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18.09.2020 - 18:340
Aggiornamento : 22:35

Il voto ai tempi del coronavirus

Doppia chiamata, per il taglio del numero di parlamentari e per le giunte di sette regioni

Roma - Il virus non vota, ma un voto in tempo di virus si farà ricordare. Nella due giorni elettorale che li attende, domenica e lunedì, gli italiani dovranno esprimersi sul referendum confermativo della riforma costituzionale per il taglio del numero di deputati e senatori (oltre 51 milioni di schede), e in sette regioni per il rinnovo delle giunte e dei parlamenti locali (oltre a un migliaio di amministrazioni comunali), per un totale di quasi venti milioni di schede.

Non è esattamente ordinaria amministrazione, non solo per il numero di elettori convocati, ma soprattutto perché il quesito referendario e le regionali hanno fatto venire alla luce le contraddizioni intestine di maggioranza e minoranza. Soprattutto della prima. Il referendum riguarda infatti un totem politico dei Cinque Stelle, attorno al quale si è trovato a ballare un Pd reticente e confuso; mentre alle regionali le due stesse forze principali di governo si sono presentate divise (eccetto nelle Marche e in Liguria, dove sono stati i renziani a tirarsi fuori), con grande soddisfazione delle destre che contano, con ottime ragioni, di uscirne avvantaggiate.

Con una variabile che è, appunto, il coronavirus. Alla pandemia si deve infatti lo spostamento del voto, inizialmente previsto in primavera, ma anche un quadro politico mutato. Ne sa qualcosa Giuseppe Conte, il presidente del Consiglio che nei mesi scorsi, grazie a un sussulto di solidarietà e orgoglio nazionale ha visto crescere un indice di gradimento ancora stagnante in gennaio, ma che ora subisce il calo che si accompagna al forzato bagno di realtà, fatto di attacchi politici e campagne social-mediatiche inclementi. Ma soprattutto ne sanno qualcosa i Cinque Stelle, finalmente consapevoli di non poter continuare a splendere della luce riflessa dal presidente del Consiglio, il cui nome non è spendibile nella propaganda locale, e che qualcuno sospetta di volersi mettere in proprio alle prossime elezioni legislative. Dunque ai grillini "basterà" vincere il referendum: quanto alle regionali, dove li attende il risutato modesto he si meritano, si sono sgolati a dire che, qualsiasi ne sarà l'esito, il governo non cadrà (lo disse, nella notte dei tempi, anche l'allora presidente del Consiglio Massimo D'Alema, che infatti si dimise)

La trincea toscana

Si vedrà. Per ora si sa soltanto che lo scenario (per loro e il Pd) non promette bene. I poteri regionali si rinnoveranno in Val d’Aosta, Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana e Veneto. Dato per scontato il successo del leghista Luigi Zaia in Veneto (il suo avversario del Pd Arturo Lorenzoni, oltretutto, è stato costretto a casa dal Covid-19) i confronti più interessanti e dalle conseguenze politiche potenzialmente esplosive avvengono in Liguria, dove il berluscone Giovanni Toti è insidiato da Ferruccio Sansa, candidato dalla sinistra e lasciato solo a battersi; nelle Marche, dove Francesco Acquaroli, habitué delle rimpatriate mussoliniane, se la vede con Maurizio Mangialardi (Pd); in Puglia, dove l’uscente Pd Michele Emiliano è sfidato dall’ex ministro berluscone Raffaele Fitto; e soprattutto in Toscana, sulla quale si è concentrato il fuoco leghista a sostegno di Susanna Ceccardi contro Eugenio Giani, cullando il sogno di strappare alla sinistra un suo storico bastione. Quanto alla Campania, a sfidare De Luca(shenko) è il berluscone Stefano Caldoro, con la Cinque Stelle Valeria Ciarambino e il renziano Scalfarotto nel ruolo di guastatori. Saranno questi ultimi a decidere chi perderà.

Singolarmente, la destra, che sogna un cappotto o un cinque a due, ha mantenuto un atteggiamento prudente. Da quelle parti non è l’esito del referendum l’argomento che tiene banco. Un po’ perché dato per scontato (vittoria del sì), un po’ perché anche lì le posizioni sono cambiate in corso d’opera; ma soprattutto perché il boccone politicamente più ghiotto sono le regioni.

Se tuttavia il refrain comune è che dopo la sconfitta, data per certa, delle forze che sostengono il governo Conte, il presidente Mattarella “dovrà esaminare la nuova situazione”, nessuno dei suoi leader si è spinto a chiedere in anticipo le dimissioni del governo. Non è un caso che l’offensiva leghista nelle ultime settimane non abbia avuto per bersaglio Conte, ma la sua ministra dell’istruzione Azzolina, così da alimentare la propaganda senza rischiare di trovarsi in mano la bomba di una crisi di governo. Matteo Salvini stesso è stato chiaro affermando che i toscani votano per la Toscana, i veneti per il Veneto, eccetera; mentre l’ex ministra berlsucone Maria Stella Gelmini ha soltanto osservato che “il voto sarà un giudizio anche su Conte e la maggioranza”, senza spingersi oltre. I contagi tornano a crescere, se la gratti Conte ancora per un po’.

Urne in ospedale

Considerate le misure di contenimento del virus, i tempi del voto sono stati allungati fino alle 15 di lunedì, e i seggi collocati anche in sedi non convenzionali. Per garantire il voto anche a coloro che sono sottoposti a terapia anti-Covid o in quarantena, nelle strutture sanitarie con almeno 100 e fino a 199 posti-letto, che ospitano reparti Covid, verranno costituite sezioni elettorali ospedaliere, abilitate anche alla raccolta del voto domiciliare degli elettori impossibilitati a recarsi ai seggi.

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