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28.08.2021 - 11:020

Pompiere o zio svanito? Biden tra Washington e Kabul

Intervista al vicedirettore del ‘Post’ Francesco Costa su passato e presente del presidente Usa. Se ne parlerà anche a Lugano il 31 agosto.

Il vecchio zio un po’ svanito che ancora indossa gli Aviator e la giacca di pelle, l’amico del cuore di Barack Obama, il politico di mestiere che conosce meglio di tutti la vita a Capitol Hill, il pompiere chiamato a spegnere il rogo appiccato dal piromane Donald Trump. E ora anche il comandante in capo che si volta dall’altra parte mentre l’Afghanistan torna in mano ai tagliagole talebani. Il presidente americano Joe Biden racchiude così tante sfaccettature che torna davvero utile leggere ‘Una storia americana’, il libro che il vicedirettore del ‘Post’ Francesco Costa ha dedicato a lui e alla sua vice Kamala Harris. Ne parliamo con l’autore mentre una dolorosa appendice si sta scrivendo fuori dai confini Usa.

Cominciamo dalla fine, intesa come Kabul. Era da almeno una dozzina d’anni che
gli americani volevano andarsene, ma il collasso dell’esercito e del governo sorretti a fatica da Washington si è consumato in pochi giorni. Joe Biden è stato a guardare.

Sugli eventi afghani è opportuno distinguere due aspetti. Il primo è la scelta di ritirarsi, che di fatto si era già consumata con Trump, ma era stata meditata anche da Obama e da anni viene sollecitata da gran parte dell’opinione pubblica e degli alleati: su questo punto Biden aveva un ridotto margine di manovra. Un discorso diverso vale per le modalità di questo ritiro: dopo vent’anni nei quali gli Stati Uniti hanno di fatto governato il Paese, è scandaloso che siano riusciti a farsi sorprendere in questo modo, che le strutture militari e istituzionali siano crollate così velocemente. Questo costituisce un colossale fallimento dell’intelligence, dell’esercito e dell’amministrazione la cui responsabilità spetta di fatto anche a Biden.

Come è stato possibile?

Quando hai speso così tanti soldi per qualcosa, è difficile trovare risposte oneste da chi si trova sotto di te nella catena di comando. Così l’intelligence e l’esercito hanno sempre teso a edulcorare la situazione, contribuendo all’illusione collettiva di poter ‘resistere’ qualche mese, almeno il tempo per una ritirata dignitosa.

A cosa porterà il ridimensionamento della presenza militare americana nel mondo, già in corso da anni? Qualcuno parla già di ‘isolazionismo’.

Il ruolo politico, economico e finanziario degli Stati Uniti nel mondo resta forte, per cui è esagerato parlare di isolazionismo. A me pare che semmai, dopo i disastri in Iraq e Afghanistan, si sia tornati dalle grandi velleità di ‘nation building’ a un approccio più realista, che non rinuncia all’impegno internazionale ma lo declina come multilateralismo diplomatico, rinunciando all’arma militare.

D’altronde le guerre americane degli ultimi settant’anni sono andate spesso poco bene. Però la minaccia militare può essere efficace per rafforzare il potere della diplomazia: “Parla gentilmente e porta con te un grosso bastone”, consigliava Theodore Roosevelt. Ora cosa cambia?

Un primo segnale preoccupante viene dalla Cina, che ha approfittato della ritirata in Afghanistan per avvertire Taiwan tramite la sua stampa governativa. Il messaggio era: vedete cosa succede agli alleati degli americani? Quando il gioco si fa duro, si viene abbandonati. L’esibizione militare di Cina e Russia è invece parte integrante della loro postura internazionale. Il rischio è quello di alleanze che si fanno più vacillanti per gli Stati Uniti, almeno su quelle linee di faglia che oggi sentono la pressione di altre potenze, dalla ‘periferia’ cinese all’Europa orientale.

In ogni caso, oggi la priorità di Washington è piuttosto il rilancio dell’economia dopo il disastro pandemico. Un primo piano di investimento sulle infrastrutture ha ottenuto un inedito sostegno bipartisan. Dove sta andando Biden?

Biden ricorda cosa successe con la crisi finanziaria del 2008, quando lui e Obama si adoperarono per un piano di rilancio che l’ostruzionismo parlamentare rese però troppo debole, col risultato di una ripresa molto lenta. Oggi c’è la fortuna di avere anche i repubblicani sulla barca di chi chiede grandi investimenti: hanno capito che non si può affrontare una situazione così difficile preoccupandosi troppo della spesa in debito. Questo permette di lavorare insieme e varare progetti senza precedenti: nel 2009 si spesero meno di 800 miliardi mentre stavolta sono quasi duemila i miliardi stanziati finora, e potrebbero arrivarne a breve altri quattro o cinquemila. D’altronde i Repubblicani avevano smesso di essere il partito dell’austerità già all’epoca degli sgravi fiscali di Trump, mentre i Democratici non devono più temere l’accusa di essere il partito del ‘tassa e spendi’, spauracchio che li aveva spinti a introiettare una sorta di reaganismo per autodifesa, come vedemmo coi surplus di bilancio di Bill Clinton e durante l’era Obama.

‘Build back better’, ricostruire meglio è lo slogan della Casa Bianca. In che senso?

C’è una crescente coscienza tra gli americani, specie i più giovani, riguardante gli aspetti della sostenibilità anzitutto ambientale. Questo spinge l’amministrazione a puntare ad esempio sui treni ad alta velocità: una soluzione che finora la cultura americana ‘autocentrica’ non aveva mai davvero preso in considerazione. Resta da vedere quanta determinazione verrà dimostrata, soprattutto nel momento in cui certi cambiamenti rischieranno di avere un impatto negativo su determinate industrie, Stati e fasce della popolazione.

Nel suo libro scrive che “il potere non cambia le persone: le rivela per quello che sono”. Cosa rivela di Biden, l’ex bambino balbuziente diventato presidente?

Da una parte una grande umanità, un’empatia che gli permette di entrare in relazione con gli altri pur non avendo un particolare carisma. È una cosa costruita nel tempo che gli ha permesso di acquisire grandi successi fin dall’elezione in Senato a soli 30 anni, e si è rafforzata anche attraverso vicende umane dolorose come la perdita prematura della moglie in un incidente stradale e quella del figlio Beau, morto nel 2015 per un tumore al cervello.

Veniamo ai difetti.

Un’altra cosa che spicca è una certa tentazione a strafare, a voler dimostrare sempre di più a costo di esagerare. Il tutto unito a una certa irruenza. All’opinione pubblica passa un’immagine di Biden che fa un po’ tenerezza, magari tendiamo a pensare che anche certi suoi tratti un po’ sopra le righe, ad esempio nel modo di vestirsi e nella sua passione per le muscle car d’epoca, siano temperati da una certa autoironia. Invece lui si crede davvero un gran figo, e non sempre questo aiuta.

Da vicepresidente di Obama, Biden si è rivelato importante: sia perché non era uno yesman, sia perché la sua padronanza al Congresso lo rendeva un po’ un Lyndon Johnson accanto al più carismatico, ma inesperto e ‘kennediano’ Obama. Vale lo stesso per Kamala Harris?

Al contrario. Harris oggi sta affrontando diversi problemi: non ha un’esperienza che le permetta di ‘manovrare’ il Congresso, non conosce bene i suoi meccanismi e nemmeno si è mai confrontata con altri interlocutori importanti come i sindacati e i gruppi religiosi; nonostante il suo coraggio e i suoi risultati politici, prima di oggi è sempre stata eletta – in particolare come procuratrice generale della California – solo da Democratici; e quando parla e si muove, che le piaccia o no, è sempre vista come la futura candidata alla presidenza, un’ambizione legittima che però può portarla in rotta di collisione con Biden. Questi limiti le impediscono per ora di far sentire la sua voce, tanto che finora si ricorda solo lo sfortunato invito ai migranti dal Guatemala: “Non venite”.

Però Harris ha quello che manca a Biden per rappresentare un’altra fetta del Paese.

Al di là dell’abilità politica mostrata in precedenza, il suo potenziale sta proprio nell’essere donna, relativamente giovane, figlia di immigrati. Va però ricordato che il voto afroamericano è stato mobilitato proprio da Biden: l’ala più giovane e ‘radicale’ del partito invece è sostenuta soprattutto da giovani bianchi.

Restano le tensioni razziali.

Anche in questo caso è promettente soprattutto la complementarità di Harris e Biden. Se dalla prima arriva l’esperienza anche diretta delle discriminazioni razziali, da Biden arriva una sensibilità che gli permette di spingere un’agenda progressista senza che l’elettore bianco si senta minacciato: un fattore molto importante, ora che i bianchi in America si avviano a diventare una minoranza demografica e culturale. L’impegno dei due si riflette in una squadra di governo che non ha precedenti nella rappresentazione delle varie minoranze, ma anche nel rinnovato slancio col quale il Dipartimento di giustizia si sta occupando dei crimini legati all’odio. Si vede anche uno sforzo sul tema fondamentale della riforma della polizia.

Quali riforme saranno bloccate?

Proprio la riforma della polizia sarà molto difficile da realizzare a livello di singoli Stati, e ricordiamoci che le polizie locali in America sono migliaia. Lo stesso discorso vale per i limiti che si vorrebbero introdurre alla circolazione delle armi. Ancora più pericoloso potrebbe dimostrarsi l’ostruzionismo dei governatori repubblicani nella gestione della pandemia.

Gli Usa erano partiti molto velocemente nella campagna di vaccinazione.

Se vediamo in quali Stati e presso quali gruppi le vaccinazioni sono più indietro, vediamo che c’è una correlazione molto forte tra l’essere repubblicani e rifiutare il vaccino. Questa identificazione incoraggia ulteriormente i governatori conservatori a sfruttare le libertà federali per boicottare la campagna di vaccinazione e le misure di protezione, col risultato che una nuova ondata di contagi potrebbe essere nuovamente devastante per la salute pubblica e l’economia. Il tutto ovviamente finirebbe sul conto di Biden.

Stavamo quasi per dimenticarci di Trump. Si direbbe scomparso.

La sua eredità rimane: all’interno del partito resta un fronte trumpista che non mancherà di far sentire la sua voce e di influenzarne le scelte. Trump in quanto tale, però, è effettivamente passato in secondo piano come personaggio: senza il potere e senza i social network non detta più l’agenda, manda comunicati che ripetono solo la tesi delle elezioni rubate. È un disco rotto. Ma ormai anche i repubblicani – a parte magari i più ‘fulminati’ – sono andati avanti.

L’incontro

Il 31 agosto a Lugano

Francesco Costa presenterà ‘Una storia americana. Joe Biden, Kamala Harris e una nazione da ricostruire’ (Mondadori 2021) martedì 31 agosto alle 18 al Boschetto del Parco Ciani di Lugano, nell’ambito del Longlake Festival. Modera Lorenzo Erroi, se piove ci spostiamo al Palazzo dei Congressi lì vicino.

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