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13.03.2022 - 16:32
Aggiornamento: 16:56

La crisi del Merkantilismo tedesco

La Germania è in una situazione di stagflazione. Per Scholz le scelte più difficili devono ancora arrivare

di Danilo Taino, L’Economia
la-crisi-del-merkantilismo-tedesco
Keystone
Olaf Scholz si era presentato come «la continuazione di Merkel con altre giacche»

Non deve avere avuto il cuore leggero, Olaf Scholz, quando due settimane fa ha dovuto, sotto la pressione degli eventi in Ucraina, stravolgere decenni di politica estera tedesca. Le scelte più difficili da fare, però, devono ancora venire, per il cancelliere tedesco, e coinvolgono appieno l’economia. Non è solo che l’aggressione di Putin cambia un po’ tutto nel mondo del business. C’è anche il fatto che, se costruisci l’economia più dipendente dalle esportazioni che ci sia, quando i mercati si chiudono e quando le forniture faticano ad arrivare il motore va in panne.

E questo è quello che è successo in Germania: il modello economico tedesco – spesso mercantilista, nel senso di lanciato a conquistare mercati non importa quali e a scapito di chi – è in seria crisi. La locomotiva, quella che aveva promesso di trascinare l’Europa fuori dalla recessione da pandemia, è ferma e per quest’anno difficilmente si muoverà in avanti. Nella prima fase della pandemia, nel 2020, sembrava che la Germania soffrisse meno degli altri Paesi europei, in termini di crescita. Poi, nel 2021 è iniziato il rallentamento: i consumi sono cresciuti meno che altrove, a causa dei lockdown e del tasso di vaccinazione non tra i più alti; le catene di fornitura per fare funzionare il settore manifatturiero (la grande forza del Paese) hanno iniziato a non essere più affidabili, con troppi colli di bottiglia in giro per il mondo; i prezzi delle materie prime sono cresciuti e la carenza di componenti, in testa i semiconduttori, è diventata endemica.

I conti

Il risultato è che nell’ultimo trimestre dell’anno scorso la crescita tedesca è stata negativa. Su base annua, nel 2021 il Pil è cresciuto di solo il 2,9%, molto meno dell’oltre 5% medio dell’eurozona. E la Bundesbank lo scorso dicembre ha ridimensionato le attese di crescita per il 2022 dal 5,2 al 4,2%. Questo ben prima dell’aggressione russa all’Ucraina. Se in precedenza c’erano problemi di fiducia dei consumatori, se c’erano catene di fornitura interrotte, se i prezzi delle materie prime erano alti, ora siamo all’allarme vero e proprio.

L’obiettivo del 4,2% di crescita immaginato dalla banca centrale tedesca sembra del tutto irraggiungibile: i primi calcoli degli economisti – più che provvisori in una situazione di massima incertezza – indicano che la guerra, le sanzioni imposte alla Russia, l’aumento dei prezzi e le difficoltà dei rifornimenti potrebbero togliere due o tre punti percentuali di crescita in Europa, alla Germania di più perché è l’economia più aperta e globalizzata e perché è tra le più esposte alle brutalità del Cremlino.

La stagflazione

Di fatto, in Germania come in molti Paesi europei siamo in una situazione di stagflazione: stagnazione economica e prezzi in crescita. La portata di quello che sta succedendo nell’economia della Germania è illustrata al meglio da ciò che succede nell’industria più importante del Paese, quella dell’auto. Nel 2021, i giganti tedeschi del settore hanno prodotto 3,1 milioni di auto: è un calo del 12% rispetto all’anno prima e di più del 50% se paragonato ai livelli precedenti la pandemia. Quello che vale per l’auto, vale per buona parte della manifattura tedesca: aperta, capace di cavalcare la globalizzazione quando la globalizzazione funzionava bene, estremamente integrata con le economie di altri Paesi, con fortissimi interscambi commerciali. A questa situazione si aggiunge il fatto che la forza lavoro tedesca invecchia e c’è penuria di tecnici: l’agenzia per l’occupazione tedesca stima che sia necessario fare entrare 400mila lavoratori specializzati all’anno per chiudere i gap di manodopera.

Si potrebbe pensare che le difficoltà siano temporanee: terminata del tutto la pandemia e finita l’invasione dell’Ucraina, si torna al prima. Ovviamente, non sarà così. Già la crisi da Covid-19 aveva cambiato modi di produrre, esigenze dei consumatori, rapporti tra Paesi, organizzazioni logistiche. Ora, l’impatto della guerra: Herbert Diess, l’amministratore delegato del gruppo Volkswagen, prevede che un conflitto prolungato in Ucraina sarà "molto peggiore" della pandemia per le economie tedesca ed europea. Scholz ha di fatto dichiarato finita l’era della Ostpolitik, la politica estera tedesca iniziata negli Anni Sessanta di apertura verso l’Est, in particolare verso l’Unione Sovietica prima e la Russia poi. Ha congelato l’autorizzazione all’uso del NordStream2, ha promesso cento miliardi per rafforzare la Difesa e l’esercito (notoriamente in uno stato pietoso) e ha mandato armi all’Ucraina, fino a ieri un tabù. Potrebbe rinviare la chiusura delle tre centrali nucleari ancora in funzione, prevista quest’anno. Cosa significa dal punto di vista dell’economia?

Significa che deve cambiare tutto: una revisione radicale delle politiche portate avanti negli scorsi 16 anni dai governi di Angela Merkel, in gran parte in coalizione tra cristiano-democratici (della ex cancelliera) e socialdemocratici (dell’attuale cancelliere). La Russia è persa, vedremo per quanto tempo ma la sua è un’economia sulla quale l’Europa non può contare se non per l’importazione di petrolio e gas e anche per quella probabilmente per non molto. Se il NordStream2 è fermo, l’Uno è in piena funzione: prima o poi potrebbe dovere essere fermato anche quello. Errori del passato condivisi da socialdemocratici e Merkel.

Pure la chiusura di tutte le centrali nucleari del Paese, decisa da Merkel con una svolta dopo Fukushima, oggi non pare affatto lungimirante. Soprattutto, però, la Germania sarà probabilmente costretta a uscire dalla mentalità del commercio e del business separato dalla geopolitica. È un mindset che ha permesso di mettere sanzioni tutto sommato lievi al Cremlino dopo l’annessione forzata della Crimea alla Russia e intanto costruire pipeline e fare affari.

Una mentalità che ha portato la ex cancelliera 12 volte in Cina in 16 anni, sempre accompagnata da banchieri e imprenditori tedeschi. E che l’ha spinta a volere fare firmare alla Ue un accordo sugli investimenti con la Cina, nelle ultime ore del 2020, accordo oggi bloccato per motivi geopolitici che alla maggioranza dei governi parevano già ovvi allora.

Ed è l’approccio mentale grazie al quale pur di esportare e piantare bandierine nei mercati esteri non solo non si guarda in faccia nessuno ma anche si punta a una bilancia commerciale (import-export) sempre più in attivo, anche a scapito di altri Paesi: qualcosa che, nel caso della Germania degli anni scorsi, alcuni commentatori sono arrivati a chiamare Merkantilismo.

Olaf Scholz si era presentato come «la continuazione di Merkel con altre giacche». Dovrà cambiare parecchio altro, rispetto all’ex cancelliera.

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