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Il dibattito
16.12.2020 - 19:02
Aggiornamento : 18.12.2020 - 17:51

Una radio, la cultura e la scuola

L’ipotesi di un possibile smantellamento della rete culturale della Rsi preoccupa le associazioni degli insegnanti ticinesi.

di Associazioni degli insegnanti ticinesi

Viviamo in un’epoca che si riconosce sempre più nell’idea secondo cui la sola misura del merito sono le cifre delle vendite e nella quale, di riflesso, il valore della cultura è sempre più dettato dal mercato. Un quadro vale se lo si batte all’asta a cifre astronomiche, un cantante d’opera acquista notorietà se gli incassi dei suoi concerti superano ogni record. Il marketing prevale sulla cultura: decreta il successo di un’opera o la relega nell’ombra. Le stesse logiche di mercato impongono prodotti di consumo di massa spesso di dubbio pregio. Nel 1991, in occasione di un convegno di uomini di affari, un gioielliere inglese di grande successo dichiarò che ricavava grandi profitti vendendo “ciarpame a gente che non aveva il gusto per qualcosa di meglio”, suscitando lo sdegno dei presenti, come ironicamente commenta Eric J. Hobsbawm ne Il secolo breve (1994). Fabio Pusterla, traendo spunto proprio dalle pagine del libro dello storico anglosassone, ha ricordato quanto sia allora importante preservare quei beni che, pur non avendo immediate ricadute in termini economici, sono comunque capaci di contribuire al nostro benessere e al nostro arricchimento in quanto comunità: è questo sicuramente il caso di Rete Due, che – come recita la presentazione di Diderot, uno dei suoi programmi più conosciuti – “partecipa al progresso della società diffondendo cultura”.

Alimentare l’idea che la cultura sia sacrificabile poiché in fondo patrimonio di un’élite è un modo per disconoscere il suo importantissimo apporto alla vita collettiva e per accrescere una forma di risentimento nei confronti di coloro che ne promuovono la diffusione. Tale discorso si è fatto strada in tanti ambiti, dalla politica ai social, con i suoi effetti particolarmente velenosi. La sensazione è che un certo fastidio per la cultura trovi ora un consenso anche più in alto, raggiungendo talvolta le sfere dei manager che gestiscono le grandi aziende dei media. A noi viene alla mente il modo in cui nell’Ottocento Mr. Gradgrind educava i suoi figli nel romanzo di Dickens, Tempi difficili: “Ora, quello che voglio sono Fatti. Insegnate a questi ragazzi e queste ragazze Fatti e niente altro. Solo di Fatti abbiamo bisogno nella vita. Non piantate altro e sradicate tutto il resto. Solo coi Fatti si può plasmare la mente degli animali che ragionano: il resto non servirà mai loro assolutamente nulla”. Considerata in questa prospettiva, la ristrutturazione prevista rischia di privare il mondo culturale ticinese di uno dei suoi luoghi privilegiati di incontro, vivo e salutare per coloro che nella società cercano di superare l’orizzonte dei fatti. Cosa resterebbe, nella sciagurata ipotesi di una trasformazione di Rete Due in un canale prevalentemente musicale? Già oggi i contenuti dei palinsesti radiotelevisivi propongono programmi d’intrattenimento spesso autoreferenziali e, come ha osservato Tommaso Soldini, confezionati al solo scopo di distrarre e svagare un pubblico affaticato dal vivere quotidiano. Le ricadute sociali non sono di poco conto e concorrono a trasformare profondamente le democrazie odierne. Non riteniamo sia questo il ruolo prioritario di un ente che esercita un mandato pubblico.

La radio prima, la televisione in seguito, hanno avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione della società della Svizzera italiana. Vi è stato un tempo in cui i mass media si sono riconosciuti non solo nel dovere di informare il pubblico, ma anche nel compito di educare la società alla democrazia, promuovendo la conoscenza negli ambiti più diversi, mossi dall’ambizione di formare un tessuto culturale e sociale comune in cui riconoscersi. Basti ricordare una trasmissione come “Telescuola”, nata un anno dopo l’inaugurazione degli studi della TSI a Lugano, pensata per docenti e allievi, attiva dagli anni Sessanta agli inizi degli anni Novanta e impegnata nell’opera di educazione alla vita politica svizzera e alla conoscenza delle sue istituzioni, alla divulgazione della geografia e delle scienze naturali. Un ruolo simile, pur se in un contesto fortemente mutato, lo ha svolto in tempi più recenti il canale culturale radiofonico di Rete Due: la ricchezza delle sue trasmissioni – che propongono temi di attualità, di storia svizzera e mondiale, approfondimenti di filosofia, pagine particolarmente curate di arte e di musica, riflessioni sulla scienza e sulle religioni, la valorizzazione di opere della narrativa universale, ecc. – ne fa agli occhi di molti insegnanti (non solo ticinesi) una rete unica e preziosa, una miniera di suggerimenti da cui attingere materiali sonori per l’insegnamento.

Il fatto che talvolta parti di trasmissione di Rete Due risuonino nelle aule scolastiche, contribuendo a vivacizzare lezioni di storia, di musica o di italiano, ci ricorda – come già ha sottolineato Jean Soldini – la prossimità tra la rete radiofonica culturale e il mondo della scuola: sono entrambi luoghi in cui si produce e si diffonde cultura in comune. Noi docenti abbiamo provato cosa voglia dire svolgere l’attività d’insegnamento a distanza, separati dai nostri studenti sia nello spazio sia nel tempo: significa snaturare la sostanza stessa dell’attività didattica, perdere l’indispensabile dimensione dialogica della comunicazione all’interno di una comunità (la classe). Allo stesso modo, la ventilata intenzione di salvaguardare le proposte culturali spostando parte delle programmazioni sulle piattaforme digitali snatura la radio nella sua funzione collettiva, le fa perdere gran parte della sua forza in quanto luogo di incontro, interazione e scambio, producendo una trasformazione analoga a quella che ha riguardato il mondo della scuola nella primavera che ci siamo lasciati alle spalle: un esito che va scongiurato.

Non è per nulla condivisibile la logica secondo la quale, di fronte alla necessità di procedere a dei tagli, si prospetti di colpire prima di tutto i servizi di qualità che promuovono la cultura. È una logica miope e poco lungimirante, destinata a impoverire la Svizzera italiana di apprezzate risorse intellettuali e umane, in un momento in cui – immersi come siamo in una grave crisi dalle conseguenze non ancora del tutto chiare – esse potrebbero, in un futuro non troppo lontano, risultare particolarmente preziose.

Associazione dei Docenti delle Scuole Medie Superiori ticinesi, Associazione La Scuola, Associazione Ticinese degli Insegnanti di Storia, Commissione di Matematica della Svizzera Italiana, Federazione Docenti Ticinesi, Società ticinese dei docenti di educazione fisica, Movimento della Scuola, OCST docenti, Rivista “Verifiche”, VPOD docenti

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