Estero

Orban sfida l'Ue, veto su nuove sanzioni a Mosca

22 febbraio 2026
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Per la prima volta e salvo colpi di scena, l'anniversario dell'invasione russa dell'Ucraina non sarà segnato da un nuovo pacchetto di sanzioni europee contro il Cremlino. A mettersi di traverso è ancora una volta Viktor Orban, ormai pronto a giocarsi il tutto per tutto nella sua battaglia all'Ue in vista del voto del 12 aprile.

Il casus belli, questa volta, è l'interruzione dell'oleodotto Drubzha, che trasporta petrolio a Ungheria e Slovacchia, esentate temporaneamente dal divieto di import del greggio russo sancito da Bruxelles. L'oleodotto è stato bombardato da Mosca ma Orban da giorni ha puntato il dito contro Kiev. Fino a giocarsi il jolly: "Bloccheremo il ventesimo pacchetto di sanzioni europee", è stato l'annuncio di Budapest.

L'accordo politico era atteso alla riunione del Consiglio Affari Esteri e alla vigilia della missione a Kiev della presidente della Commissione Ursula von der Leyen e del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa.

Il pacchetto di misure, a prescindere dallo strappo di Orban, non godeva già di ottima salute. Lo stop ai servizi marittimi per le petroliere russe, nei giorni scorsi, ha destato profonde perplessità in alcuni Paesi membri, a cominciare da Cipro e Malta. La presidenza di turno - tenuta guarda caso da Nicosia - ha provato a limare più volte il testo, con l'obiettivo chiaro di giungere all'intesa politico al Consiglio Affari Esteri. I tentennamenti di Ungheria e Slovacchia non erano mancati ma, come nel passato, a Bruxelles confidavano in un via libera al fotofinish, anche perché né Budapest né Bratislava sembrano essere sfiorate dagli effetti collaterali di quest'ultimo round di sanzioni.

Ma Orban ha puntato allo strappo totale. Sabato ha annunciato il veto al prestito da 90 miliardi all'Ucraina, affiancato dal suo alleato Robert Fico. Poi ha esteso il suo "niet" alle sanzioni. per entrambi i testi occorre l'unanimità.

Bruxelles, sul prestito a Kiev, ha ricordato a Ungheria e Slovacchia che gli accordi si rispettano, visto che il sì ai 90 miliardi è arrivato, unanime, al vertice dei 27 di dicembre con la clausola che Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca non dovranno sborsare un centesimo.

Sul fronte energetico da giorni la Commissione cerca di fornire rassicurazioni a Budapest, sottolineando che la sicurezza energetica dei 27 è una priorità e spiegando che Kiev sta facendo il suo dovere nelle riparazioni dell'oleodotto. Non è servito a nulla. Il premier ungherese, nei suoi comizi elettorali e dai suoi account, ha continuato a diramare accuse sia nei confronti dell'Ucraina, che di Bruxelles.

Lo strappo sulle sanzioni è stato accolto da un apparente silenzio a Palazzo Berlaymont. Ma la Commissione e il Consiglio Ue stanno studiando le contromosse. Da qui al voto ungherese di aprile Orban è destinato a indurire la sua posizione. Né, è la riflessione che si fa nel quartiere europeo, il futuro sostegno all'Ucraina può dipendere dal risultato delle urne a Budapest.

La sospensione del diritto di voto per l'Ungheria, ex articolo 7 dei Trattati, è una extrema ratio che continua a non convincere tutti. Ma nella gran parte delle cancellerie è ormai evidente che la regola dell'unanimità, nel nuovo contesto geopolitico globale, è un pericoloso boomerang. E la via del dialogo con Budapest - finora tenuto soprattutto da Costa - da qui ai prossimi due mesi sembra sbarrata.

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Questo articolo è stato pubblicato con l'ausilio dell'IA. Maggiori informazioni