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14.01.2022 - 05:30
Aggiornamento: 18:34

‘Omicron potrebbe anche non essere l’ultima puntata’

Il direttore della Clinica Luganese Moncucco, Christian Camponovo, a due anni dal paziente zero, fra considerazioni e auspici

Era il 25 febbraio 2020. In accettazione, alla Clinica Luganese Moncucco, si presenta il ‘paziente zero’, primo caso svizzero e dunque anche ticinese. Il virus cinese si fa familiare e il Sars-Cov-2, da lì a qualche settimana, paralizzerà l’intero pianeta. Insieme alla Carità di Locarno, la struttura di Besso è oggi fra i nosocomi in Svizzera con più ammalati di Covid-19 ospedalizzati. Dall’inizio pandemia, circa duemila, con il picco di 1’400 pazienti della seconda ondata. In media, in meno di due anni, tre ricoverati al giorno. A una manciata di settimane da quella data, abbiamo voluto ripercorrere con il direttore, Christian Camponovo, quei delicati momenti, raccogliendo considerazioni e auspici.

Direttor Camponovo, cosa ha provato quel fatidico giorno?

Era da un paio di settimane che ci stavamo preparando a questo possibile evento... ma poi si spera sempre che non sia il caso, anche perché il virus era ancora un’entità lontana e non ci immaginavamo che fossimo già così vicini e che potessimo poi essere toccati così duramente come cantone, come popolazione. Quello che più mi è restato impresso è il fatto che malgrado fossimo pronti dal lato organizzativo e anche sul piano sanitario, se mai si può essere pronti a quello che abbiamo poi vissuto in particolare durante la prima ondata, lo eravamo molto meno sul piano comunicativo, perché per una decina di giorni siamo stati confrontati con una notorietà a cui non eravamo affatto abituati e tanto meno pronti.

Dall’oggi al domani siete diventati il centro nevralgico per i malati da coronavirus di tutto il Sottoceneri. Quali le ripercussioni?

Diciamo subito che è stata un’esperienza nel suo insieme positiva. Certo, guardando indietro, è stato faticoso, il nostro nuovo ruolo ci ha imposto molti cambiamenti e ha richiesto a tutta la clinica, a tutti i collaboratori e le collaboratrici anche molti sacrifici: c’è stato chi ha dovuto cambiare il tipo di lavoro e c’è stato chi ha dovuto in qualche modo ‘fare il lutto’ lasciando una certa attività per fare altro, sentendosi magari meno utile e importante. Però nell’insieme è stata un’esperienza positiva per tutti, intesi come collettivo, come clinica. Ci ha dato la possibilità di realizzare cose che prima si volevano fare e che per qualche ragione non si era riusciti, e che ora erano diventate prioritarie, come l’apertura 24 ore su 24 del Pronto soccorso. In generale, soprattutto durante la prima ondata, quando c’era tanto entusiasmo sia all’interno sia dall’esterno, è stata un’esperienza molto positiva in termini di gruppo, di conoscenze, di rapporti. Nemmeno i più efficaci esercizi di team building permettono di realizzare tanto in così poco tempo.

Con i primi messaggi lanciati dalla Cina sul virus ad inizio 2020, se lo immaginava di esservi ancora dentro dopo ormai due anni?

Diciamo così: non so dirle quanto la mente umana ci protegga, portandoci a non sentire, a non vedere, quello che non vogliamo né sentire né vedere e quanto era effettivamente difficile realizzare cosa di lì a poco sarebbe successo... Inizialmente c’era un sano distacco: il virus era in Cina, resta in Cina. Non so, forse un po’ le due cose. Dal momento in cui ci siamo entrati però c’è subito stata una certa consapevolezza che l’uscita non sarebbe stata immediata e tanto meno facile. I fatti lo hanno poi confermato e lo stanno ancora facendo. Adesso ci troviamo a quella che è considerata la quinta ondata, sono quasi 24 mesi che siamo dentro noi, e più di due anni che il virus si è mostrato in tutto la sua pericolosità e non penso che ne siamo fuori. È vero che si parla di una fase endemica ma resterei molto cauto. Abbiamo vissuto con fin troppo stupore i vari andamenti: una volta ci si è stupiti perché il virus era tra noi senza che lo sapessimo, poi è ritornato con la seconda ondata quando speravamo non tornasse e ci ha accompagnato per 5 mesi, poi una terza ondata che in Ticino abbiamo vissuto poco ma con una ripresa dei contagi in estate, una stagione in cui si diceva che il virus non ci avrebbe disturbati e adesso di nuovo tanto stupore con questa una nuova variante che si diffonde in modo estremamente veloce e anche tra i vaccinati... Credo che sarebbe meglio essere prudenti, non dare false illusioni alla popolazione o al personale sanitario. Tutti ci auguriamo che finisca prima possibile ma le speranze non servono e io penso che Omicron potrebbe anche non essere l’ultima puntata di questa pandemia. Speriamo, ce lo auguriamo, ma non escluderei qualche sorpresa con qualche nuova variante...

Un lungo periodo d’emergenza: come sanitari lo si affronta diversamente da un comune cittadino?

Operare nell’ambito sanitario sicuramente porta a un’altra consapevolezza; dire se ha aiutato non lo so. Credo innanzitutto che ogni persona abbia un approccio differente. Quello che è certo è che la seconda ondata, così lunga, ha sfiancato anche noi. Soprattutto sapendo che, senza voler rimettere in discussione decisioni passate, si sarebbe potuti uscirne molto prima con delle misure di contenimento più incisive. È chiaro che il prolungarsi della situazione a seguito di mancate chiusure ha creato dello sconforto nel mondo sanitario... direi anche un po’ di rabbia. C’è stato, e c’è ancora oggi, un certo antagonismo, una contrapposizione tra i vari settori: da una parte gli interessi economici, che spingono per mantenere tutto aperto, e dall’altra quelli della sanità. Mi sembra evidente che in certi momenti la sanità si sia sentita abbandonata, dopo peraltro aver fornito un contributo straordinario, curando un grande volume di malati e confrontandosi con tanti decessi. Anche questo è un aspetto che chi è al fronte ha vissuto e che pone interrogativi differenti rispetto a chi è fuori. Siamo arrivati ad avere in Ticino per settimane fino a una decina di decessi al giorno a causa del Covid! Posso anche capire che quando si parla oggi di 2-3 decessi al giorno ci sia un po’ di assuefazione, ci siamo forse un po’ abituati, ma è un numero che non possiamo banalizzare. È vero che sono perlopiù anziani ma che in molti casi avevano ancora una buona speranza di vita e anche una buona qualità di vita. Vederli in faccia cambia, mi creda, la percezione e questo è qualcosa che rende un po’ più difficile accettare le decisioni prese, pur comprendendo questa voglia di libertà e di ritorno alla normalità. L’essere confrontati con la sofferenza legata alla malattia dà una lettura completamente differente della situazione. Vedere e sentire le persone che piangono perché hanno paura di morire senza nemmeno poter essere attorniate dai propri cari è qualcosa che lascia il segno. Misconoscere questo fatto dimostra poca comprensione. Non dico che debba imporsi la “lettura” che dà il mondo sanitario, però penso che meritasse e meriti più ascoltato e più sostegno.

Qual è la situazione oggi sul fronte della malattia?

Da una decina di giorni in Ticino abbiamo in media un paio di decessi al giorno; non è più lo zero che abbiamo avuto per più settimane durante la bella stagione. Eppure non fa più notizia, forse lo si vuole anche nascondere e questo può anche starci. Ma sentire che è come un’influenza! In Ticino è vero che ci sono durante l’inverno dei decessi dovuti all’influenza, ma non sono mai stati due al giorno e l’influenza non causa certo neppure dieci-quindici pazienti intubati in cure intense contemporaneamente. Questo modo di pensare e di parlare è veramente un misconoscere quella che è la realtà. Non dico che vada enfatizzata o resa più negativa di quella che è, però la situazione è un po’ diversa... Non siamo ancora fuori dall’emergenza; malgrado qualcuno voglia far passare Omicron come un banale raffreddore siamo ancora ben lontani da un auspicato ritorno alla normalità.

Sono stati mesi, ora anni, di forti cambiamenti, anche in corsia. In che modo li avete affrontati?

Grosse riflessioni sull’insieme, su quello che avrebbe potuto significare per il futuro questo nuovo virus, in fondo non ne abbiamo fatte perché non ne abbiamo avuto il tempo. A partire dal Consiglio di amministrazione, quando ha dovuto decidere di fare il salto e mettere a disposizione la Clinica Moncucco quale centro. Tutto è andato molto velocemente e molto concentrato sulle necessità, sui bisogni puntuali, perché l’emergenza era ormai fuori dalla porta. Sono stati via via risolti i tanti problemi che si presentavano di giorno in giorno e ciò ha assorbito il grosso del tempo e ha pure risucchiato le energie di tutti. Quindi rimaneva poco tempo per pensare. La voglia era quella di metterci in gioco e sapevamo che non avremmo potuto fallire. Lo abbiamo fatto perché la clinica c’è proprio per rispondere ai bisogni della popolazione, quindi in quel momento quel bisogno era concreto. Pur non sapendo quanto grande avrebbe potuto essere abbiamo avuto più di un’impressione che sarebbe stato qualcosa di grosso, qualcosa di importante che avremmo potuto contribuire concretamente a superare. Avevamo capito che ci sarebbe stata molta sofferenza. Il resto era tutta una serie di piccoli cambiamenti e di piccole e grandi sfide che eravamo chiamati a risolvere. Avevamo capito abbastanza velocemente che le sfide erano soprattutto due: da una parte il flusso degli ammalati che arrivavano e che sarebbero arrivati in clinica, quindi la presa a carico giornaliera. Non avevamo mai avuto giorni, anzi eravamo ben lontani, dove arrivavano 30-35 pazienti da ospedalizzare in urgenza. Pazienti gravi che dovevano in parte andare subito in cure intense. Dall’altra le capacità delle cure intense. Sui reparti di cura tutto sommato si era un po’ più pronti, anche se si era presentata una nuova malattia e anche questo creava molte incertezze e difficoltà. Ci sono stati ottimi scambi con Locarno e con strutture italiane, regolarmente conferenze telefoniche o videoconferenze. La terza cosa da affrontare, e non era evidente, erano le paure dei collaboratori e delle collaboratrici, c’era chi è più solido e chi più timoroso, influenzato dalle immagini che arrivavano dalla Cina con tendenze anche all’accesso... pensiamo agli scafandri che in alcune nazioni il personale sanitario indossava e alle conseguenti difficoltà di resistere per lunghi turni di lavoro, che in quei momenti duravano dodici ore. Non va poi dimenticata, anche se è sempre venuta in secondo piano e l’ho sempre portata senza farla pesare agli operatori sanitari, la preoccupazione finanziaria, dovuta all’insufficiente riconoscimento dei costi della gestione di questi casi che giocoforza non era regolato adeguatamente prima in quanto la malattia non era conosciuta. Ma, lo ripeto, è stata un’occasione unica e gratificante per acquisire competenze sul Covid-19 che magari altre strutture non hanno avuto la possibilità di acquisire semplicemente perché quando si gestiscono cento casi è diverso dal gestirne due o tremila.

Come riuscite a continuare a motivare il personale, dopo soprattutto gli ‘osanna’ della prima ondata?

Bisogna innanzitutto fare un plauso al personale sanitario per la grande professionalità. Ci sono stati periodi più tranquilli, soprattutto durante l’estate, ma nel framezzo ci sono stati lunghi periodi dove la malattia era presente, dove la prevenzione richiedeva e richiede grande attenzione e dove gli ammalati assorbono tutte le energie. Ammetto che c’è stata un po’ di rabbia, delusione, perché si è passati dalla fase della primavera 2020 di grande vicinanza, che si percepiva, eccome, a una sostanziale indifferenza... un po’ difficile da digerire. La seconda e lunga ondata non ha aiutato a far sentire gli operatori sanitari gratificati. Tutti hanno comunque sempre espresso una grande professionalità, anche nel curare tutti gli ammalati indipendentemente dalla posizione, anche estremista in certi casi, che hanno sul vaccino o sulla malattia stessa. Credo che il mondo sanitario e gli operatori sanitari abbiano dato una grande prova di maturità, di capacità di gestire una situazione che non è l’ordinario. Non dimentichiamo che ci sono state anche persone che hanno negato pubblicamente la malattia e poi si sono ritrovate nei reparti di cura e sono state curate nel modo migliore, con umanità e professionalità. Senza questa professionalità dimostrata la situazione sarebbe anche potuta scappare di mano... Una dimostrazione di grande maturità quella del nostro personale, di chi ha vissuto dal di dentro la pandemia e ha visto gli effetti della malattia. Poco meno del 90% dei nostri sanitari sono vaccinati. Questo è anche il frutto della consapevolezza che questa malattia ha causato tanta sofferenza e ripercussioni a medio-lungo termine.

Lei si è ammalato?

Che io sappia non sono mai stato positivo al coronavirus, o meglio non ho mai avuto sintomi. Del resto qualche test l’ho fatto, ma sono sempre risultati negativi.

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