L'economista sottolinea la necessità di un salario minimo e di una legge sulla rappresentanza sindacale
"Abbiamo grandi differenze di produttività fra imprese e Regioni. Imporre a tutti lo stesso salario con l'attuale sistema centralizzato di contrattazione penalizza i lavoratori delle imprese più produttive e rischia di togliere lavoro a chi vive in aree a bassa produttività. Il potere contrattuale dei lavoratori risiede nel poter dire al datore di lavoro che li paga troppo poco: 'arrivederci, vado a lavorare per qualcun altro'. La contrattazione centralizzata permette invece alle imprese di coordinarsi nel pagare poco il lavoro".
"Da anni occorre una legge sulla rappresentanza. Se i salari non si sono adeguati - sostiene - è per il ritardo nei rinnovi contrattuali e il crescente numero di contratti nazionali di associazioni non rappresentative, che praticano sconti salariali fino al 40%". "Da decenni incentiviamo fiscalmente la formazione senza preoccuparci di vedere se poi viene fornita - dice poi - Il fatto più grave è che i nostri giovani più istruiti vanno all'estero. Da noi sono pagati troppo poco".
I referendum, "fatto salvo quello sulla cittadinanza, sono quesiti contro la storia. Irrigidire le regole non può che peggiorare la situazione salariale". "In politica economica a questo governo darei un 'senza voto': non stanno facendo nulla. Temo invece l'attivismo sul fronte bancario, anche perché mi sembra ispirato esclusivamente a logiche di potere".