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La casa, nuovo luogo di lavoro e di molto altro
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01.11.2021 - 16:220
Aggiornamento : 19.11.2021 - 15:59

Il Covid e la necessità che accelera il progresso

Pandemia, mobilità, fonti energetiche, 5G. A colloquio con il noto futurologo Ray Hammond, che pronosticò (sbagliando) la fine del denaro contante

Nella sua oramai quarantennale carriera Ray Hammond ha commesso un grave errore, quello di pronosticare l’estinzione del denaro contante. Era il 1982 e le carte di credito, che fino a qualche anno prima erano state un fenomeno sostanzialmente nordamericano, stavano per invadere anche il Vecchio Continente. Previsione sbagliata: oggi nel mondo circa un terzo dei pagamenti avviene ancora attraverso la cartamoneta. Due anni più tardi, tuttavia, Hammond ebbe una di quelle intuizioni che da sole possono cambiare il corso della storia. Fu infatti il primo a identificare nella funzione ‘cerca’ la vera killer application di internet. «E pensare che allora Larry Page e Sergey Brin (i fondatori di Google, ndr) avevano solo una decina di anni», scherza il futurologo premiato dall’Onu nel 2010 con la Medaglia D’oro per il suo servizio di divulgazione scientifica e autore di 17 volumi fra cui ‘The On-Line Handbook’ (1984, su internet), ‘The Modern Frankenstein’ (1986, sulla manipolazione del Dna) e ‘Digital Business’ (1986, sull’e-commerce), tutti bestseller giudicati nodali nel raccontare il cammino dell’umanità verso il buco nero della singolarità tecnologica, cioè il punto di sviluppo di una civiltà in cui il progresso accelera oltre la capacità umana di comprendere.

Signor Hammond, qual è stato il motivo del suo errore nel pronosticare la fine del ‘cash’?

Credo di aver sottovalutato il valore culturale che i contanti hanno per i consumatori. Intendiamoci, la moneta corrente non ha nulla di diverso dai pagamenti digitali, nel senso che non ha valore di per sé, è una convenzione, come in teoria lo è pure l’oro: siamo noi che affidiamo a un metallo o a un conio un valore che è e sarà comunque sempre nominale. Tuttavia le persone sono generalmente conservatrici e non si fidano poi troppo di una tecnologia, l’e-payment, che più che altro è una promessa di pagamento.

Lei è considerato uno dei più attenti lettori della realtà. Tuttavia stiamo faticosamente uscendo da una variabile talmente inaspettata come il Covid-19 che molte delle nostre sicurezze sono state spazzate via in questi ultimi due anni. Come sarà il mondo post-pandemico?

Non sarà molto diverso da come ce lo immaginavamo qualche anno fa. Diciamo piuttosto che l’emergenza sanitaria ha compresso in sei mesi l’evoluzione tecnologica di una decina di anni. E questo in tantissimi settori. È stato incredibile verificare come la necessità possa fare da acceleratore al progresso.

Ci faccia qualche esempio.

La casa, non solo come nuovo luogo di lavoro, è tornata a essere centrale nella vita di milioni di persone. Pensiamo ad esempio all’enorme passo avanti che ha fatto la telemedicina. Le abitazioni sono diventate luoghi di consulenza medica, abbiamo iniziato a utilizzare alcuni device connessi per monitorare le nostre condizioni e sul medio periodo alcune famiglie potrebbero scegliere di creare in casa uno spazio per la cura dei propri anziani, dato che una rete di sensori interconnessi potrebbe fornire rapporti in tempo reale alle autorità sanitarie. Il Covid sta inoltre agevolando la transizione verso una mobilità più sostenibile, una mobilità fatta di un mix intelligente di mezzi e di percorsi per evitare affollamenti e ingorghi. Da questo punto di vista anche la razionalizzazione dei viaggi di lavoro darà una mano all’ambiente. Non dico che le videoconferenze sostituiranno gli incontri: sono anni che disponiamo di questa tecnologia, ma non l’abbiamo mai veramente utilizzata e solo ora abbiamo scoperto che buona parte dei nostri spostamenti era sostanzialmente inutile e dannosa per il Pianeta. In un certo senso, siamo stati costretti a scoprirlo, ma l’avremmo comunque scoperto.

Il tema della mobilità è legato indissolubilmente alla sfida energetica che abbiamo di fronte. Rinnovabili, idrogeno, nucleare di nuova generazione. Qualche sarà il motore del futuro?

Non credo prevarrà una tecnologia sulle altre.

Avremo bisogno di una ‘big salad’, di una grande insalata energetica quindi?

Credo proprio di sì, i generatori di energie rinnovabili diverranno più performanti, il costo dell’estrazione dell’idrogeno da queste ultime sarà sempre più competitivo dal punto di vista dei costi industriali, anche se penso che il micro-nucleare rappresenti la soluzione più interessante da qui ai prossimi anni. Economico, sicuro, sostenibile.

Un altro aspetto che il Covid ha messo sotto i riflettori è quanto oggi l’uomo sia dipendente dalle reti di comunicazione. Nei primi mesi di lockdown le connessioni hanno rischiato di congestionarsi a tal punto da saltare. Il 5G è il vero ‘game changer’?

Se il 4G era una tecnologia che sostanzialmente fu inventata per far comunicare in mobilità le persone, la sua evoluzione, cioè il 5G, ha il merito di essere una soluzione che rende più semplice lo scambio dei dati fra le cose. Potenzia l’Iot, ma non è questo il game changer. Lo sarà il 6G, che data la sua potenza e la sua pervasività ci porterà nella frontiera dell’Internet di tutte le cose: ogni oggetto sarà connesso, vivremo in un mondo intrinsecamente abilitato all’intelligenza artificiale. Pensi a quanto sarà difficile spiegare a un ragazzo di 15 anni nel 2040 come era internet nel 2021.

Servirà un enorme capacità di calcolo però.

Ce l’avremo, il quantum computing risolverà molti problemi, quello della sicurezza dei nostri dati in primis.

Un’ultima cosa. Nel suo lavoro di futurologo, qual è l’aspetto più complesso da affrontare?

Cercare di descrivere cose che ancora non esistono. È un fatto linguistico, semplicemente non esistono ancora le parole. Pensi che nel 1984 cercai di spiegare come internet avrebbe trasformato il palinsesto della tv: avremmo potuto scegliere un programma pescando da una serie di data base sparsi qua e là. Si chiamava streaming ma noi non lo sapevamo.

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