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24.08.2018 - 06:300
Aggiornamento 07:16

La trappola della fiscalità

Tra avanzi di esercizio, sgravi fiscali e socialità. Una questione che ci riguarda tutti

Il dibattito attorno alle cifre del preconsuntivo 2018 e sulla prospettiva di una seconda tappa di riforme fiscali (che non a caso sono state annunciate due giorni prima della pubblicazione dei dati) verte su due argomenti principali. Il primo, pratico e fondamentale, è di tipo etico-sociale. Il secondo, più complesso, riguarda la teoria economica che sottostà alle mosse della politica. Andiamo con ordine. Oggi si celebrano due anni consecutivi di surplus. Bene, ma: a quale prezzo? Soltanto quattro anni fa, ancora reduci dal collasso dell’economia mondiale del 2008, in un momento di dichiarata ‘penuria’, la discussione si concentrava sul freno al disavanzo. Nel 2016 le votazioni popolari, paventata la minaccia del deficit strutturale dei conti pubblici, hanno accolto i tagli alla socialità (riduzione dei sussidi di cassa malati, innalzamento della soglia per accedere a prestazioni sociali), uno dei pilastri della manovra governativa per il contenimento dei costi. Oggi il problema è invece la gestione degli avanzi di esercizio. Gli economisti sanno (anche se spesso non lo dicono) che troppi surplus sono, potenzialmente, tanto problematici quanto i troppi deficit. ‘Le imposte vanno ridotte’, sostengono gli esponenti liberali. La giustificazione? Perché dobbiamo adeguarci ai cambiamenti a livello federale prospettati dal ‘Progetto fiscale 2017’. Problema, quello del Pf17, ancora tutto da capire. La domanda a questo punto diventa quasi scontata: come mai, ancora prima di andare nella direzione di beneficiare i grandi contribuenti, non si pensa a ripristinare le misure sociali per i settori più bisognosi, sacrificate qualche anno prima in nome dell’austerità? E qui siamo, come si diceva prima, sul terreno dei principi etici e morali. ‘Sono punti di vista’, potrebbero ribattere i sostenitori degli sgravi. Altolà! Per una famiglia che vive con tre o quattromila franchi al mese, trovarsi con cinquecento franchi in meno di assegni integrativi è tutt’altro che un punto di vista. Ma la questione non si ferma qui. Bisogna affrontare il tema anche nella sua logica macroeconomica. Mentre l’ortodossia neoliberale rivendicherà la necessità di creare sempre le migliori condizioni possibili per gli investitori, con lo scopo teorico di stimolare l’attività economica; dal keynesianismo in poi le correnti eterodosse definiscono la politica fiscale uno degli strumenti ‘anti-ciclici’, ovvero: gli sgravi possono servire a rilanciare l’attività quando il ciclo economico è in una fase di contrazione. In una fase di crescita (come quella attuale) il rischio è quello di sovrastimolare l’economia, andando quindi ad esaurire più in fretta del dovuto la fase espansiva del ciclo. Se consideriamo inoltre che il livello di consumo della fascia alta dei contribuenti è, per definizione, vicino al punto di saturazione, una riduzione del moltiplicatore d’imposta lascerebbe nelle loro mani denaro che verosimilmente andrebbe tesaurizzato.

Forse sarebbe più sensato pensare a una misura, socialmente più equa ed economicamente più proficua, che ridia potere d’acquisto alle fasce più deboli; risorse che andrebbero a finire per forza nel consumo con, tra l’altro, effetti ben concreti sul livello di redditività delle imprese.  

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