Viste le congiunzioni a sinistra e a destra, anche in caso di matrimonio elettorale tra le due forze centriste, solo tre seggi appaiono sicuri (due del Plr e uno del Ppd): il secondo seggio Ppd non lo è. Perché vi sia un’elevata probabilità di fare bottino pieno (quattro seggi: due Plr e due Ppd), serve una congiunzione di tutte le forze centriste (Verdi liberali compresi) ma anche l’attivazione di sotto-congiunzioni con liste ‘sorelle’ per i due principali partiti (essenzialmente i Giovani liberali radicali ticinesi per il Plr; Generazione Giovani, Ticinesi nel mondo ecc. per il Ppd).

... e quelli del Plr

La dirigenza del Plrt finora è stata quantomeno tiepida al riguardo. Lo si può capire. Anche solo l’idea di un flirt elettorale con i rivali storici fa arricciare il naso ai suoi elettori puri e duri. Per di più, oggi come oggi il secondo seggio del partito al Nazionale non sembra minimamente a rischio. E l’avventura elettorale con i pipidini si tradurrebbe addirittura – stando a stime interne al partito di cui ‘laRegione’ è venuta a conoscenza – in una perdita di voti di qualche punto percentuale per le liste congiunte.

Ai piani alti del Plrt, però, la musica potrebbe anche cambiare. Non manca infatti chi continua a sostenere che il santo (una certa perdita al Nazionale) valga la candela (la difesa del seggio di Abate agli Stati). In altre parole: che il sostegno del Plr al Ppd al Nazionale sia, da un lato, un investimento non esente da rischi (in termini di forza elettorale e immagine più che di seggi), ma dall’altro prometta un cospicuo ritorno in sede di ballottaggio per il Consiglio degli Stati, dato che gli elettori del Ppd verrebbero invitati più o meno pubblicamente a votare in massa il “ticket” centrista, esprimendo non un’unica preferenza (Lombardi) ma due (anche a Merlini).

Merlini in una posizione scomoda

Se invece il Ppd dovesse perdere il suo secondo seggio alla Camera del popolo (anche) perché il Plr ha rifiutato di allearsi con lui, una consegna di questo tipo risulterebbe politicamente improponibile. Lo scenario che si delinea sarebbe allora il seguente: le preferenze degli elettori pipidini restano prevalentemente in casa (Lombardi), le restanti semmai vengono ripartite tra la candidata della sinistra (verosimilmente la presidente del Nazionale Marina Carobbio, del Ps, che dovrebbe avere la meglio al primo turno su Greta Gysin dei Verdi) e quello della destra (il consigliere nazionale dell’Udc Marco Chiesa o, forse, Battista Ghiggia, che nel 2015 insidiò da vicino il seggio di Abate). In uno scenario del genere, il Ppd potrebbe quindi ritrovarsi nei panni di arbitro in una contesa che si prospetta aperta.
A fare le spese di una minore o minima predisposizione da parte dell’elettorato popolare-democratico a “regalare” voti – o a farlo se del caso in direzione della sinistra e della destra anziché al centro – sarebbe Giovanni Merlini. L’ex presidente del Plrt rischia di trovarsi in una situazione scomoda. Anche perché ben difficilmente potrà contare su un significativo sostegno da parte degli elettori di sinistra.

In passato il soccorso rosso(verde) al candidato liberale-radicale è stato moneta corrente. Se nel 2011 gli elettori socialisti ed ecologisti (e non solo loro) spinsero un Franco Cavalli ancora accasato al Ps a 35’500 voti, a soli 750 da quelli ottenuti da Fabio Abate, quattro anni dopo – con Roberto Malacrida in corsa per il Ps – furono loro in sostanza a salvare il seggio di quest’ultimo. Di più: a proiettarlo a una spanna dalla “locomotiva” Lombardi. Il prossimo ottobre, invece, l’elettorato di sinistra disporrà al secondo turno di una candidata (Carobbio, appunto) che – grazie alla lunga esperienza nelle istituzioni, all’attuale visibilità che le garantisce la carica di presidente della Camera del popolo e in quanto donna schierata a favore della parità – può oggi sperare di pescare consensi anche al di fuori del bacino elettorale di riferimento, conditio sine qua non per spuntarla in un’elezione col sistema maggioritario. Difficilmente, dunque, gli elettori socialisti ed ecologisti “sprecheranno” voti per sostenere altri, accreditati candidati.

Ognuno per sé al ballottaggio

Il prossimo autunno, insomma, nell’elezione del Consiglio degli Stati sembra delinearsi una contesa nella quale ogni partito (Plr, Ppd) o agglomerato di partiti (Lega/Udc, Ps con Verdi e Sinistra alternativa) tenderà a sostenere più o meno esclusivamente il/la proprio/a candidato/a al secondo turno. All’orizzonte non si profilano consistenti spostamenti di voti dall’elettorato di un partito ai candidati degli altri. Infatti, con una sinistra unita dietro alla sua candidata, anche la destra – se riuscirà a presentare una persona dal profilo ideologicamente non ‘spigoloso’ e potenzialmente eleggibile anche da chi di solito non vota Lega/Udc (Chiesa? Per ora non si vede in giro un leghista simile, se non un Ghiggia-bis...) – potrebbe avere un ruolo di rilievo in un ipotetico ballottaggio a quattro o più. Non arriverà probabilmente a ripetere il quasi exploit di Ghiggia del 2015, né a rivaleggiare direttamente con Merlini (Lombardi diamolo pure per rieletto). Ma – catalizzando i consensi nel suo bacino elettorale e determinando una minor propensione dei ‘suoi’ (ammesso che ve ne sia una) a disperdere voti, incluso in direzione del candidato del Plr – potrebbe fare da guastafeste, “disturbare” Merlini.

L’uno accanto all’altro o insieme?

Il Ppd vive un costante, apparentemente inarrestabile calo di consensi a livello federale: tra il 1979 (21,3%) e il 2015 (11,6%) la sua forza elettorale (misurata sulle elezioni del Nazionale) si è quasi dimezzata. Il Plr ha rialzato la testa quattro anni fa (16,4%), dopo un crollo dal 24% del 1979 al 15,1% nel 2011. I liberali-radicali hanno fatto bene nei cantoni durante buona parte della legislatura, ma da quest’anno arrancano. I popolari-democratici, invece, hanno perso 22 mandati nei legislativi cantonali. Per entrambi i partiti i più recenti sondaggi non indicano nulla di buono: sostanziale stabilità per un comunque ambizioso Plr; ulteriore calo per il Ppd, che – tallonato dai Verdi – resterebbe di poco sopra la soglia psicologica del 10%. Anche in Ticino Plr e Ppd vedono erodersi la loro forza elettorale. In aprile hanno dimostrato di non essere in forma. In termini di schede nell’elezione per il Consiglio di Stato, il Ppd è ormai il quarto partito; e il Plr nell’elezione per il rinnovo del Governo ha fatto segnare il peggior risultato di sempre. Due partiti che arrancano al centro, l’uno accanto all’altro, ormai sorpassati da una destra compatta e insidiati da una sinistra che si ricompatta: in Ticino non è tempo di cambiare marcia, di superare ataviche diffidenze? Avviando magari un’alleanza a lungo termine, che peraltro aprirebbe interessanti prospettive in vista dei futuri appuntamenti elettorali a livello comunale e cantonale?

L’esempio lucernese

Nel Canton Lucerna lo si è fatto. Nel 2015, per la prima volta nella storia, Plr e Ppd si allearono all’elezione per il Nazionale. Il Ppd venne spodestato dal trono di primo partito del cantone dall’Udc. Ma pur perdendo il 3,2% dei voti, riuscì a conservare per un soffio i suoi tre mandati alla Camera del popolo, e solo grazie a un’inedita congiunzione delle liste con Plr, borghesi-democratici ed evangelici. Non fu un flirt. L’unione delle due principali forze del centro verrà confermata in ottobre, ha scritto di recente la ‘Luzerner Zeitung’. Il terzo seggio popolare-democratico al Nazionale stavolta è ancor più a rischio, dato che il cantone ne perderà uno per ragioni demografiche. Unica chance di difenderlo: allearsi nuovamente col Plr e altri partiti. Verrà dalla Svizzera centrale l’ispirazione per i centristi ticinesi?

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