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laR
 
22.01.2022 - 05:30

Quirinale, istruzioni per l’uso

Chi vota il presidente della Repubblica italiana e come. Record, stranezze e nomi improbabili, dalla moglie di Massimo D’Alema a Ezio Greggio

quirinale-istruzioni-per-l-uso
Mattarella nel giorno del suo insediamento (Keystone)
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Da Enrico De Nicola a Sergio Mattarella e oltre, un ventaglio di scelte che spazia da Silvio Berlusconi a Mario Draghi a Unadonna, scritto così, tutto attaccato, come se fosse un cognome e non un genere. Perché sì (quasi) tutti dicono di volere una donna al Quirinale, ma poi nessuno tira fuori un nome vero. Non ancora, almeno.

L’elezione del presidente della Repubblica italiana è un format che piace a tutti: un po’ conclave – con i suoi segreti, i suoi riti e i suoi cardinali laici a tessere trame – e sempre più talent show, con interviste a kingmaker veri e presunti che usano le telecamere come uno specchio e sono a tanto così dal proporre un comodo e più spettacolare televoto da casa. Il presidente della Repubblica, massimo garante dello Stato, selezionato come i cantanti di X Factor. Chissà, magari ci si arriverà, nel frattempo è bene ricordare le regole che verranno seguite a partire da lunedì, primo giorno di votazioni.


Berlusconi autocandidato indistruttibile (Keystone)

Come funziona

Il mandato di sette anni dell’attuale presidente Sergio Mattarella scade giovedì 3 febbraio. È stato eletto il 31 gennaio 2015 (al quarto scrutinio, con 665 voti) ma, in base alla Costituzione, i sette anni presidenziali decorrono a partire dal giorno del giuramento. Il suo è datato 3 febbraio 2015. Per questo, in caso di elezione del suo successore prima del 3 febbraio, Mattarella provvederà a dare le cosiddette “dimissioni di cortesia”.

Per essere eletti presidente della Repubblica bisogna essere cittadini italiani, aver compiuto 50 anni e godere dei diritti politici e civili, come scritto nell’articolo 84 della Costituzione.


Napolitano durante il voto del 2015 (Keystone)

I delegati sono 1’009

A votare il nuovo presidente ci saranno 1’009 delegati, comunemente chiamati “grandi elettori”, un termine mutuato dalle elezioni presidenziali americane e ormai entrato nel gergo politico. La divisione è così fatta: i 630 deputati, i 321 senatori – compresi i sei a vita (uno è l’ex presidente Giorgio Napolitano, gli altri cinque per nomina presidenziale: Mario Monti, Elena Cattaneo, Renzo Piano e Carlo Rubbia, nominati da Napolitano, e Liliana Segre, nominata da Mattarella) – più 58 delegati scelti dai Consigli regionali: ogni regione ne nomina tre, due appartengono alla maggioranza e uno all’opposizione. Unica eccezione, la Valle d’Aosta, che porta un solo delegato.

I presidenti di Camera e Senato non partecipano al voto e il presidente della Camera è colui che – aiutato dagli scrutatori – si occupa dello spoglio e legge i nomi sulle schede, segnalando anche le schede bianche, ma non le nulle.

La votazione si tiene in seduta comune a Montecitorio, sede della Camera, ma in questo caso, per i limiti di capienza imposti dal Covid, non ci potranno essere più di 200 persone per volta nell’aula.

Il voto è a scrutinio segreto e tradizionalmente si tiene all’interno di catafalchi di legno, postazioni con una tenda in cui il delegato entra, vota ed esce poi dall’altra parte. Quest’anno non sarà possibile: saranno usate quattro cabine regolarmente sanificate. Positivi e sottoposti a quarantena voteranno all’esterno, con una soluzione stile drive-in già adottata da tempo per i tamponi.


Francesco Cossiga, eletto nel 1985, con Giulio Andreotti (Keystone)

Lo spoglio

L’accesso all’Aula di Montecitorio è consentito solo se in possesso di Green pass. Si voterà per fasce orarie, in ordine alfabetico, a partire da senatori a vita, senatori, deputati e delegati regionali. Ogni elettore, se non si palesa, viene chiamato una seconda volta. La fase di spoglio si calcola che possa durare circa 4 ore e mezza. Nelle prime tre votazioni serve il quorum qualificato dei due terzi: vale a dire 673 elettori. Dal quarto scrutinio basta invece la maggioranza assoluta (la metà più uno), cioè 505.

Andando nello specifico di questa elezione, il centrodestra ha sulla carta 452 grandi elettori, il centrosinistra ne ha 408 che diventano 463 se si aggiungono i 44 renziani di Italia Viva e i 5 di Azione-Più Europa (radicali e dintorni). Decisivi saranno quindi gli altri 94 grandi elettori provenienti dal gruppo Misto o che, come i senatori a vita, non sono iscritti ad alcuna componente. Sono elettori che non rispondono – almeno sulla carta – ad alcuna indicazione di partito e che potrebbero rivelarsi fondamentali in caso di mancate alleanze trasversali (anche parziali) tra centrodestra e centrosinistra.

Nel momento in cui un nome supera il quorum, si fa prima un riconteggio e poi è il presidente della Camera ad annunciare il nome del presidente per poi raggiungerlo (insieme al presidente del Senato) e comunicarglielo personalmente. Segue poi il giuramento (da lì, come detto, parte ufficialmente il settennato) a cui segue la cerimonia di insediamento. Il nuovo capo dello Stato giura poi davanti al Parlamento riunito in seduta comune, alla presenza anche dei delegati regionali e del governo. Dopo un passaggio all’Altare della Patria e un omaggio al milite ignoto, il nuovo presidente si reca infine al palazzo del Quirinale.


Ronald Reagan e Sandro Pertini, presidente dal 1978 al 1985 (Keystone)

Tredici presidenti, 14 elezioni

Il prossimo presidente della Repubblica sarà il tredicesimo sebbene si tratti della quattordicesima elezione, ciò è dovuto al fatto che Giorgio Napolitano è stato eletto per due volte, la prima nel 2006 e la seconda nel 2013: tuttavia Napolitano diede le dimissioni, ampiamente annunciate, nel 2015, portando poi all’elezione di Mattarella.

Il primo capo (provvisorio) dello Stato italiano, Enrico De Nicola, è invece stato eletto dall’Assemblea Costituente il 26 giugno 1947, carica confermata il primo gennaio 1948, giorno in cui entrò in vigore la Costituzione italiana. La prima elezione così come la conosciamo è quella di Luigi Einaudi, avvenuta al quarto scrutinio l’11 maggio del 1948. Il presidente che ha avuto bisogno di più votazioni per salire al Quirinale è stato Giovanni Leone, eletto 24 dicembre del 1971 dopo 23 scrutini: fino al ventunesimo non prese nemmeno un voto.

Altra votazione lunga e travagliata, nel 1992, quella di Oscar Luigi Scalfaro: in un Parlamento che non trovava la quadra, irruppe la notizia dell’attentato al giudice Giovanni Falcone. Si arrivò in fretta a un accordo su Scalfaro, all’epoca presidente della Camera, che fino allo scrutinio precedente aveva letto i nomi sulle schede. Per evitare che fosse lui stesso a proclamarsi presidente, per il sedicesimo e decisivo scrutinio fu sostituito dall’allora vicepresidente della Camera Stefano Rodotà. Anche Sandro Pertini fu eletto (nel 1978) al sedicesimo scrutinio, mentre al primo sono passati (oltre a De Nicola) Francesco Cossiga (1985) e Carlo Azeglio Ciampi (1999).

Tra i voti più bizzarri ci sono anche quelli ai giornalisti Bruno Vespa e Michele Cucuzza, al presentatore Giancarlo Magalli, all’imprenditore Santo Versace e al comico Ezio Greggio.

Voglio una donna

La donna ad aver preso più voti è stata finora Nilde Iotti, nel 1992, 256 voti al quarto scrutinio, lontanissima dal quorum. Nel 1999 ci fu la candidatura forte di Emma Bonino, di fatto ignorata dai grandi elettori, mentre tre voti li prese, nel 2006, Linda Giuva, moglie di Massimo D’Alema. La prima donna a essere votata per il Quirinale fu la scrittrice Camilla Cederna, nel 1978. Seguirono poi molte altre, tutte con un pugno di voti: tra loro la partigiana Tina Anselmi, la nipote del duce Alessandra Mussolini, Franca Rame e Sabrina Ferilli, voto non valido, quest’ultimo, perché l’attrice non aveva ancora compiuto 50 anni. Finora, insomma solo delle comparse, in attesa di Unadonna, non si sa chi.


Sabrina Ferilli, due voti nel 2015 (Keystone)

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