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Alborghetti (Ladina Bischof)
14.12.2020 - 16:33
Aggiornamento : 17:28

Rete Due: il pericolo del “futuro diverso”. Cultura, caciara o cabaret?

Fabiano Alborghetti, poeta e presidente della Casa della Letteratura per la Svizzera italiana, sul ripensamento dell'offerta di Rete Due

di Fabiano Alborghetti

Scrivo poesia e sono il presidente della Casa della Letteratura per la Svizzera italiana. Per vivere lavoro, però e da sempre, nel settore privato come dipendente e, da sempre, in occasioni di ristrutturazioni finanziarie nelle aziende dove ho lavorato, quando qualcuno sperticatamente ha ripetuto “non c’è da preoccuparsi” mi sono sempre preoccupato davvero. E molto. L’esperienza vissuta sulla mia pelle e spesso pagata a caro prezzo, mi insegna che laddove una ristrutturazione non veda come controcanto precise e specifiche azioni ma fumosi piani di “rielaborazione dell’offerta”, è questo il segno di una progressiva cancellazione di spazi, figure professionali, e dei conseguenti punti di non ritorno. 

Sotto il più vasto concetto di revisione del destino audio Rsi, di fatto si assisterà alla ristrutturazione della Rete Due, azione che mira a ridurne il parlato in maniera quasi totale (dal 40 al 10 percento), ridistribuendo i contenuti su altri supporti, principalmente Rete Uno e Internet. Tralasciando il fatto che il portale web della Rsi(dove sono attualmente alloggiati i Podcast dei contenuti parlati o visivi) necessiterebbe di una ristrutturazione drammaticamente seria, basta osservare il palinsesto di Rete Due per capire come quasi tutto ciò che è cultura e scienza difficilmente troverà una collocazione dignitosa, specie volendoli martellare a forza all’interno di altri palinsesti. 

L’attuale direttore Maurizio Canetta assicura che i palinsesti saranno da rivedere, ricalibrare, e che certamente ciò che è ora compreso sotto il vasto ombrello di “cultura” avrà spazi adeguati. Due litri d’acqua non possono però stare all’interno di una bottiglia da un litro. 

Varietà, approcci poliedrici e stimolanti, tempo per l’approfondimento: tutto questo verrà cancellato in favore della velocità e, temo, dell’intrattenimento perché quest’ultimo paga molto di più. È già accaduto in Rsi: molti format negli anni sono stati cancellati sia in radio che in Tv e mai più rimpiazzati, pur avendo un buon seguito se non ottimo. La cultura “rielaborata” perché si incastri altrove, fatta come si può e messa dove avanza spazio, quella cultura che viene tollerata piuttosto che incoraggiata, non è cultura. È un riempitivo, è caciara, ed è cabaret nei risultati (come già è per alcuni format che vorrebbero occuparsi di cultura; ma “ammazzare la noia è il nostro solo mestiere”, si dice in Quinto potere). 

Ora però la “rielaborazione” prende i netti connotati di uno smantellamento progressivo e volontario con l’aggravante dell’inadeguatezza (venduta però come panacea illuminata) di una offerta articolata anche su piattaforme digitali. I contenuti verranno sepolti nelle profondità di una qualche piattaforma online e ancora una volta parleranno i numeri su una tavola Excel: poche fruizioni (perché saranno impossibili da trovare) e quindi nell’economia della RSI avranno un valore irrisorio, inutile, cancellabile nuovamente. Questo io temo, nonostante le profuse rassicurazioni. 

Rete Uno e Rete Tre hanno un proprio valore specifico e non è messa in discussione né la professionalità di chi vi lavora né i contenuti prodotti: hanno format calibrati sul proprio pubblico. 

Lo stesso vale per Rete Due, storicamente spazio di confronto ma soprattutto di approfondimento e che viaggia a una velocità del tutto diversa da quelle delle altre consorelle, non dimenticando un fatto assolutamente essenziale: Rete Due produce cultura, non si limita a riprodurla …

Cosa resterà non solo della presenza di Rete Due a manifestazioni o festival ma di quel computo che include trasmissioni di scavo in argomenti che portano a confrontarsi con la realtà chiamando in causa ulteriori nessi e temi e prendendosi il tempo per farlo?; dei radiodrammi (che sono seguiti anche da una larga fetta di popolazione che “alle diavolerie” di internet non ha accesso per motivi d’età o praticità e che di fatto verrà tagliata fuori dall’ascolto); delle interviste, dei dibattiti, della lentezza che è necessaria quando accade un confronto con una realtà inesplorata o da rileggere in luce dei mutamenti? Come tutto questo verrà rimandato al pubblico perché le complessità siano esposte, spiegate, analizzate? 

Sono cose invisibili, certo, eppure così essenziali per essere cittadini senzienti nel mondo, perché la cultura è vasta, libera, talvolta provocatoria, contraddittoria, inusuale, suggestiva, formatrice, sensuale, imponente, sfaccettata ma soprattutto ha per ognuno un peso specifico diverso: più o meno tangibile ma che, in qualunque misura questa ci approcci, estende risorse e mezzi per comprendere, garantisce la libertà di scelta, conferma la democrazia. 

Una direzione, questa, che non dovrebbe solo essere formalizzata dal mandato dell’ente pubblico RSI, quanto dal buon senso e dalla lungimiranza che non possono e non devono essere subordinati a un calcolo dei costi fatti sempre e soltanto sull’abaco.

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