In Europa numeri del genere farebbero stappare bottiglie di champagne. Eppure in Cina le stime di una crescita tra il 4,5 e il 5% per il 2026 suonano come un campanello d'allarme, soprattutto se si considera che si tratta del dato più basso dal 1991.
Le nuove stime, diffuse sotto gli occhi di Xi Jinping dal premier Li Qiang in apertura dell'Assemblea nazionale del popolo, si affianca all'altro annuncio di giornata, ovvero un aumento del 7% della spesa militare, la seconda più alta al mondo dopo quella statunitense.
Cifre che confermano le priorità strategiche, ma si abbassano (seppur di poco) rispetto agli ultimi anni. E da tenere in considerazione in ottica Taiwan, citata nel discorso di Li per ribadire che si tratta di un affare della Cina e che Pechino non ammetterà interferenze esterne.
Il punto più importante rimane comunque quello sulla crescita. Una stima attesa, anticipata dai dati provinciali diffusi nelle settimane scorse. In particolare dal Guangdong, la più grande economia provinciale del Paese, che aveva indicato un target tra 4,5% e 5% e aveva chiuso il 2025 con una crescita del 3,9%, sotto le aspettative.
A pesare sul bilancio cinese c'è una domanda interna debole, tensioni commerciali e soprattutto la prolungata crisi del settore immobiliare, che è stato a lungo uno dei principali motori della crescita cinese. Il comparto, arrivato a incidere fino a quasi un quarto dell'economia, che ha subito un forte ridimensionamento negli ultimi anni con il calo dei prezzi delle abitazioni e delle entrate derivanti dalla vendita dei terreni, mettendo sotto pressione anche i conti delle amministrazioni locali.
L'obiettivo del governo cinese è quindi far ripartire i consumi. Sul mercato del lavoro Pechino punta a mantenere il tasso di disoccupazione urbana attorno al 5,5% e a creare oltre 12 milioni di nuovi posti di lavoro nelle città, mentre resta elevata la disoccupazione giovanile, che negli ultimi anni ha superato il 16% e aveva toccato un picco superiore al 21% nel 2023 prima della revisione metodologica dei dati ufficiali.
Il governo ha indicato anche altri obiettivi macroeconomici, tra cui un'inflazione intorno al 2% e una politica fiscale relativamente espansiva, con un deficit pubblico pari a circa il 4% del Pil. Parallelamente Pechino prevede emissioni di titoli speciali e misure di sostegno alla domanda interna, ancora frenati dalla bassa fiducia delle famiglie, target anche quando si parla di contrastare il calo demografico e favorire una società "più favorevole alla natalità", dopo anni di politica del figlio unico.
Accanto agli obiettivi annuali, la leadership ha presentato anche la bozza del 15mo piano quinquennale (2026-2030), che punta a rafforzare l'autosufficienza tecnologica del Paese in un contesto geopolitico sempre più competitivo. Il piano, che dovrà essere approvato durante le 'Due Sessioni' prevede forti investimenti in intelligenza artificiale, semiconduttori, robotica e tecnologie quantistiche, con una crescita della spesa in ricerca e sviluppo attorno al 7% annuo.
Da monitorare, infine, la politica green sulla quale Pechino ha investito molto negli ultimi anni, non solo in termini economici, ma anche di credibilità internazionale. La Cina prevede una riduzione delle emissioni di anidride carbonica per unità di Pil pari a circa il 3,8%. Secondo il premier, questo obiettivo "soddisferà molteplici esigenze, tra cui quelle relative allo sviluppo economico e sociale," e consentirà al Paese di avvicinarsi gradualmente al traguardo di raggiungere il picco delle emissioni di carbonio prima del 2030 e di raggiungere la neutralità climatica entro il 2060.