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La ministra dell’ambiente Simonetta Sommaruga era venerdì a Lugano
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09.04.2022 - 05:30
Aggiornamento: 10:13

‘Mi disturba tutto ciò che finanzia questa terribile guerra’

La consigliera federale Simonetta Sommaruga sulla dipendenza dal gas e dal petrolio russi, lo sviluppo delle rinnovabili e le sanzioni contro Mosca

Lugano – Il buio freddo, agghiacciante, della guerra in Ucraina; il sole di una Lugano quasi estiva. In mezzo, i grigi moduli fotovoltaici del centro polifunzionale Polis di Pregassona. «Sono questi i pannelli solari? Non si vedono!». Simonetta Sommaruga è colpita. La consigliera federale – venerdì a Lugano per aprire il Forum innovazione Svizzera italiana organizzato dalla Supsi – ha visitato in mattinata l’edificio pubblico che nel cantone ha la più grande facciata con sistema fotovoltaico integrato (oltre 1’600 m2 di superficie, 170 kilowatt di potenza installata). Un progetto pilota per il Ticino, commissionato dalla Città di Lugano allo studio di architettura Mario Campi e Associati, poi ripreso dallo studio di architettura Galgano e seguito dal team Involucro innovativo della Supsi. Per ‘laRegione’, un’occasione per parlare con la ministra dell’Ambiente di energie rinnovabili, gas e petrolio russi, guerra in Ucraina e sanzioni nei confronti di Mosca.

Signora Sommaruga, il fotovoltaico conosce un gran successo in Svizzera da un paio d’anni a questa parte. Ma di questo passo il suo sviluppo rimarrà comunque troppo lento. Cosa manca?

Questo forte aumento nella richiesta di pannelli solari [200mila quelli montati sui tetti nel solo mese di febbraio; il fotovoltaico oggi copre poco più del 6% del fabbisogno di elettricità nel Paese, ndr] dimostra che la popolazione vuole fare dei passi avanti. Bisogna che le cose avanzino più velocemente. È chiaro: troppo a lungo ci siamo affidati alle importazioni di carburanti e combustibili fossili. Purtroppo, la guerra in Ucraina rende ancor più evidente quanto sia importante per la Svizzera diventare più indipendente da questo punto di vista e quanto sia centrale la questione della sicurezza dell’approvvigionamento elettrico. Le tecnologie sono a disposizione. E Consiglio federale e Parlamento hanno messo a disposizione risorse finanziarie adeguate per rispondere a queste sfide, affinché si avanzi più velocemente su questa strada.

Swissolar, l’associazione dell’industria fotovoltaica, vuole rimuovere gli ostacoli esistenti. Chiede ad esempio che le procedure accelerate previste per la realizzazione di grandi impianti idroelettrici ed eolici, si applichino anche a grandi progetti fotovoltaici al di fuori delle zone edificabili, soprattutto nella regione alpina. Qualcosa di plausibile?

Anzitutto dovremmo esaurire le possibilità di sviluppo del fotovoltaico ovunque sia possibile senza troppi intoppi, ossia sugli edifici esistenti. Su impulso del mio dipartimento, il Consiglio federale [una consultazione è stata avviata a inizio febbraio, ndr] ha deciso di facilitare la posa di pannelli solari sui tetti e sulle facciate: una procedura di autorizzazione non dovrebbe più essere necessaria, basterebbe – salvo casi particolari – una procedura di notifica. Abbiamo già rimosso molti ostacoli amministrativi in quest’ambito. E stiamo valutando quali altri ostacoli possono essere eliminati. Dobbiamo davvero assicurarci che si proceda in modo più spedito nello sviluppo del fotovoltaico

Cantoni, industria e alcune organizzazioni ambientaliste si sono messi d’accordo su una lista di 15 progetti destinati ad ampliare le capacità produttive dell’idroelettrico. Lei ha lanciato un appello: siate disposti a scendere a compromessi. Sappiamo però che i tre progetti più importanti – Gorner (Vs), Grimsel (Be), Trift (Be) – sono o saranno combattuti da altre associazioni ambientaliste. È delusa?

No. In uno Stato di diritto si possono fare reclami e ricorsi. Ma ho proposto una legge per semplificare e accelerare le procedure. Oggi chi si oppone a tali progetti può rivolgersi fino a quattro volte al Tribunale federale. In futuro sarà sempre possibile opporsi, ma soltanto una volta. L’intenzione del Consiglio federale è in effetti di combinare tutte le procedure in una sola. Oggi a volte passano vent’anni prima che si possa innalzare una diga o costruirne una nuova. Non ce lo possiamo più permettere. Alla tavola rotonda convocata dal mio dipartimento tutti, proprio tutti hanno fatto un passo. Nella politica energetica possiamo progredire solo se ciascuno va incontro all’altro, come vuole la nostra tradizione politica. Mi aspetto da tutti che si comportino in questo modo, affinché possiamo avanzare al ritmo necessario.

La guerra in Ucraina – ha detto – mostra la necessità di ridurre la nostra dipendenza energetica dalle energie fossili acquistate all’estero, Russia compresa. Come potremo un giorno fare a meno del gas di Putin, ad esempio?

Per l’acquisto del gas è responsabile l’industria stessa. Il Consiglio federale ha fatto in modo che le società interessate possano unirsi per poter procedere ad acquisti in comune o alla riservazione di capacità di stoccaggio all’estero. Il nostro obiettivo di fondo però è quello di fare a meno del gas. Anche per questo le autorità federali hanno messo a disposizione quasi 12 miliardi di franchi fino al 2030 per incoraggiare il passaggio alle energie rinnovabili in Svizzera. A questi vanno aggiunti altri 4 miliardi di franchi per sostituire i vecchi riscaldamenti a gas e a nafta e per il risanamento energetico degli edifici. I soldi ci sono. La popolazione deve sapere che sarà sostenuta durante questa transizione. È in questo modo che ridurremo la nostra dipendenza dal gas e dal petrolio russi, ma anche da quelli provenienti da altri paesi.

Riscaldare la casa, fare il pieno e anche la spesa è diventato più caro. E non sappiamo quanto durerà questa situazione. Cosa intende fare il Consiglio federale?

Dobbiamo monitorare da vicino l’evolversi della situazione, assieme al dipartimento delle Finanze del collega Ueli Maurer. Il prezzo dell’energia aumenta, e il rincaro colpisce soprattutto le persone e le famiglie con bassi redditi, ma anche numerose piccole e medie imprese. Al momento i prezzi sono molto volatili, comunque. Dobbiamo fare in modo che, quando ad esempio il prezzo del petrolio scende, i consumatori finali ne traggano beneficio.

Il Consiglio federale vuole creare delle riserve di elettricità nei mesi invernali. Oltre all’idroelettrico, pensa anche a centrali a gas. Non è un controsenso, alla luce della guerra in Ucraina e visto che si intende ridurre la dipendenza dalle energie fossili importate?

Per il prossimo inverno avremo una riserva di energia idroelettrica: tratteniamo l’acqua nei bacini, e la rilasciamo solo in caso di emergenza per produrre elettricità. La seconda assicurazione – a più lungo termine – sarà una riserva basata su centrali a gas. Ma anche questa è pensata solo per le emergenze. Perché, ripeto: per l’approvvigionamento normale, quotidiano, delle economie domestiche, dobbiamo e possiamo uscire dal gas.

Siamo a Lugano. Anche qui società che commerciano materie prime dalla Russia continuano, come se niente fosse, a fare ottimi affari. Non la disturba?

Mi disturba qualsiasi cosa che finanzia questa guerra. La Svizzera ha ripreso le sanzioni dell’Ue e continuerà fondamentalmente a farlo. Per me era importante che lo facesse subito. Allo stesso tempo, in Svizzera abbiamo anche società russe che non si trovano sulla lista delle sanzioni. Svolgono la loro attività con maggior circospezione, consapevoli della pressione dell’opinione pubblica, delle aspettative della popolazione. Popolazione che non solo vuole che il nostro paese non contribuisca a finanziare in un modo o in un altro questa terribile guerra della Russia contro l’Ucraina, ma si aspetta anche che la Svizzera dia il suo contributo per fermarla e si mostri solidale con gli ucraini in fuga.

IL CONTESTO

Gas, Svizzera ben messa

Zurigo – In caso di interruzione delle forniture di gas russo in Europa, anche la Svizzera dovrà ridurre i suoi consumi. Tuttavia, avrebbe un vantaggio sugli altri paesi grazie ai suoi collegamenti in tutte le direzioni.

Come è noto, ci sono scenari secondo cui la Russia potrebbe cessare le sue forniture di gas o l’Occidente decidere di interrompere l’importazione di gas dalla Russia come misura sanzionatoria. «Dobbiamo essere preparati a questo», ha detto all’agenzia finanziaria Awp Thomas Hegglin dell’Associazione svizzera dell’industria del gas (Vsg). Una mancanza delle forniture di gas russo non potrebbe essere completamente compensata in Europa, almeno non a breve termine e non senza ridurre il consumo. In questo scenario, tuttavia, la Svizzera avrebbe ancora un vantaggio importante, poiché potrebbe continuare a ricevere gas dal sud – dal Nord Africa attraverso l’Italia – e dall’Azerbaigian.

Prezzi a livelli record

Se si verificasse una carenza in Svizzera, la Confederazione adotterebbe "misure di gestione". Queste includono, per esempio, il passaggio all’olio da riscaldamento per i consumatori con sistemi a doppio combustibile (in cui il gas naturale può essere appunto sostituito da olio da riscaldamento), gli appelli al risparmio e il contingentamento per i grandi consumatori. Attualmente, tuttavia, la sicurezza dell’approvvigionamento di gas in Svizzera è ampiamente assicurata, dice Hegglin. Ci dovrebbe essere abbastanza gas per l’industria, anche se i prezzi sono a un livello straordinariamente alto.

La grande sfida, tuttavia, è quella di assicurare la fornitura di gas per il prossimo inverno. Proprio per questo già all’inizio di marzo il Consiglio federale ha deciso misure in proposito. Le compagnie del gas dovrebbero quindi essere in grado di procedere all’acquisto congiunto di gas, capacità di stoccaggio e gas naturale liquefatto.

Soluzioni per il prossimo inverno

Secondo Hegglin, l’industria del gas intende proporre una soluzione al Consiglio federale nelle prossime settimane – insieme ai dipartimenti e alle autorità responsabili.

Nel paese non si produce gas naturale. L’intera richiesta deve essere importata. Inoltre, la Svizzera non ha impianti commerciali di stoccaggio del gas. Compra il suo gas principalmente in punti di scambio in Germania, Francia e Italia, così come nei Paesi Bassi. Nel 2020, poco meno della metà del gas della Svizzera proveniva dalla Russia. La Norvegia ha fornito un quarto scarso, l’Ue un quinto. L’Algeria rappresentava ancora il 3% delle consegne.

L’Ue vuole ridurre le importazioni di gas russo di due terzi entro la fine dell’anno rispetto all’anno precedente. Più del 40% del gas importato proviene dalla Russia; la Germania in particolare dipende dalle importazioni russe. Il consumo di gas della Svizzera è piuttosto basso in confronto. La materia prima rappresenta circa il 15% della domanda di energia del paese.

A causa dell’invasione russa dell’Ucraina, gli stati dell’Ue hanno già concordato un divieto di importazione del carbone russo come parte delle nuove sanzioni. Ma ci sarà un periodo di transizione di quattro mesi. ATS/AWP/RED

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