È corsa contro il tempo per tentare di raggiungere un accordo tra Teheran e Washington, con gli americani pronti a nuovi colloqui in settimana a Ginevra, quasi certamente giovedì.
Ma nell'area continua a spirare venti di fortissima tensione. Non solo per la minaccia di un attacco statunitense, ma anche perché i focolai interni di opposizione al regime degli ayatollah sembrano tutt'altro che spenti malgrado la brutale repressione, con nuove proteste che montano nelle università.
E mentre alla Casa Bianca ci si interroga sulla necessità o meno di attaccare, il regime si prepara ad affrontare lo scenario peggiore. Secondo il New York Times, la guida suprema Ali Khamenei ha già dato istruzioni ed "emesso direttive" per designare la linea di successione dell'attuale leadership, contemplando anche lo scenario della sua uccisione e prevedendo "quattro livelli di avvicendamento" per tutte le cariche militari e politiche più importanti.
Nel dettaglio Khamenei, avrebbe affidato il compito di "garantire la sopravvivenza della Repubblica Islamica" a un suo uomo di massima fiducia, il responsabile della sicurezza nazionale Ali Larijani. Mentre le forze armate di Teheran si starebbero preparando a rispondere a eventuali raid con lo schieramento di batterie di missili balistici in grado di colpire sia Israele sia le basi Usa in Medio Oriente.
Dagli Stati Uniti nel frattempo arrivano i segnali di una predisposizione a insistere sulla via dei negoziati. E, secondo funzionari citati da Axios, l'amministrazione Trump sarebbe pronta a un nuovo round di colloqui con l'Iran nei prossimi giorni a Ginevra a condizione che entro martedì da Teheran venga recapitata "una proposta dettagliata" per un'intesa nucleare.
"Ci sono buone possibilità di un accordo", ha commentato a riguardo il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, precisando che le conversazioni potrebbero tenersi giovedì. Un appuntamento confermato qualche ora dopo dall'Oman, Paese mediatore. Le fonti statunitensi sottolineano che questa potrebbe essere "l'ultima possibilità" che Donald Trump concede a Teheran prima di lanciare "una massiccia operazione militare" condotta da Usa e Israele".
E come noto il presidente ha già dispiegato un imponente schieramento di forze nella regione mediorientale, con decine di caccia, navi e lanciamissili pronti a entrare in azione in qualunque momento. Mentre il suo inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff, descrive Trump "curioso e sorpreso", non facendosi una ragione del perché, sotto questa pressione", il regime di Teheran "non sia ancora capitolato".
Un ruolo su quello che accadrà nei prossimi giorni potrebbero averlo le proteste. Per il secondo giorno consecutivo in diverse università del Paese sono state organizzate manifestazioni e sit-in di protesta contro il regime. A detta dei collettivi studenteschi, gli agenti di sicurezza hanno reagito molto duramente anche a queste ultime iniziative, non risparmiando l'uso della forza e praticando "decine di arresti".