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laR
 
25.08.2021 - 05:30
Aggiornamento: 12:15

‘Non sono cambiati i talebani, è cambiato il mondo’

L'esperto di Medio Oriente Gilles Kepel: ‘Interessati a fare affari, non al terrorismo. E attenzione a Erdogan’

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Un gruppo di talebani pattuglia le strade di Kabul (Keystone)

Gilles Kepel non crede ai "talebuoni", i talebani buoni, piuttosto riconosce in loro un tratto fortemente nazionalista, ma più al passo coi tempi (‘Nessuno distruggerà tv e linee telefoniche, perché servono anche a loro’). E soprattutto non legati al terrorismo internazionale, per quanto le loro gesta possano aver galvanizzato i gruppi islamici più estremisti. Kepel, tra i massimi esperti europei di Medio Oriente, certifica le difficoltà interne ed esterne degli Stati Uniti, quelle di dialogo dell’Europa e la grande ascesa della Cina, oltre al tentativo di Erdogan di accreditarsi come nuovo guida globale dell’Islam.

Kepel, professore all’Usi di Lugano e alla Psl di Parigi - autore del libro “Il ritorno del profeta. Perché il destino dell’Occidente si decide in Medio Oriente” (Feltrinelli editore) - è intervenuto ieri al Mem Summer Summit organizzato dall’Università della Svizzera Italiana, forum dedicato al Medio Oriente Mediterraneo che sarà visibile online da sabato mattina collegandosi al sito www.mem-summersummit.ch.

Professor Kepel, quanto crede alla svolta buonista talebani e che tipo di governo potrebbe venire fuori in Afghanistan?

Non credo che abbiano cambiato ideologia, questi talebani di vent’anni sono tutti figli dei talebani che erano fuggiti dall’Afghanistan e sono stati poi educati nelle scuole religiose dei talebani pakistani secondo la medesima dottrina. La situazione generale è cambiata, loro no. Quando i loro padri sono andati via, Kabul era una città di 300 mila abitanti con quasi niente, ora ha 4 milioni di persone. I primi talebani avevano distrutto le tv, ora nessuno la guarda più nel mondo perché tutti hanno i telefonini e i talebani non vogliono distruggere la rete, perché anche loro per primi ne avranno bisogno.


Il politologo e saggista Gilles Kepel (Keystone)

Cosa è cambiato allora?

In passato il mondo era basato sulla rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica, poi sullo strapotere americano, ora l’Urss non c’è più e la Russia è una potenza regionale, seppur con ambizioni planetarie. L’altra iperpotenza è la Cina, che non è un paese ideologico. È comunista, certo, ma lì comunismo vuol dire che solo i membri del partito sono autorizzati a essere capitalisti e monopolisti. Hanno ricevuto una delegazione dei talebani due settimane fa a Pechino e sono aperti a una collaborazione con l’Afghanistan per questioni economiche e strategiche: vogliono mettere i bastoni tra le ruote agli americani. E aggiungere lì una stazione della loro nuova Via della Seta, come già accadeva in un lontano passato.

L’entusiasmo tra gli islamici più radicali per questa vittoria talebana può risvegliare i gruppi terroristici nel mondo?

I talebani sono un movimento religioso, rigido, certo, ma soprattutto nazionalista e fortemente radicato nelle tribù. Non sono interessati a promuovere il terrorismo. Soprattutto ora che sanno che possono fare affari con la Cina, che è meno pericoloso e molto più redditizio. Inoltre non hanno alcuna urgenza o convenienza a ospitare terroristi internazionali come invece aveva fatto il Mullah Omar con Bin Laden. Sicuramente la caduta di Kabul regala grande ottimismo ai talebani del Pakistan, che è il loro luogo di formazione, ma non solo lì. Pensiamo a Erdogan, che si è congratulato con loro e ha già detto che è pronto a lavorare con loro.

Che ruolo può avere Erdogan?

Erdogan vede quella vittoria all’interno di quel sistema in cui rientra anche - a livello non solo simbolico - la riconversione a moschea di Santa Sofia dell’anno scorso e la ricostruzione di un Islam universale in grado di vincere e governare il mondo. E lui si vede come il continuatore del profeta e i talebani portano acqua al suo mulino, quello di un Islam politico di cui lui stesso è un esponente. Per quanto riguarda la situazione locale, Erdogan vede nell’Afghanistan un alleato che può indebolire sia l’Iran che gli Stati Uniti. Lui pensa che se l’America ha abbandonato l’Afghanistan, forse presto potrebbe lasciare al loro destino anche i curdi.

E i grandi finanziatori del mondo islamico? Il Qatar, ad esempio, ha sostenuto i talebani, ma poi fa affari con l’Occidente.

Il Qatar agisce come la Turchia, appoggiando l’Islam politico. Anche loro sono senz’altro favorevoli alla vittoria dei talebani, ma sanno giocare su due tavoli in modo abile. Quando c’era lo scandalo delle vignette di Charlie Hebdo in Francia, Al Jazeera, che - ricordiamolo - è una rete qatariota che appoggia i Fratelli Musulmani, aveva trasmesso il discorso ai musulmani di Macron, ma poi aveva scelto opinioni molto ostili ai francesi. Era tutto in arabo e i francesi non capivano. Il Qatar ha 350 miliardi di dollari sotto gestione di fondi sovrani e un partenariato forte con l’Occidente che non vuole rovinare.


Donne con il burka per le strade di Kabul (Keystone)

Per i sauditi invece è diverso, perché i sauditi, sotto la guida del principe ereditario di Bin Salman, si sono allontanati dall’ideologia wahabita e le donne saudite stanno andando nel senso opposto rispetto a ciò che vorrebbero i talebani, si sono tolte il velo, guidano le automobili che fino a poco tempo fa era loro proibito. Il regno saudita cerca di allontanarsi dalla rendita petrolifera e vuole costruire un modello energetico sulle rinnovabili con investimenti enormi. E Bin Salman non vuole vedere i talebani al potere.

E l’Iran? Un vicino ingombrante di cui si parla sempre poco

Ecco, l'Iran è un altro Paese che forse non è totalmente felice e che ha una frontiera in comune con l’Afghanistan di migliaia di chilometri. Nel passato i talebani hanno trucidato tanti sciiti afghani considerati eretici, peggio dei cristiani e degli ebrei, e l’Iran ha una popolazione importante di afghani che lavorano un po’ come gli immigrati africani in Europa. Tra loro potrebbero esserci infiltrati agenti dei talebani e lì si creerebbe un problema per la sicurezza. I talebani odiano gli americani, ma forse odiano anche di più gli sciiti iraniani, e questa situazione può indebolire Teheran nelle negoziazioni sul nucleare che si stanno tenendo a Vienna. Penso che per il nuovo governo di Raisi la caduta di Kabul non è una buona notizia. Raisi era ostile all’Occidente, molto più del predecessore Rohani e credeva di trattare da una posizione di forza, ma con l’insorgere dei talebani si è fortemente indebolito. 

Quali sono stati gli errori principali degli americani in Afghanistan?

Avevano una tale voglia di andare via che hanno fatto male i loro conti. Per Biden era importante anche per le elezioni di metà mandato, perché l’elettore americano non vuole più vedere i figli partire per il Medio Oriente e tornare feriti o non tornare affatto. La maggioranza in Senato è minima, e basta un solo voto per cambiare tutto. Gli americani in generale sono contenti di non investire più soldi e vite umane per la difesa di un Paese lontano come l’Afghanistan considerato inoltre come fortemente corrotto.


I giornali pachistani dopo l'arrivo dei talebani a Kabul (Keystone)

Questa strategia di chiusura in se stessi da parte degli Usa, può creare problemi?

Gli Stati Uniti sono in una crisi trasformazionale profonda. Sono alla ricerca di un nuovo patto sociale interno basato soprattutto sulla preservazione delle identità di genere, di razza e di religione e meno sull’integrazione. Sono loro stessi a rischio. Hanno bisogno di ridefinire tutto questo e ridefinirsi. L’elezioni di Biden, anziano, anagraficamente e come pensiero, può ritardare ulteriormente questo percorso.

L'alleato storico degli Usa, Israele, ha invece accantonato Netanyahu. È una vera svolta?

I rapporti di forza sono cambiati. La caduta di Netanyahu ha visto in Israele la partecipazione di partiti arabi islamisti nella coalizione di governo, una cosa strana, perché quelli sono i fratelli di Hamas, appoggiati anche dall’Iran. Ma così facendo Israele è riuscito a creare un sistema di alleanze, e ora non è più isolato com’era nella regione. Soprattutto con gli Emirati Arabi Uniti. Sarà probabilmente un rapporto tempestoso quello all'interno del governo, come sempre in Israele, ma per ora sta andando bene. Anche il nuovo primo ministro Bennett è passato dall’essere un estremista all’essere un politico realista.


Il premier israeliano Naftali Bennett (Keystone)

Resta il nodo Libano, in una profonda crisi innanzitutto sociale.

La situazione è legata alla presenza dell’Iran e alla supremazia di Hezbollah, che controlla la vita politica del Libano. Se continuerà così, Paesi ricchi come l’Arabia Saudita non investiranno più un soldo in Libano. Al contrario vediamo quel che succede in Egitto, un Paese che era in piena crisi, ma con una popolazione enorme. Nel 2020, invece, era l’unico Paese dell'area in crescita perché gli Emirati e l’Arabia Saudita hanno investito miliardi di dollari per far diventare l’Egitto una nuova Cina, vista la popolazione e la forza lavoro enorme, farlo diventare un grande polo manifatturiero. Questo dovrebbe servire da lezione per il Libano, è una politica deliberata per far capire ai libanesi che se non si liberano di Hezbollah non ci sarà mai un futuro per quel Paese.

Ora che è passato del tempo, abbiamo capito cosa è andato storto nelle Primavere arabe?

In un certo modo è un po’ la stessa cosa che abbiamo visto in Afghanistan, dove le élite al potere erano troppo radicate nelle città e nella gioventù benestante, ma non abbastanza presente nei settori più poveri della società che sono la maggioranza in quei Paesi. La caduta dell’ordine precedente ha così lasciato opportunità enormi ai movimenti islamisti, che sono molto radicati della società, e alla fine questi si sono presi il potere.

In Tunisia, Paese simbolo delle Primavere arabe, il presidente Saied ha ripreso il controllo della situazione politica proprio perché sapeva di avere l’appoggio di una parte significativa della popolazione. Il Parlamento tunisino era composto da persone che guardavano al loro interesse personale più che a quello pubblico, con alti livelli di corruzione, incapacità d affrontare la situazione Covid. E così Saied ha avuto questa reazione autoritaria, eppure largamente accettata.

L’Europa quanto deve preoccuparsi?

Tutto questo ha a che fare con la capacità, o meglio l'incapacità, di restate unita da parte dell’Europa. L’Italia accoglie i migranti a Lampedusa, poi ciascuno vuole buttare i migranti nel Paese vicino senza creare una capacità europea comune ad affrontare i problemi. Per questo l’Europa, oggi a maggior ragione, rischia di essere un recipiente passivo di flussi migratori illegali.

L’altro grande punto interrogativo, insieme all’Afghanistan, è la Libia

Ora c’è un governo di unità nazionale, ma i rapporti tra le parti che lo compongono recentemente sono pessimi. Il problema è la ripartizione della rendita petrolifera, perché il petrolio si trova in larga maggioranza a est, la maggioranza della popolazione e del potere a ovest. Un tipo di federalismo forse sarebbe la soluzione più adeguata per la ripartizione di una rendita e una crescita dell’economia. Così possono sperare di uscirne senza tornare a farsi la guerra.


Una ragazza manifesta con la bandiera afghana (Keystone)

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